L'indiscreto

Esperti di vita

“Gli esperti? Sono spesso i nemici dell’infanzia, nemici spesso inconsci poiché sono nemici di se stessi, e questo fin dalla prima gioventù”(Fernand Deligny)

“Mi hanno dato il sopranome di educatore selvaggio e libertario; in realtà non sono neanche un educatore pure avendo fatto finta di esserlo; non si è neanche un maestro per il solo fatto di essere stato nominato, d’altronde non sono mai stato un soldato neanche negli anni 1940 anche se mi avevano dato una divisa…Cosa sono? Dicono uno psicologo. Sono stanco di queste etichette, d’altronde come lo sono i bambini, non smetto mai di dare le dimissioni da queste funzioni che mi attribuiscono, dico che un bambino non viene qui per essere curato o essere educato ma semplicemente in vacanze. Certo non è facile sfuggire a queste funzioni che ti vengono attribuite.” (Fernand Deligny)

 

 

Essere esperto viene spesso identificato con un sapere tecnico e teorico, spesso molto specializzato,

vi sono gli esperti dei ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’, quelli dell’autismo, quelli degli autistici ‘Asperger’ o con ‘la sindrome di Rett’; sanno esattamente cosa serve per ‘curare’ il bambino, sanno come programmare le sue giornate, sanno cosa devono fare i genitori, spiegano, spiegano, spiegano in continuazione ma ascoltano poco. Come dicevano Séguin, ‘il maestro degli idioti’ e Fernand Deligny, ‘l’educatore dei bambini pazzi’, guardano senza vedere e ascoltano senza comprendere. Da molto tempo nel mio percorso di ‘amico dell’umanità’, più che di esperto di non saprei dire cosa esattamente, mi chiedo come fare, cosa ha voluto dirmi quella persona o quel bambino. Non ho le certezze che hanno in tanti, ho delle idee, ho anche dei pregiudizi, ma vengono continuamente messi in discussione dalla pratica relazionale, dall’incontro con l’altro, dalle situazioni inedite, dall’incertezza del vivere e del funzionamento umano. Mi ha sempre colpito come spesso gli ‘esperti’ pretendono ad essere dalla parte della scienza che secondo loro fonda le loro teorie e le loro idee; teorie e idee che sono spesso ritenute indiscutibili (perché fondate scientificamente). Ma basta  una variabile, una eccezione, una nota fuori dal coro, un comportamento non inquadrabile; ed ecco che saltano tutti gli schemi scientifici, saltano le certezze tecniche, anzi i dogmi metodologici. E quando le cose diventano troppo complesse e non rientrano più negli ‘schemi di spiegazione scientifica’ si fa come Frankenstein; l’abbandono o la stigmatizzazione. Mi ha anche spesso colpito come  gli esperti sul piano scientifico e tecnico siano così inesperti nella vita quotidiana; certo non bisogna generalizzare ma è una costante che si riscontra in tante situazioni. L’incongruenza evidente tra l’essere esperto delle condotte umani e del loro funzionamento e poi profondamente inesperto nella propria vita di relazione. La domanda che viene subito in mente è come un inesperto della propria vita possa essere un esperto della vita degli altri, soprattutto, quando poi si tratta di vite particolari e fuori da quello che viene considerato ‘sano’ oppure ‘adeguato’. Fernand Deligny preferiva gli ‘esperti di vita’ agli ‘esperti della scienza medica, psichiatrica, psicologica e pedagogica’; ‘esperti di vita’ diventati amici dell’umanità, operai, artigiani, casalinghe, esperti diventati conoscitori intanto della propria umanità attraverso la propria esperienza di vita, e dell’umanità che ci accomuna tutti al di là del come siamo e dal dove veniamo.

Scriveva Deligny a questo proposito:

“Questi insufficienti sociali della vita docilmente rassegnati ad un impiego monotono, notoriamente  inefficace, cosa possono capire, con tutto il loro sapere scientifico, di quei bambini che hanno la spudoratezza di manifestare dei ‘disturbi del comportamento’? In realtà amano l’ordine, le relazioni scritte, per essere coperti, e anche i giudizi orali per essere informati. Non sanno quanta energia possa consumare e spendere un bambino”.

