Primo Piano

Padova, 13enne tolto ai genitori perché effeminato.Il legale:"Dov'è Boldrini?"

L’avvocato Miraglia: “E’ ostaggio del sistema, che lo considera malato. Nemmeno libero di assumere un farmaco o di scegliere che scuola frequentare”
 
PADOVA. Al di là del mero aspetto giudiziario, c’è qualcosa di terribile dietro al provvedimento emesso dal Tribunale dei Minori di Venezia, che ha sospeso la potestà ai genitori di un ragazzino tredicenne di Padova perché considerato troppo effeminato. Oltre alla discriminazione che una simile decisione porta con sé, il provvedimento è paradossalmente inattuabile, perché non prevede che venga fatto rispettare con la forza pubblica. Il ragazzino di sua spontanea volontà non andrà sicuramente nella comunità dove sarebbe destinato, ma non è nemmeno libero di assumere una qualunque decisione che riguardi la sua vita, dalle visite mediche alla scuola superiore da frequentare. Nemmeno libero di fare una vacanza, figuriamoci all’estero, perché finché non compirà i 18 anni saranno i Servizi sociali a dover decidere per lui. E’ bloccato per i prossimi quattro anni in un limbo, prigioniero delle istituzioni pur senza essere in galera. «E questo può innescare un comportamento di tipo ricattatorio da parte dei Servizi sociali nei confronti di questo ragazzo» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, che segue la madre nella complicata vicenda giudiziaria che vede il tredicenne da quasi dieci anni alle prese con i tribunali e con una giustizia che tutto ha fatto, tranne ascoltarlo. «Mettiamo che non voglia andare in comunità – come ha già annunciato ampiamente – i Servizi che faranno? Gli negheranno le vacanze? O di fare ciò cui tiene? Ma perché poi?».
Già, perché si è arrivati a un provvedimento che di fatto toglie il ragazzo ai genitori, ma lo lascia poi in seno alla sua famiglia, sebbene privato della libertà di decidere per sé?
«La decisione che ha assunto il tribunale è quella più comoda per salvarsi la faccia» prosegue il legale, «ma soprattutto nasconde una componente profondamente discriminante. Implicitamente il tribunale, nello stabilire che il ragazzo è troppo effeminato perché vive in una famiglia di sole donne cui è molto affezionato, indica una comunità di tipo terapeutico in cui dovrebbe venire accolto. Ma come? Tratta l’effeminatezza o la presunta omosessualità come fosse una malattia? Ma dove siamo? Nel Medioevo? Nemmeno più la Chiesa cattolica ha posizioni così discriminatorie. A questo punto mi domando dove siano i politici e gli opinionisti che tanto si erano stracciati le vesti quando il caso emerse alcuni mesi fa a livello nazionale. Tutti a cavalcare l’onda emotiva del momento per farsi propaganda. Ma adesso che il provvedimento è stato emesso (la madre comunque ha presentato appello), dove sono i Nichi Vendola, gli Alessandro Cecchi Paone, la presidente della Camera Laura Boldrini, paladini dei diritti degli omosessuali e delle minoranze? E’ adesso che occorre farsi sentire, perché l’effeminatezza non può venire considerata una malattia né un motivo valido per strappare un ragazzino alla propria famiglia.

Nasconde violenze, nei guai assistente sociale

L’avvocato Miraglia: “Il Tribunale ha capito la gravità della situazione e ci ha dato ragione”  
 
