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Allontanata da casa perchè i genitori sono poveri, tredicenne scappa dalla comunità per vederli

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Il Tribunale dà ragione alla ragazzina e la reintegra in famiglia

L’adolescente aveva registrato l’assistente sociale mentre denigrava i suoi genitori, per convincerla ad andare in affidamento.

 

TRENTO. Cosa c’è dietro agli allontanamenti da casa e agli affidamenti in strutture e in famiglie affidatarie? C’è da chiederselo una volta di più, alla luce dell’ennesimo caso, che ha visto – fortunatamente – un esito felice in questi giorni. «Non solo una ragazzina per anni è stata allontanata dai suoi genitori perché indigenti» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia «ma addirittura, dalla sua nativa Trento, è stata portata in comunità a Milano, come se nella sua Regione non ci fossero strutture idonee. I genitori, contando su un reddito minimo, non potevano pertanto andare a trovarla se non una volta al mese e a fronte di enormi sacrifici. Questo ha compromesso di molto il benessere della ragazzina, che doveva essere, invece, l’unico interesse degli assistenti sociali nel moment in cui l’hanno fatta allontanare. Scandaloso poi che proprio uno di questi assistenti, durante un incontro con l’adolescente che lei ha registrato, le abbia parlato male dei genitori, denigrandoli e giudicandoli incapaci di prendersi adeguatamente cura di lei, con l’intento di convincerla ad accettare l’affidamento in una famiglia milanese. Inaccettabile perché non si capisce, in tutto questo, dove sia l’interesse per la bambina e il suo benessere». La quale ad un certo punto è scappata dalla comunità milanese, facendo ritorno a casa

L’avvocato Miraglia ha presentato pertanto ricorso al Tribunale dei minori di Trento, che ha accolto la sua istanza: innanzitutto sono cambiati i servizi sociali chi compete seguire la ragazzina ed è stato deciso che sarà supportata nell’ambiente familiare e anche nello studio, ma soprattutto che potrà finalmente dormire nel suo letto e stare con mamma e papà tutti i giorni.

«Quando le decisioni vengono assunte con buonsenso, dando priorità all’aspetto umano e non burocratico» prosegue l’avvocato Miraglia, «si riesce, come in questo caso, a fare il bene dei minori, che deve essere il fine primo dei provvedimenti che vengono emessi a loro tutela, come appunto l’‘allontanamento da casa. C’è da domandarsi a chi abbia giovato tutto questo: alla ragazzina no, perché è stata per anni infelice. Ed è costata tanto non solo in termini di sofferenza, ma anche economica: quanti soldi pubblici sono costati gli anni in cui è stata alloggiata a Milano? Quante gravose spese i suoi genitori hanno dovuto sobbarcarsi per andare a farle visita almeno una volta al mese? Non era forse meglio, con gli stessi soldi, aiutare economicamente la famiglia a risollevarsi e permettere che questa ragazzina potesse vivere serenamente a casa propria? Inizialmente, invece, questo nucleo familiare è stato penalizzato – pur nella provincia di Trento, da anni in cima alla classifica delle città maggiormente vivibili anche per la qualità dei servizi offerti alla persona – per le difficoltà economiche in cui versava. “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo” scriveva Manzoni nei “Promessi Sposi”: verità inconfutabile,oggi come allora».

 

 

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In risposta alla Procura Minorile.

By | Evidenza, Minori, Primo Piano | No Comments

Dopo l’intervento del Procuratore Minorile facenti funzione:

Nessun inerzia della Procura”, in qualità di avvocato difensore della madre della bimba, sento il dovere nuovamente di rivolgermi all’opinione pubblica.

In primo luogo, né il sottoscritto né la sua assistita vogliono polemizzare con il Procuratore, ma quanto sostiene la stessa Procura è inaccettabile.

In  primis come cittadino italiano, in secondo luogo come avvocato di fiducia.

E’ inaccettabile sostenere che non ci sia stata nessun inerzia se ad oggi, a distanza di due mesi e mezzo, la madre non ha notizie della figlia e non sa nemmeno quali sono i motivi per cui le è stata allontanata la figlia.

Il Procuratore della Repubblica Minorile ben dovrebbe sapere che lo spirito normativo del 403 è l’urgenza, l’immediatezza e la celerità  sia da parte di chi lo attua sia da parte di chi ha per dovere l’impulso processuale e sia da parte di chi istituzionalmente  deve ratificarlo.