 

Per fare quello che dice Deligny bisognerebbe uscire dagli uffici, eliminare le scrivanie, non nascondersi dietro la scientificità delle griglie prefabbricate, non nascondersi dietro la somministrazione dei farmaci di cui spesso non si misura veramente gli effetti sulla vita del bambino, evitare di difendersi in continuazione solo perché si ha un titolo, un ruolo di potere istituzionale, una nomina che legittima anche i più grossi errori in nome della scienza. Gli esperti della scienza psichiatrica, psicologica e pedagogica tendono spesso a comportarsi come una ‘casta aristocratica’ che dà ordini e dice come devono e dovrebbero essere le cose; i ragazzi, che da molto tempo hanno capito come funziona la relazione, una relazione dove loro sono solo degli oggetti, ovviamente si ribellano, diventano testardi, non vogliono saperne nulla delle indicazioni degli esperti. I loro comportamenti, le loro condotte sono considerate come conferme dello sguardo scientifico che li giudica e li classifica perché devono essere adattarsi ed essere adattati. Poi non cambia se tutto ciò viene velato dalla retorica sull’integrazione o sull’inclusione; quello che conta è la natura, l’essenza stessa della relazione che viene a costruirsi tra questi piccoli ‘pazienti’, che spesso giustamente diventano impazienti, e gli esperti di varia natura: una relazione che assomiglia più ad un rapporto di dominio, ad un rapporto di tipo feudale tra padroni e servo. Ma vi è anche una aggravante. Alla differenza di quello che il filosofo Hegel chiamava la dialettica servo-padrone, che secondo lui implicava non solo la sottomissione del servo ma anche in qualche modo l’apprendimento del padrone, la relazione tra bambino ‘autistico’, con ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’, o quello che volete voi, è si un rapporto di sottomissione del bambino ma di non apprendimento da parte dell’esperto che spesso non ascolta, poiché immerso nella certezza egocentrica e autoreferenziale del suo ‘sapere tecnico e teorico’, l’esperto in quanto esperto non apprende poiché che lo facesse dovrebbe confessare l’incertezza fondamentale del suo sapere. Come pensavano Séguin e Deligny sono profondamente convinto che il valore del cosiddetto esperto sta nell’essere veramente esperto di vita, intanto della propria vita, cioè capace dell’implicarsi autenticamente nella relazione con la persona, con il bambino che ha un suo linguaggio, un suo modo di essere, di saperlo ascoltare senza etichettare subito e giudicare, di saperlo osservarlo vedendo quello che sta dicendo il bambino, insomma un esperto di vita, della relazione umana che non inganna e non s’inganna, che sappia aprire la finestra del rischio e dell’incertezza dell’incontro. E non basta neanche richiamare i diritti astratti, quelli che riguardano i bambini autistici ed altri, per costruire una relazione autenticamente affettiva e emancipatrice sul piano umano. È il vecchio Rousseau che ci ha insegnato che la cosa più importante è il sentimento dell’eguaglianza cioè il sentire che l’altro sente come noi anche se lo fa in modo diverso e incomprensibile, questo sentire l’altro vuol dire ascoltare la pulsione dei suoi tempi, le vibrazioni della sua anima (so che è poco scientifico!), non  tanto la sua autoefficacia (poi rispetto a cosa?) ma piuttosto l’efficacia del suo stare bene con se stesso, del suo vivere la vita, il suo flusso nella relazione con un altro che sappia accogliere questa sua differenza. Ma per fare questo ci vuole intuizione, l’intuizione che è frutto dell’esperienza di vita, di chi ha imparato e impara continuamente a conoscere se stesso nel rapporto con l’altro. È quello che personalmente sento nel mio lavoro di educatore, nel mio ‘mestiere di uomo’; i ragazzi incontrati mi hanno insegnato tanto non sull’autismo o i ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’; ma su me stesso e mi è spesso capitato d’invidiare alcuni di loro. Ho sempre avuto la sensazione che molti di loro avessero anche toccato delle verità umani che noi ‘normali ed ‘esperti’ non riusciamo neanche a sfiorare. Molti poi non si sforzano neanche poiché sono lì per spiegare, dire quello che bisogna fare, visto che hanno delle ‘certezze scientifiche’. Ricordo Mauro, diagnosticato con ‘ritardo mentale profondo’, andava spesso in giro ruttando e facendo di qua e di là qualche scoreggia, parlava poco, anzi nell’arco di una giornata diceva quattro parole. Era un ragazzone spesso vestito con la tuta blu; si sentiva operaio, un po’ come il suo babbo. Mauro capiva tutto con lo sguardo e i suoi movimenti che lo facevano dondolare dicevano tante cose. Quanto abbiamo riso insieme a crepa cuore; ammetto che era un intervento poco ‘scientifico’; quante volte vedendo partire Mauro mi dicevo dentro di me che aveva toccato una verità che non riuscivo a cogliere. Ma potrei parlare del ragazzino di 10 anni che avevo conosciuto durante un soggiorno con degli educatori e dei ragazzi di una gruppo appartamento; anche lui con ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’. Si nascondeva sotto il tavolo, era il suo posto preferito, quando uscivamo per andare in spiaggia, aspettava che fossero usciti tutti poi strisciando per terra si affacciava. Michele non parlava, o meglio diceva tante cose pure essendo muto. Quante volte mi sono chiesto con quale diritto e in base a cosa noi dovevamo adattarlo, l’adattamento voluto dagli ‘esperti’ (che sono spesso degli agenti del sistema di controllo sociale) non corrisponde quasi mai ai bisogni veri e alla soggettività del bambino che non riesce ad esprimersi o ad essere riconosciuta. Ricordo che con Michele mi mettevo a cantare delle canzoni popolari in francese e mi accorgevo che mi osservava, rimaneva come sorpreso perché era un suono diverso che veniva da un altrove, quell’altrove che conoscono bene i bambini chiamati autistici perché un altrove che noi ‘normali’ o ‘esperti’ non capiamo perché non riusciamo più ad ascoltarci.