PERUGIA. Era stata affidata alla famiglia materna, ma il nonno alcolista e violento l’aveva maltrattata. Il tribunale di Perugia ha compreso che le preoccupazioni del padre erano motivate e l’ha affidata a lui. Il giudice ha compreso anche il grosso errore commesso dall’assistente sociale, che nel formulare la sua relazione originaria sulla famiglia materna, aveva omesso – a suo dire per tutelare la privacy del nonno – che lui invece fosse un alcolista, con diverse denunce per maltrattamento a suo carico.
«Avevamo ragione noi» commenta all’indomani della sentenza che affida la piccina di circa sei anni al padre, l’avvocato Francesco Miraglia, cui l’uomo si è rivolto per ottenere giustizia «e il tribunale ha dimostrato di aver preso in considerazione seriamente le nostre istanze e le preoccupazioni di questo padre, tenuto lontano dalla sua bambina dall’azione colpevole dell’assistente sociale, che abbiamo infatti denunciato alla Procura della Repubblica. Il tribunale ha agito con saggezza, nell’interesse della piccina, senza farsi fuorviare dalla relazione lacunosa di un’assistente sociale che avrebbe dovuto soltanto pensare al benessere della bambina, la quale invece, in uno degli scatti d’ira che prendono il nonno quando beve, è stata da lui maltrattata».
Il padre, appreso dell’episodio e denunciata quindi l’assistente sociale, ad ottobre aveva ottenuto dalla Corte di Appello di Perugia l’affidamento della figlioletta. La stessa Corte aveva disposto una nuova perizia, al fine di stabilire a chi affidare in via definitiva la piccola: la decisione è stata emessa martedì scorso (27 giugno 2017) e ha confermato l’affidamento a casa della nonna paterna, con visite alla mamma tre giorni a settimana.
«Possiamo veramente dire di aver ottenuto giustizia» conclude l’avvocato Miraglia.

Anna Giulia adottata: il suo calvario inizia ora

L’avvocato Miraglia: “I genitori li ha, è il Tribunale dei Minori di Bologna che l’ha resa orfana”
 
REGGIO EMILIA. «Non c’è da cantare vittoria, non c’è nulla da festeggiare: l’adottabilità di Anna Giulia Camparini è la sconfitta per la giustizia». L’avvocato Francesco Miraglia interviene sulla vicenda legata alla piccola di Reggio Emilia, ormai quasi dodicenne, da dieci anni allontanata dai genitori per una serie di errori e sentenze emesse non certamente per garantire il benessere della piccola. Il legale si è sempre battuto a fianco dei genitori per riportare Anna Giulia a casa propria, tra le loro braccia. «La sentenza di adottabilità ha soltanto una valenza politica» sostiene Miraglia, «emessa dal Tribunale dei Minori di Bologna solo per salvare se stesso e la propria faccia, in un caso in cui chiaramente si è fatto gli interessi di tutti tranne quelli di Anna Giulia». La piccola era stata allontanata da casa dopo una perquisizione, dall’esito tra l’altro negativo, alla ricerca di droga a casa dei genitori. Dopo un primo allontanamento, i Servizi sociali non riscontrarono motivi ostativi al suo rientro a casa, e la Procura della Repubblica era ugualmente  d’accordo. Ma Anna Giulia a casa da  mamma Gilda e papà Massimiliano non è tornata più. Collocata in un istituto prima, presso una famiglia affidataria poi. Tanto che i genitori, disperati, arrivarono a rapirla in ben due occasioni e conobbero il carcere pur di averla con sé. «Dichiarando adottabile Anna Giulia» prosegue l’avvocato Miraglia «il Tribunale dei Minori di Bologna ha voluto salvare solo se sesso, non potendo ammettere di aver commesso un clamoroso errore giudiziario, che ha suscitato grande clamore, anche mediatico. Senza minimamente  pensare al benessere della ragazzina, che adesso ormai è adolescente e come tutti i giovani che sono stati adottati sicuramente se non oggi, tra qualche anno, si porrà delle domande sulla sua famiglia di origine, cercherà in internet e scoprirà cosa hanno fatto i genitori per lei, arrivando pure ad assaggiare il carcere pur di riabbracciarla, ascoltando il suo grido di dolore: fu la piccola, ricordiamolo bene, a chiedere ai genitori di tornare a casa. Con loro stava bene, erano la sua mamma e il suo papà. Con loro era felice. Perché dunque strappargliela? Il lavoro del tribunale non fu certo egregio, il presidente poco dopo venne allontanato e mai si fece chiarezza sul sistema degli allontanamenti e dei successivi affidamenti familiari che avvenivano a quel tempo. Per una volta che Procura della Repubblica e Servizi sociali erano d’accordo e in linea con la famiglia e chiedevano quindi il reintegro della piccola, non si è voluto ascoltarli e si è andati dritti per una strada completamente errata. No, il calvario di Anna Giulia non finisce con la sua adozione, semmai comincia proprio ora  e quando scoprirà che è stata una pedina in un intreccio di interessi che nulla hanno a che vedere con il benessere suo e degli altri bambini,  a chi andrà a chiedere conto se non al tribunale che l’ha resa orfana, pur avendo lei due genitori amorevoli?».