Secondariamente, mi sembra quantomeno discutibile l’atteggiamento della  Procura che,  invece di rispondere sul perché di tanto “ritardo”, cerca di sviare entrando nel merito della questione.

Oltretutto la Procura ben dovrebbe sapere che la difesa, nel momento in cui non riesce a prendere visione degli atti né a costituirsi in giudizio, ha poco da dire sul merito.

Ancora più inaccettabile è sostenere che la Procura, il 12 ottobre u.s. abbia inoltrato il ricorso al Tribunale.

In altre parole, come dire, se c’è una colpa non è la nostra.

Un dato è certo, dal 26 settembre ad oggi 7 dicembre la madre non ha avuto alcuna notizia della figlia  né da parte dei servizi né da parte delle autorità giudiziarie che non hanno messo in grado la signora di quel sacrosanto diritto, eventualmente, di difendersi

E’ tutto sulla pelle dei bambini.

E’ inverosimile che anche sui bambini vige quel principio consolidato nel nostro paese che la colpa è sempre di qualcun altro.

Mi permetto di suggerire al Procuratore della Repubblica di leggere quanto un Giudice Minorile, già nel 2011 sosteneva: “ il Provvedimento amministrativo con cui i servizi sociali, in via provvisoria ed urgente, prelevano dall’abitazione famigliare un minore (ex art. 403 c.c.) non può essere ratificato dal Tribunale dei Minori ma anzi deve essere revocato dove non sia adeguatamente motivato, con conseguente ordine di ricollocamento immediato del minore stesso nel proprio ambiente famigliare”.

Voglio concludere rivolgendomi, senza presunzione, sia al Procuratore della Repubblica facenti funzioni, sia al Presidente del Tribunale consigliando una riorganizzazione delle cancellerie che possa prevedere una corsia preferenziale su provvedimenti ex art. 403 c.c. attuati da un ente amministrativo che vanno ad incidere direttamente sulla libertà e sulla vita di ognuno di noi.

Affinché siffatti casi non avvengano mai più.

 

 

comitato etico

Riconosce una figlia avuta con una donna romena, il Tribunale per i minori gliela toglie.

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Sentenza annullata dalla Corte d’Appello: il Tribunale dei Minori non aveva nemmeno titolo per intervenire

  

MODENA. Una bimba allontanata da casa senza motivo. Una coppia di genitori che ha vissuto due anni di angosce perché il Tribunale dei Minori voleva sottrarle la piccina che vive con loro, senza che vi fosse un maltrattamento, uno stato di indigenza, una qualunque forma di abuso o sofferenza. Soltanto perché la piccola è stata riconosciuta dall’uomo, italiano, in seguito a una relazione avuta in Romania con una donna che non è sua moglie.

L’ha cresciuta per sei anni credendola sua, scoprendo di non essere in realtà il padre naturale solo nel momento in cui il Tribunale dei Minori, all’interno del pretestuoso provvedimento di allontanamento della piccola da casa richiesto dai Servizi sociali, ha chiesto l’esecuzione del test di paternità. L’uomo però non vuole abbandonare la piccina, cresciuta con lui e con la moglie come se fosse figlia loro, tanto che la moglie stessa ne ha richiesto l’adozione.

Il fatto più inconcepibile è che questa vicenda il Tribunale dei Minori non avrebbe nemmeno dovuto trattarla, in quanto di competenza del Tribunale Ordinario. Il provvedimento, infatti, è stato annullato dalla Corte di Appello di Bologna. Se il Tribunale dei Minori non avesse mai avviato il procedimento, questa famiglia si sarebbe risparmiata le sofferenze e il continuo stato d’ansia e di tensione per la paura di vedersi strappare la bambina, scioltosi solo al momento dell’annullamento della sentenza.

«Ecco l’ennesimo caso in cui i Servizi sociali intervengono per ideologia, non per reale necessità o tutela del minore e della sua famiglia» dichiara l’avvocato Miraglia del Foro di Modena, legale della coppia che ha cresciuto la piccola. «Mi auguro che almeno chi di dovere chieda quanto meno scusa alla bambina e alla sua famiglia. Per quanto riguarda il Tribunale dei Minori risulta incredibile come dei giudici possano non conoscere le norme, visto che hanno giudicato su materia che appartiene di competenza al Tribunale Ordinario, disponendo addirittura l’allontanamento della bambina.
Spero che il nuovo Presidente, che ha già dimostrato sensibilità e competenza diversa rispetto alla precedente gestione, prenda posizione di fronte ad uno sbaglio così grossolano da parte dei suoi sottoposti».