A Michele piaceva strappare in continuazione l’erba e a dondolarsi davanti al movimento del mare; in quei momenti ‘anormali’ sinceramente devo confessare che mi sembrava dire cose importanti e profonde e che si trovava nel suo elemento; allora perché volerlo ‘normalizzare’? Ecco le domande che mi facevo, che continuo a farmi. Domande che spesso non trovano risposte, domande della vita che è cosa complicata. So che sono in tanti ad avere delle risposte, beati loro, io devo confessare la mia grande ignoranza ma anche la mia grande curiosità fatta soprattutto di domande. Sappiamo che è spesso il comportamento dell’esperto che determina i comportamenti del bambino; diceva Deligny: “Se tu giochi al poliziotto loro faranno i banditi, se giochi al buon Dio, faranno i Diavoli. Se giochi alla guardia carceraria, giocheranno a fare i detenuti. Se giochi a fare il medico, faranno i malati. Ma se tu sei te stesso, saranno in grande imbarazzo”.

Ecco essere stesso, imparare ad essere vero, autentico nella relazione; è la cosa che crea le condizioni del contatto, del possibile incontro e della possibilità di vivere una esperienza comune dove tutti imparano qualcosa. Ma è difficile che gli ‘esperti’ si pongano così; hanno troppa paura di perdere i loro ‘saperi’ che sono spesso strumenti di potere e di difesa. Spesso sento parlare di autoefficacia e di competenze; ma cosa vuol dire esattamente? L’efficace è sempre rispetto a qualche cosa e nella parola competenza vi è una dimensione del competere che lascia perplesso. Deligny, e devo confessare io come lui, preferisce il ‘vagabondaggio efficace’; l’incognita dell’incontro, del cammino imprevisto, della scoperta non preventivata. Ma sono anche i genitori di quei ragazzi che vanno ascoltati; come andrebbero ascoltati i genitori in generale che, oggi, si sentono molto soli. Soli perché non basta l’incontro con ‘l’esperto’ che definisce, classifica e dall’altezza delle sue certezze scientifiche decide cosa bisogna fare e quale trattamento seguire. Il rapporto è sempre quello della relazione servo-padrone, della non esistenza di uno spazio di cittadinanza autentico per chi vive quella situazione. Invece i genitori, nel bene e nel male, sono degli esperti di vita perché vivono con i figli, li sentono, li osservano. Questo materiale vivo, esperienziale non è contemplato dagli ‘esperti’ che ascoltano poco e non prendono in considerazione che il punto di vista dei genitori possa essere un punto di vista che conosce e può offrire delle indicazione di comprensione.