Marito condannato a 2 anni e 6 mesi per violenze contro la moglie

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L’avvocato Miraglia: “Finalmente dei giudici fermano questi uomini prima che si arrivi al femminicidio”
 
MODENA. Due anni e sei mesi di reclusione sono stati inflitti a un trentenne residente a Modena, che da un anno almeno vessava, maltrattava, picchiava la moglie, costretta a fuggire a casa dei genitori per salvarsi dalla sua furia. La donna alla fine l’ha denunciato per minacce, violenza privata e maltrattamenti in famiglia e le sue istanze sono state ascoltate dal giudice Andrea Scarpa, che mercoledì 7 giugno  ha condannato il marito in primo grado appunto a oltre due anni e mezzo di carcere. E’ stato rimesso in libertà, ma la pena non è comunque stata sospesa: se tornerà a perseguitare la donna, finirà in carcere.
«Finalmente i giudici cominciano a considerare i maltrattamenti in famiglia come gravi prodromi del femminicidio» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, cui la giovanissima donna si è rivolta, ormai stremata  e impaurita, per ottenere giustizia e quanto meno di fermare le violenze che subiva dal marito, da cui si sta separando. «Minacce e violenze psicologiche sono segnali che spesso, purtroppo, si è visto sfociano nell’omicidio delle mogli e delle compagne, che magari per anni hanno denunciato le vessazioni, senza però venire ascoltate. Troppo tardi si è arrivati a prestare loro ascolto, spesso davanti ai loro corpi ormai privi di vita. Solo lo scorso anno le donne uccise per mano degli uomini che dicevano di amarle sono state 120, venti quelle dall’inizio di quest’anno. Bisogna fermare prima il fenomeno, bisogna arrestarlo perché dalla violenza può scaturire solo ulteriore violenza, e va riconosciuto che esiste una forma di femminicidio “dolce”, che non definisco così in accezione positiva, ma che raggruppa quegli episodi di violenza psicologica,  di cui le donne sono spesso vittime. Una violenza più subdola, ma altrettanto devastante, che mina l’autostima delle donne, le costringe a vivere in un clima di continuo terrore. Questi uomini sono stalker e nel contempo utilizzano la violenza psicologica per piegare le loro vittime».
L’uomo condannato a Modena aveva più volte picchiato e persino tentato di strangolare la giovane moglie, arrivando anche a un macabro gesto di violenza psicologica: le ha spedito dei video giornalistici relativi ad un femminicidio compiuto nella stessa città di Modena nel giugno del 2016: vittima una povera donna di 55 anni, che da anni denunciava le violenze subite dal compagno, ritrovata ormai priva di vita rinchiusa dentro un frigorifero, in cantina, strangolata dalle mani che avrebbero dovuto invece soltanto accarezzarla e proteggerla.
«Spero che questa sentenza di Modena, che arriva quindici giorni un’analoga decisione emanata dal tribunale di Trento in favore di un’altra mia assistita, sia l’inizio di un cambio di tendenza, che porti i tribunali a fermare questi uomini violenti e a diminuire così il tragico numero di donne ammazzate per mano loro» conclude l’avvocato Miraglia.

Padre padrone condannato a quasi tre anni per maltrattamenti in famiglia.