La vicenda, alquanto ingarbugliata, è un intreccio di affetti sinceri e fredda burocrazia. Inizia con un uomo e la relazione che questo intesse con una donna romena, la quale a un certo punto gli comunica di aspettare una figlia da lui. L’uomo non ci pensa nemmeno a porsi dei dubbi sulla reale paternità della piccina e, quando nasce, la riconosce immediatamente come figlia sua. Visto che la madre non intende occuparsene, la porta con sé in Italia e la cresce con sua moglie proprio come se fosse figlia loro.

Per regolarizzare la posizione della famiglia, la moglie chiede quindi di poterla adottare per diventarne madre a tutti gli effetti, mettendo in moto però una disastrosa reazione a catena, che vede infine i Servizi Sociali chiedere l’allontanamento della piccola e segnalare la vicenda alla Procura e alla Procura dei Minori. Che ci fa questa bimba in casa loro? Da dove l’hanno presa? sono i dubbi che sorgono alle assistenti sociali, sulla base dei quali presentano la segnalazione. Il Tribunale dei Minori prende in esame la questione e acconsente alla richiesta di allontanamento della piccola, disponendo il provvedimento e stabilendo che venga affidata altrove. Stabilisce inoltre che l’uomo si sottoponga al test di paternità. Che a sorpresa dimostra, in realtà, come lui non sia il padre biologico della bimba, ma solo quello legale, in quanto il Tribunale romeno ha accettato nel frattempo il suo riconoscimento di paternità.

«Abbiamo immediatamente presentato ricorso» prosegue l’avvocato Miraglia «e la Corte d’Appello di Bologna ha accolto la nostra tesi difensiva, revocando il provvedimento di allontanamento e riconoscendo pure la non competenza in materia del Tribunale dei Minori. La piccola ora può continuare a vivere serena con quelli che fin dalla nascita ha considerato i suoi genitori, ma mi auguro sinceramente che qualcuno chieda scusa a questa famiglia per i quasi due anni di angoscia che il provvedimento di allontanamento ha fatto vivere loro».

La redazione

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Roma: era fuggita dalla comunità, ora torna in famiglia

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Ottima sentenza del Tribunale di Roma che ha preso atto della ferma volontà della minore di voler rientrare presso i suoi genitori nonostante il parere contrario del tutore

 

Roma. Nell’agosto del 2013 aveva fatto preoccupare tutt’Italia scappando dalla casa famiglia in cui era ospitata e dandosi alla “macchia” per oltre un mese nonostante l’interessamento della trasmissione Mattino Cinque, che aveva dato l’opportunità alla zia di fare un appello per ritrovare la bambina. Ora finalmente potrà riunirsi ai suoi cari. L’avvocato Francesco Miraglia, legale della famiglia ha dichiarato: “Non posso essere che soddisfatto di questa decisione del Tribunale minorile di Roma per i genitori e soprattutto per la ragazza che finalmente potrà vivere la sua normalità. Ancora una volta, non posso che sottolineare come per semplici valutazioni soggettive o a volte per pura e semplice ideologia le famiglie si trovino a vivere per anni dei veri e propri gironi infernali che superano di gran lunga quelli danteschi. La tutela della famiglia, dei minori, la gestione della strutture, il funzionamento dei servizi sociali meritano un’attenzione diversa e seria rispetto a quanto succede oggi. Molti, troppi, nostri politici e non solo si riempiono la bocca di paroloni quando si parla di famiglia e di minori soprattutto nel periodo elettorale per poi dimenticarsene alla velocità della luce. Spero che quanto prima nasca un vero e proprio movimento che possa farsi portavoce di quei diritti che spesso e volentieri vengono completamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli”. Già in occasione della fuga l’avvocato aveva pubblicamente criticato i servizi sociali per la loro superficialità e per il mancato ascolto della bambina. Infatti la bambina aveva sempre rifiutato la comunità fino al tragico epilogo della sua fuga: forse sarebbe stato preferibile ascoltarla e, invece dell’allontanamento, attivare un progetto di sostegno e di aiuto. Invece sono dovuti passare altri due anni. Ricordiamo che quando la bambina è stata allontanata frequentava con successo la scuola e non aveva nessuna patologia psichiatrica. Ora, dopo due anni di mancato ascolto della sua volontà e di allontanamento coatto dai suoi affetti, ha passato l’esame di terza media per il “rotto della cuffia”, ha dovuto interrompere il primo anno di Liceo per le “difficoltà incontrate nel tipo di studi”, ed è addirittura costretta ad assumere psicofarmaci. Adesso ai genitori spetterà un duro compito di recupero, ma non saranno soli. La ragazza e la famiglia, oltre che dal servizio sociale, saranno seguiti anche dal SISMIF –Servizio per l’integrazione ed il sostegno dei minori in famiglia– al fine di permetterle di superare con successo l’istituto turistico triennale in cui ha deciso di iscriversi, e di riacquistare la serenità e tranquillità che solo una famiglia le potrà dare. Come comitato continueremo a monitorare la famiglia e siamo fiduciosi che non verranno commessi altri errori. Finalmente la vicenda si sta risolvendo bene e diamo atto al tribunale di aver finalmente recepito la Convenzione di New York che, essendo stata ratificata dall’Italia, è a pieno titolo una legge dello Stato. Non possiamo però non criticare il comportamento del tutore in primis, che invece di ascoltare la minore sotto la sua tutela, ha, a nostro avviso, preferito adeguarsi a certe teorie psichiatriche che non riconoscono pienamente la volontà dei minori. Secondo tali balzane teorie che noi come Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani combattiamo da anni, tale volontà sarebbe il frutto del condizionamento ambientale e come tale non andrebbe accettata. Sarebbero teorie ridicole se non fosse per le tragiche conseguenze di tali idee che purtroppo trovano credito in certi ambienti e tra certi sedicenti professionisti. Critichiamo altresì gli psichiatri che hanno avuto e hanno in cura la bambina. Crediamo che invece di “sedare” il disagio di questa ragazza non ascoltata e sballottata qua e là da una comunità all’altra, avrebbero dovuto farsi interpreti presso il giudice del suo grido di dolore. La bambina potrà ora avere un futuro sereno perché la sua volontà è stata finalmente accolta: non ci sarà più bisogno –ne siamo certi– di ricorrere a potenti psicofarmaci neurolettici.