 Ecco quello che dichiara Barbara Donville, psicologa francese e  mamma di un ragazzo autistico:

“Sono qui a parlare oggi come madre di un figlio autistico; sono qui per spiegarvi cosa è successo il giorno in cui ho deciso di non affidarlo più alla medicina e alla psichiatria; volevo io provare a fare qualcosa. Questa idea mi era anche venuta leggendo le testimonianze di genitori americani come Barry e Suzy Kaufmann, che seppero trovare delle risposte con il loro figlio autistico, molto più grave di Romain; mi sono semplicemente detta: ‘se altri genitori hanno provato, perché non dovrei farlo io’. Non mi ponevo la questione se fosse possibile ‘sconfiggere’ l’autismo ma come aiutare mio figlio. Quando ho preso la decisione di lavorare direttamente con mio figlio fuori dagli schemi medico-psichiatrici tradizionali, mi sono resa conto che la prima cosa che dovevo fare era di lavorare su me stessa. Ho passato mesi e ore a scovare dentro di me tutto ciò che mi faceva ostacolo, tutto ciò che mi era insopportabile, che bisognava tuttavia sapere nominare e raccontare, questo per rendere tutto ciò positivo. Quando ho iniziato a lavorare direttamente con lui, era un lutto di ogni giorno, sconfitte continue, fallimenti permanenti, lutto di ogni attesa, lutto di ogni aspettativa, lutto di ogni risultato e anche lutto di ogni possibilità di giudicare quello che accadeva. Quando si è di fronte all’autismo, nelle sue diverse forme, si è di fronte ad una assenza. Qui non si tratta di ri-educare ma di educare… Con lui provavo come Pollicino che seminava le sue briciole senza sapere se avrei trovato una casa, la mia casa, la nostra casa, ma d’altronde non v’era altra via che proporre delle piccole porzioni, dei piccoli passi impercettibili per far sì che mio figlio si avvicinasse a me.”

 

Il materiale emotivo, affettivo di una madre che osserva il figlio con i suoi occhi di madre, e non con quelli del neuropsichiatra di turno, è estremamente importante poiché le madri, per la loro condizione materna, vedono cose che non possono e non vedranno mai gli esperti. Ma questi dovrebbero riconoscerlo, e questo è faticoso poiché bisognerebbe confessare l’inconfessabile: la fragilità e l’incertezza del proprio sapere. Le madri ma anche i padri hanno un sapere intuitivo accumulato attraverso l’esperienza di relazione con il figlio o la figlia; ma questa facoltà non viene presa in considerazione dal sapere ‘scientifico’ degli esperti. I genitori si ritrovano tra gli specialisti della diagnosi che sono perentori nel dare loro informazioni sui loro figli, ‘esperti di un sapere scientifico’ e non ‘esperti di vita’, e i ‘chimici dello spirito’ e ‘i meccanici del comportamento’: spesso i genitori che vivono la sofferenza del vissuto si sentono come in balia alle onde e si aggrappano agli ‘esperti’ che poi li lasciano quando i problemi aumentano e diventano sempre più complessi con la crescita. I genitori sono spesso combattuti tra le loro intuizioni, questo sapere pratico, esperienziale che li viene dalla loro condizione genitoriale e le indicazioni tecniche degli ‘esperti’ della salute e del comportamento. Dobbiamo anche confessare come operatore della pratica umana, come ‘amico dell’umanità’ e ‘esperto di vita’, che si vedono spesso anche educatori che finiscono per scimmiottare gli esperti dei ‘saperi forti’; un po’ come i genitori smettono di fare funzionare le loro facoltà intuitive prodotte dall’esperienza di relazione; finiscono per omologarsi ai ‘protocolli preconfezionati’ dagli ‘esperti della scienza medica, psicologica e psichiatrica’. Sempre il nostro Deligny notava in proposito:

“Educatori? Ma chi siete? Cosa siete? Formati, come si dice, negli stages nazionali ed internazionali, istruiti senza nessuna preoccupazione preliminare se avete in pancia un minimo di intuizione, d’immaginazione creatrice e di simpatia verso l’uomo, imbevuti di un vocabolario medico-scientifico e di tecniche appena abbozzate, vi gettano come degli esseri infantili usciti dalla condizione  borghese, ancora rinchiusi dentro di voi, in piena miseria umana. Più o meno piccoli burattini di qua, piccoli coristi di là, test, griglie, statistiche, congressi, relazioni ‘scientifiche’ tessono un velo che nasconde la condizione sociale vera dell’infanzia ‘disadattata’ che crepa nelle vostre istituzioni e nei vostri luoghi esperti pieni di disumanità”.

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