L’avvocato Miraglia: giustizia per un caso di “femminicidio dolce”, senza vittima ma con continue, gravi e pesanti vessazioni e percosse
 
TRENTO. C’è il terribile crimine cosiddetto femminicidio, che ha causato 120 vittime nel 2016, venti dall’inizio di quest’anno. Donne uccise dalla mano dei loro uomini. Ma c’è una violenza più subdola, sebbene altrettanto devastante: la violenza psicologica e fisica, una sorta di “femminicidio dolce”, quando un marito si trasforma in un orco e anziché carezze distribuisce pugni e schiaffi, anziché complimenti la sua bocca pronuncia offese e minacce. Un marito padrone venerdì è stato condannato in primo grado dal tribunale di Trento a due anni e otto mesi di reclusione, con il pagamento provvisionale di 15 mila euro e delle spese processuali. Aveva reso succube la moglie, madre dei suoi due figli, che il tribunale civile ha incredibilmente affidato a lui al momento della separazione. La donna ora teme per la loro incolumità e per la loro salute psicofisica: i piccoli vivono in una situazione di continua pressione cui il padre li sottopone e stanno manifestando segni inequivocabili del loro disagio.
«E’ inconcepibile come il medesimo tribunale abbia agito in maniera contraria nella stessa vicenda» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, cui la donna si è rivolta alla ricerca di giustizia «e se dal punto di vista penale ha riconosciuto i fatti come li ha denunciati la mia cliente, la sezione civile ha dato a quest’uomo la custodia dei figli, senza che siano stati sentiti dei testimoni, sulla base delle sue esclusive dichiarazioni, che, in realtà, la sentenza di condanna emanata venerdì scorso contro di lui dimostra come fossero fuorvianti e prive di fondamento».
L’uomo è stato condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia, la cui vittima era la moglie, totalmente sottomessa e resa succube attraverso la costrizione a subire continue minacce, ingiurie e percosse. Anche dopo la separazione, cui la donna era ricorsa, non riuscendo più a sopportare la situazione. “Devi crepare”, “Sei grassa” (al momento la signora era incinta) erano frasi che la donna si sentiva rivolgere costantemente da un marito che la costringeva a subire la sua volontà e le impediva di avere contatti con chiunque, persino con i propri familiari, e le vietava pure di andare a fare la spesa da sola ossessionato dall’idea di spendere il denaro.
«Ma l’uomo è riuscito a convincere il tribunale civile che era l’ex moglie ad essere disturbata emotivamente» prosegue l’avvocato Miraglia, «giungendo ad ottenere la custodia dei due bambini, che mostrano adesso segni di sofferenza per la continua tensione conflittuale cui sono sottoposti. Adesso chiedere la revisione dell’affidamento. Il tribunale, in ogni caso, venerdì ha mostrato di riconoscere la sofferenza della mia assistita: la legge punisce il femminicidio, ma esiste anche una forma di “morte” non fisica cui sono sottoposte quotidianamente centinaia di donne. Un femminicidio “dolce”, dai contorni meno violenti di quelli che portano all’omicidio e alla perdita della vita da parte della vittima, ma ugualmente devastanti. Di questo devono tenere conto i tribunali, per impedire di arrivare ai casi estremi».
La condanna subita dall’uomo è pesante, due anni e otto mesi, più del doppio di quanto aveva richiesto come pena minima il pubblico ministero, che riteneva congruo almeno un anno e tre mesi. Questo perché il giudice ha riconosciuto le violenze fisiche e psicologiche subite dalla donna. Che adesso, però, vuole ottenere giustizia per i suoi figli.
«Temo per loro, perché sono ancora affidati a lui» dice, infatti, la signora, che invita le altre donne ad avere comunque fiducia nella giustizia e a denunciare i soprusi subiti dai mariti-padroni, prima che sia troppo tardi, prima di arrivare ad allungare il già lungo elenco delle vittime della furia cieca di consorti e compagni.