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Mamma assolta dall’accusa di violenza sessuale ma continua a non poter vedere i figli

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Mamma assolta dall’accusa di violenza sessuale ma continua a non poter vedere i figli

La mamma di Cesate racconta la sua storia nella  trasmissione La Malagiustizia vissuta dai cittadini

Esprimere la propria indignazione, raccontare la propria esperienza di malagiustizia per evitare che altri simili episodi si ripetano. Con questo intento il 26 ottobre Rosanna Romano, accompagnata dal suo legale Francesco Miraglia del Foro di Modena che ha seguito il caso sarà ospite della trasmissione La Malagiustizia vissuta dai cittadini… su Italia 53. Tra gli altri sarannoospitati anche Pino Zarrilli del Comitato Spontaneo Cittadini Contro la Malagiustizia, Gino Sannino di Firenze, nonché in diretta telefonica l’avv. Francesco Morcavallo di Roma.

Una vicenda triste a cui la redazione del programma ha voluto dare voce approfondendo le vicissitudini di questa mamma che abita a Cesate, nell’hinterland milanese e che da diversi anni non può vedere i suoi figli (di 8 e 6 anni) perché in un primo tempo accusata di aver saputo che i suoi figli venivano abusati e di non aver fatto nulla per impedirlo e ora, nonostante sia stata assolta con formula piena, perché deve sottoporsi a nuovi accertamenti giudiziari e psicologici al fine di dimostrare di essere un “buon genitore”.

Una denuncia pesante, un’enorme bugia quella a cui è stata sottoposta la donna, che di recente è stata smascherata con l’assoluzione della stessa dal reato di violenza sessuale. Malgrado Rosanna Romano sia stata dichiarata innocentecontinua a vedere pochissimo i suoi figli.

Dopo essere stata assolta lo scorso 9 luglio del 2013– ha spiegato Rosanna Romano – ho potuto rivedere mia figlia per un’ora (ogni due mesi), mentre mio figlio non lo vedo da tre anni e mezzo. Attendo ancora che le cose cambino.”

Da parte sua l’avvocato Miraglia ha sottolineato come: “la situazione sia paradossale in quanto mamma Rosanna, dopo essere stata assolta, deve ora sottoporsi a un altro processo che è quello della reintegrazione della patria potestà e dimostrare di essere capace di fare la mamma. Inoltre il capo di imputazione era riferito ad un periodo in cui la mia assistita, per assurdo, non frequentava e non vedeva i figli che erano già stati collocati dalla nonna come suggeritole dai Servizi Sociali. Ha dovuto difendersi da un’accusa che inevitabilmente non c’era. Lo abbiamo fatto presente alla Procura, al giudice per le indagini preliminari … ”.