Tredicenne effeminato allontanato da casa. I servizi sociali al Tribunale: “denunciate la madre, va in tv e sui giornali”

PADOVA. Ha raccontato la sua verità ai giornali e in televisione. Ha raccontato come i Servizi sociali le abbiano tolto la potestà genitoriale del figlio tredicenne perché troppo effeminato. Ha lottato per tenere con sé suo figlio, che rischia l’allontanamento da casa e di passare anni in comunità per gli atteggiamenti che terrebbe a scuola. Ebbene, questa donna padovana adesso rischia di venire denunciata. E chi chiede al tribunale di assumere tale provvedimento sono nientemeno che i Servizi sociali che stanno seguendo la sua vicenda. Le sue esternazioni pubbliche, sui giornali come in televisione, comprometterebbero il rapporto tra l’equipe che segue suo figlio e il ragazzino stesso, questa la motivazione. Che ha mandato su tutte le furie la madre, in primis, e il suo legale, l’avvocato Francesco Miraglia, che invoca l’intervento dell’assessore regionale ai Servizi sociali, Manuela Lanzarin.
«Trovo inammissibile che l’equipe dei Sevizi sociali pubblici, che sta seguendo questa delicata vicenda e che dovrebbe collaborare con la famiglia per il bene del ragazzino» sottolinea l’avvocato Miraglia, «chieda invece al tribunale di assumere provvedimenti giuridici contro la madre. Ma il mondo va a rovescio? Adesso un cittadino deve difendersi dalle istituzioni che sarebbero chiamate invece ad aiutarlo? Come potrà, questa madre, fidarsi ancora degli operatori dei Servizi sociali se questi vorrebbero vederla in un’aula di tribunale a difendersi dalle loro accuse di sovraesposizione mediatica, quando in realtà ha raccontato solo la propria verità, com’era nei suoi diritti?
La vicenda, alquanto delicata, vede un tredicenne, seguito dai Servizi sociali territoriali che fanno riferimento all’Ulss 6 Euganea, venire allontanato dalla famiglia (vive con la madre e due sorelle) per degli atteggiamenti effeminati che utilizzerebbe come provocazione nelle relazioni con gli adulti, anche in ambito scolastico. Il ragazzino non è stato ancora separato dai familiari soltanto perché finora nessuna comunità ha accettato di accoglierlo, a quanto direbbero i Servizi sociali. La madre, tramite il proprio legale, ha impugnato tale provvedimento e martedì scorso ha presentato una memoria difensiva. Il tribunale nel frattempo ha sentito anche il ragazzino, il quale ha ribadito che lui una famiglia ce l’ha e non vuole esserne separato.
«L’allontanamento da casa è l’estrema ratio» prosegue l’avvocato Miraglia «quando sussista una grave situazione di violenza e di abbandono oppure quando siano fallite tutte le possibilità di dialogo e trattativa. In questo caso non vediamo come sarà possibile per la madre tornare a colloquiare con questi Servizi sociali, dall’atteggiamento alquanto intimidatorio, e pertanto auspichiamo l’intervento dell’assessore regionale ai Servizi sociali, anche per scongiurare che questa situazione, ormai inasprita ed esacerbata, porti come estrema soluzione l’allontanamento del ragazzo da casa. E’ inconcepibile, poi, che un cittadino debba difendersi dalle istituzioni e soprattutto è inaccettabile che i Servizi sociali utilizzino l’intimidazione per far tacere la madre. Siamo arrivati al punto che un cittadino può soltanto dire che va tutto bene, che i Servizi sociali svolgono un ottimo lavoro, e se osa mettere in luce gli aspetti problematici, invece di venire ascoltato ed aiutato, rischia una denuncia».

Dodicenne sottrae il telefono alla madre e scrive ai fratelli maggiori«non ce la faccio più. Voglio stare con voi»

Ma il Tribunale di minori di Cagliari insiste «Sta bene nella nuova famiglia»
La sorella, quando viveva nel medesimo ambiente familiare, si tagliuzzava la pelle dalla disperazione
CAGLIARI. «Mi mancate troppo. Non ce la faccio più. Non vedo l’ora di avere 18 anni per venire da voi». Ma li compirà tra sei, lunghissimi, interminabili anni, durante i quali sarà costretto a vivere con una famiglia estranea. Ha dovuto prendere di soppiatto il telefonino della madre affidataria per scrivere alla sorella maggiore questi messaggi. Sms che denotano uno stato di disagio, che però non viene ascoltato da nessuno e così lui, un dodicenne originario della Sardegna, spedito dal Tribunale dei minori di Cagliari fino in Emilia Romagna, resta suo malgrado in una casa non sua, con una famiglia non sua, strappato all’affetto dei fratelli maggiori, che vorrebbero poterlo tenere con sé. Il tribunale lo lascia in quella casa perché così avrebbe deciso lui. Ma per sua stessa ammissione, in uno scambio di messaggi con la sorella maggiore, rivela invece «Ho detto che stavo bene con quella famiglia perché sennò mi mettevano in una comunità diversa da quella di nostra sorella». Messaggi di cui il tribunale è pienamente al corrente, essendo stati prodotti all’udienza svoltasi lo scorso 23 marzo. Quanto dovrà soffrire ancora questo ragazzino prima di poter essere felice con chi ama e con chi lo ama? Il suo grido di dolore è rimato finora inascoltato, tanto quanto quelli della sorella di un anno più grande, la quale, l’anno scorso, aveva riferito maltrattamenti subiti nella famiglia affidataria (la medesima del fratellino appunto): invece di indagare a fondo sul suo malessere, quasi fosse una punizione i Servizi sociali l’hanno tolta alla famiglia e l’hanno spedita da sola in una casa famiglia. Dove hanno scoperto che nel corso dei mesi precedenti era arrivata al punto di provocarsi delle ferite autolesioniste a causa della repressione dello stato di malessere e disperazione in cui viveva. Malessere che adesso vive anche il fratellino minore, sofferente per la mancanza dei fratelli da cui è stato allontanato.
La sorella maggiore sta cercando di riavere con sé i due fratelli più piccoli: lavora ed è inserita in un contesto positivo, che le consentirebbe di accudirli amorevolmente e di provvedere alle loro necessità senza problemi. Ma non glieli danno, anzi, addirittura il tribunale sostiene che il maschietto sarebbe già stato adottato.
«Non ci dicono però quando sarebbe avvenuto» rivela l’avvocato Francesco Miraglia, cui la ragazza si è rivolta, nel disperato tentativo di avere i due più piccoli con sé, togliendone una a una comunità e l’altro alla famiglia che l’avrebbe appunto adottato a sua insaputa. «Nei documenti in nostro possesso risulta solo in affidamento e non è ancora trascorso l’anno di abbinamento minore/famiglia, che precede l’emissione del decreto di adozione vera e propria, nel corso del quale è possibile in qualunque momento revocare l’adottabilità di un bambino. Mi domando che comportamento stiano tenendo i giudici e perché non si prendano la briga di ascoltare direttamente questi due ragazzini, riportandoli come prima cosa in Sardegna, dove sarebbero dovuto sempre rimanere. E soprattutto che sta facendo la Procura, che per legge è obbligata a prendersi “cura” dei diritti e della tutela di questi due ragazzini? A mio avviso si configura come l’ennesimo caso in cui tutto si fa tranne che l’interesse dei minori. Se non otterremo giustizia, se le voci di questi ragazzini rimarranno ancora inascoltate, non ci resterà che rivolgerci al ministero chiedendo che invii degli ispettori a verificare la correttezza dell’operato del tribunale dei minori di Cagliari».