Ora malgrado la situazione sia chiarita Rosanna Romano è stata invitata a fare ulteriori percorsi per poter rivedere i propri figli, che prevedono incontri con lo psicologo e visite“protette” con i figli.

Ho deciso nel 2009 di lasciare mio marito – ha concluso la donna – dopo tante percosse, e ho chiesto aiuto ai servizi sociali per un collocamento in casa famiglia dopo aver fatto denuncia ai Carabinieri. Non essendo possibile mi hanno invitato a portarli dai suoceri. Io fino ad agosto 2009 non ho mai avuto problemi con loro, poi…”.

In seguito l’inizio del calvario che ci auguriamo possa terminare presto, permettendo a una famiglia di ritornare ad essere tale.

La redazione

 

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Mamma troppo amorevole. Il tribunale allontana il figlio per 4 anni poi ci ripensa

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“Il Tribunale per i minorenni di Trento ha emesso oggi un decreto in cui si esplicita l’incompetenza e inadeguatezza della giustizia minorile nel nostro paese e di alcuni servizi sociali della nostra Provincia”. Ad affermarlo è il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus, in una nota stampa.

“Nel corso dell’udienza il giudice ha affermato, con mio sconcerto, «ora la ‘palla’ passa ai genitori» – ci riferisce l’Avvocato Francesco Miraglia, legale della mamma – per prima cosa un bambino non è una ‘palla’ e secondo, non è assolutamente accettabile che un Tribunale chiuda una vicenda, che ha riguardato un bambino allontanato con la forza dai suoi genitori per 4 lunghi anni perché non sa in buona sostanza cosa fare”. Ancora più incredibile, prosegue l’Avvocato Miraglia, si legge sempre nella nota “…è che lo stesso Servizio Sociale che 4 anni fa aveva sollecitato l’allontanamento del bambino perché la mamma era troppo amorevole, oggi chieda la revoca del suo incarico”. il Servizio Sociale e il Tribunale per i minorenni “hanno sbagliato adesso o hanno sbagliato prima?” Probabilmente “…hanno sbagliato sia adesso che prima”, spiega l’avvocato. E prosegue: “Ciò che mi preoccupa sia come avvocato che come cittadino è la completa impunità di questi professionisti che sicuramente non pagheranno nulla per la sofferenza che hanno causato a questo bambino e alla sua famiglia per 4 anni. Mi auspico soprattutto – conclude l’avvocato – che l’operatore referente del caso in questione non si occupi mai più di minori e di famiglia.”

La vicenda che riguarda questo bambino e la sua mamma era iniziata con una perizia di una psicologa locale, “…una perizia – insiste – che alla luce degli eventi attuali ha evidenziato tutta la discrezionalità e fallacità di discipline quali la psichiatria e la psicologia. Secondo la Ctu, infatti, il bambino doveva essere sottratto perché la mamma era troppo amorevole e accuditiva. A nulla sono servite più di 30 dichiarazioni di conoscenti, incluso un monsignore e un consigliere provinciale, che sostanzialmente asserivano che il bambino stava bene ed era felice”. Dalle indagini era emerso che “…non c’era nessuna evidenza di abuso nei confronti del minore – spiega -, anzi secondo i documenti delle indagini effettuate sulla vicenda dal comando locale dei carabinieri, che stranamente risultano ancora congelate, le maestre del bambino hanno dichiarato che la consulente e l’assistente sociale avrebbero sostanzialmente tentato di persuaderle a dare un’immagine negativa della mamma, cosa che le maestre si sono rifiutate di fare dato che il bambino stava bene e non manifestava alcun segno di disagio”.

Nulla da fare, prosegue il legale “…la psicologa aveva sentenziato: il bambino andava allontanato dall’ambiente “pericoloso” (cioè la mamma amorevole) senza alcun reale segno di abuso, anzi in contrasto con le prove oggettive. Tralasciamo tutte le altre vicissitudini, errori, incongruenze, incluso il fatto che per oltre due anni dopo l’allontanamento il papà non ha mai visto il figlio – commenta il legale -, e veniamo a oggi e alla sconvolgente conclusione del Tribunale: “Ritenuto infine che, ferma la necessità di un sostegno psicologico per Lorenzo (nome di fantasia) e per ciascun genitore, la cui attuazione va rimessa all’auspicabile senso di responsabilità dei genitori, si reputa esaurita la funzione del Servizio Sociale quale affidatario del minore, in considerazione degli oggettivi limiti di poter incidere ulteriormente ed in modo produttivo su un assetto relazionale familiare strutturato e poco permeabile come quello formatosi tra la madre e il figlio e tenuto comunque conto della maturazione ed evoluzione acquisite da Lorenzo grazie al rapporto instaurato con gli educatori ed alla ripresa dei rapporti con il padre”. Il tribunale ha disposto: 1) la revoca del collocamento residenziale, 2) la revoca dell’affidamento educativo assistenziale del minore al Servizio Sociale, 3) la revoca del curatore speciale del minore”.