«Ma la postura non è curata dai medici»

 

Ma la postura non è curata dai medici»  – Cronaca – La Sentinella del Canaves
L’avvocato del musicista inventore del metodo Og a processo: «Il mio cliente allevia solo i sintomi»
IVREA . Che fosse un caso destinato a far discutere, lo si poteva immaginare. Maurizio Formia, 46 anni, di Mazzè, è un musicista e un maestro di musica. Al tribunale di Ivrea è imputato di abuso della professione medica. Il processo è cominciato giovedì. Il caso risale a tre anni fa, quando i carabinieri del nucleo antisofisticazioni avevano chiuso il suo studio di Ivrea, dove praticava il metodo da lui inventato nel 2001 che si chiama occlusione-gravità. È, in sostanza, un trattamento che prevede una placca nella bocca che aiuterebbe nella masticazione (occlusione) e di conseguenza servirebbe a migliorare la postura del corpo e il suo equilibrio. Il condizionale è d’obbligo. Formia ha scritto della sua invenzione in un libro e questo suo trattamento è stato oggetto anche di interrogazioni parlamentari. La parlamentare del M5s Giulia De Vita ha infatti presentato un’interrogazione nel gennaio 2014 per sollecitare una risposta all’istituzionalizzazione del metodo Og, richiesta dallo stesso Formia nel 2011. Esiste anche un comitato per la promozione e la tutela del metodo scoperto da Formia che, fin dall’inizio di questa vicenda, ha sempre chiarito di non essersi mai spacciato per un medico in quanto, in sintesi, è il primo a dire che il metodo «Og è un trattamento come può essere un trattamento per il benessere fatto da un operatore Shiatzu o per il miglioramento delle prestazioni atletiche fatto da un personal trainer». Ed è evidente, quindi, che un processo di questo tipo catalizza interesse.
A denunciare Formia anni fa erano stati l’Ordine dei medici e odontoiatri del Piemonte e l’Andi, l’associazione nazionale dentisti italiani, che al processo si sono costituiti parte civile con gli avvocati Roberto Longhin e Paola Pianciroli. Secondo l’Ordine dei medici e odontoriatri e l’Andi, l’’applicazione di placche mandibolari spetta appunto solamente ai medici dentisti o odontoiatri.
Di contro, Formia ha, da anni pubblicizza il sistema “Og Occlusione-gravità” da lui ideato (ha anche un sito internet) per riequilibrare la postura delle persone tramite appunto un “morso” indurito da inserire tra i denti, così, secondo lui, da alleviare dolori alla schiena e cefalee.
Francesco Miraglia è l’avvocato di Formia: «Il mio cliente è a giudizio per abuso di professione medica, ma mai si è definito medico né ha mai preteso di curare le persone, ma solo di alleviare un loro sintomo, riequilibrandone la postura. Formia continua a definirsi musicista, professione che ha svolto per quasi tutta la vita, e non si è mai sognato di promuovere attività mediche». Il punto? Il punto, per l’avvocato è la postura: «La posturologia – spiega Miraglia – non è una branca della medicina e non sono i medici ad occuparsene e non esiste nemmeno la definizione di chi debba occuparsene: lo fanno figure anche riferibili alla medicina alternativa, sfuggendo ancora a una normativa e a una definizione di riferimento. Sicuramente non deve essere catalogata come disciplina medica o odontostomatologica. In questo quadro indefinito si inserisce il mio cliente, che mai ha avanzato pretese di curare, ma semplicemente di alleviare alcuni sintomi che le persone presentano se non mantengono il corpo in equilibrio». «Per assurdo – incalza l’avvocato – il principio che sottostà alla denuncia presentata contro il mio cliente equiparerebbe una madre che allevia il mal di pancia del figlioletto tramite l’utilizzo di una borsa dell’acqua calda a una rea di esercizio abusivo della professione medica: in realtà sta alleviando un sintomo, non curando la causa del mal di pancia». Prossima udienza il 28 giugno. L’avvocato di Formia promette battaglia: «Porteremo la nostra tesi, smontando anche le affermazioni del perito del tribunale».

Miraglia: «Indagini superficiali»

 

Strali dal legale di Valerio sul caso del teste morto e “resuscitato”

REGGIO EMILIA. Il caso del presunto ricattato Salvatore Soda dato per morto dai carabinieri e “resuscitato” a fine udienza per bocca del teste Domenico D’Urzo – che lo aveva incontrato poco tempo fa – tiene ancora banco ai margini del processo Aemilia. Un “giallo” innescato dal maresciallo dei carabinieri Emilio Veroni (del Nucleo investigativo di Modena) rispondendo nel controesame a una domanda dell’avvocato Pasqualino Miraglia, difensore di Antonio Valerio che con altri tre è nei guai per questa estorsione. Ora, a scagliarsi contro le ricostruzioni degli investigatori, è Francesco Miraglia, anch’egli legale di Valerio. «Non solo prove indiziarie, ma adesso pure le presunte persone offese che non vengono mai sentite perché date per morte, ma che invece potrebbero essere vive e vegete» scrive in un comunicato Miraglia. «L’ennesima riprova che il processo Aemilia, che si sta svolgendo su presunte estorsioni legate alla ’ndrangheta calabrese a Reggio Emilia, pare tanto basato su indagini superficiali e approssimative. Ne ha dato notizia anche la stampa, della presunta vittima, Salvatore Soda, che i carabinieri non avrebbero sentito come teste in quanto sarebbe morto, ma che un amico, all’udienza di sabato, dice di aver visto non più tardi di dieci giorni fa. Ma come si fa a non appurare se la vittima sia viva oppure no? Il presidente del collegio ha incaricato di verificare questa morte presunta, e ben vengano indagini supplementari: ma non sarebbe stato meglio farle prima? Chissà che adesso, almeno, riusciremo a sapere se le pesanti accuse rivolte al mio assistito, Antonio Valerio, siano o meno fondate su basi accertate. Come mi pare, invece, finora non sia stato. Senza contare che già il maresciallo sentito sabato ha smentito il capo di imputazione nel quale si parlava di un feroce pestaggio, da parte del mio assistito. È talmente grottesco che ci sarebbe da sorridere se non fosse che un processo sommario e indiziario come questo, oltre a costare tempo e denaro pubblico, si sta giocando sulla pelle delle persone accusate, tra cui appunto il mio

cliente. Il grande processo di mafia sbandierato anche mediaticamente come un grande evento, pare sgonfiarsi ad ogni udienza sempre di più. Se non si arriverà ad alcuna condanna – come mi auguro per il mio cliente – il processo Aemilia avrà forse il merito di aver fatto resuscitare trali dal legale di Valerio sul caso del teste morto e “resuscitato”

Minore 'effemminato',parlerà a Tribunale

Minore ‘effemminato’,parlerà a Tribunale – Veneto – ANSA.it

Provvedimento sospeso, ragazzo non ha mai lasciato casa madre

(ANSA) – VENEZIA, 24 FEB – Il Giudice del Tribunale dei minori di Venezia ha sospeso l’allontanamento dalla madre del ragazzino padovano, oggi 14enne, chiesto dalla Procura perché viveva in un ambiente ritenuto non idoneo e ‘tutto al femminile’ che lo avrebbe portato ad avere atteggiamenti definiti ‘effeminati’.

    L’ordinanza del magistrato è stata emessa oggi, a distanza di meno di un mese e mezzo dall’udienza nella quale la mamma aveva fatto ricorso, supportata dall’avv. Francesco Miraglia, che aveva predisposto una memoria. Il ragazzino, nel frattempo, è sempre rimasto con la madre, separata dal marito e padre del minore, che pare non voglia avere più nulla a che fare con la famiglia. Il Giudice ha sì accolto la richiesta della, con la sospensione dell’allontanamento del figlio, ma nel farlo ha disposto “l’audizione del giovane” che deve avvenire “senza la presenza ne’ dei genitori, ne’ degli avvocati, al fine di permettergli di esprimersi liberamente”.

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