Se traduciamo la frase “in considerazione degli oggettivi limiti di poter incidere ulteriormente ed in modo produttivo” con “non sappiamo che pesci pigliare” e la frase “va rimessa all’auspicabile senso di responsabilità dei genitori” con “ora la palla passa a voi”, forse il decreto risulterà comprensibile anche a chi non conosce il lessico legale” fanno sapere dal comitato.

“Questo comitato si auspica, pertanto, che un Servizio Sociale e un Tribunale per i minorenni siffatti vengano rivisti prima possibile e soprattutto che venga inserito anche per questi professionisti il sacro santo principio secondo cui chi sbaglia deve pagare e non lavarsene le mani”.

 

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Esclusivo: intervista all’avvocato della madre troppo amorevole

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Quattro anni fa, quando aveva 9 anni, il Tribunale dei Minori di Trento aveva sottratto questo bambino alla madre, affidandolo a una comunità.

Un allontanamento drammatico, avvenuto mentre il bambino si trovava scuola, dove le assistenti sociali giunsero insieme ai vigili durante la ricreazione, per portarlo via.

La madre, accorsa con la nonna appena saputo del provvedimento, aveva cercato in ogni modo di impedire che le venisse tolto il figlio. Le si imputava un eccessivo amore verso il bambino, un attaccamento ossessivo tale da non lasciarlo crescere nella sua individualità e, temendo i pericoli, di volerlo tenere lontano da tutto e da tutti, specialmente dal padre, da cui vivevano separati. Ora dopo quattro anni il bambino è tornato finalmente a casa.

L’avvocato della mamma è Francesco Miraglia del foro di Modena insignito del Premio Internazionale Medaglia D’oro “Maison des Artistes 2012” con la seguente motivazione: “Avvocato penalista, giornalista pubblicista ed esperto di diritto Minorile e di Famiglia, si è generosamente schierato in difesa dei più deboli, dei senza ascolto e nelle condizioni socio-economiche più svantaggiate, sfidando apertamente e controcorrente le autorità costituite.“

Recentemente Miraglia ha partecipato al convegno “La Tutela dei Diritti dei Minori” presso l’Hotel Adige di Trento.

Perché ha accettato di rilasciare quest’intervista?

Quando alcuni anni fa sono stato incaricato dalla mamma di assisterla a riportare il figlio a casa, dopo aver letto le carte ho individuato degli aspetti discutibili e poco chiari. Ho mandato una lettera ai servizi sociali per chiedere spiegazioni su questi aspetti, in particolare in merito al progetto stilato dai servizi per sostenere e aiutare per la famiglia.

Per tutta risposta il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Trento mi ha denunciato presso l’ordine degli avvocati. Non riuscivo a comprendere il senso di questa segnalazione per il semplice fatto di aver chiesto dei chiarimenti. E per mia fortuna l’ordine è stato del mio stesso avviso ed ha archiviato la segnalazione perché manifestatamente infondata. Ma questo episodio mi ha fatto riflettere.

Che cosa non le quadrava?

Per prima cosa il fatto che il padre non vedesse il bambino da ben due anni. E poi le continue richieste inascoltate del bambino di tornare a casa con manifestazioni anche plateali come il fatto di scrivere su tutti i quaderni di scuola o il fatto di non tagliarsi i capelli.

Ho semplicemente chiesto per capire qual era il progetto alla base della decisione di allontanare il bambino. Che cosa si stesse facendo per riportare il bambino a casa. Ma questa mia semplice richiesta è stata considerata tale da influire sulla serenità degli operatori. Tutto questo mi sembra assurdo.

Come siete riusciti a sbloccare la situazione?

Devo ringraziare le associazioni che si sono mosse per mediare tra la madre e il padre. L’associazione Figli per sempre, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani e il gruppo multidisciplinare del consigliere Gabriella Maffioletti sono riusciti a far incontrare il padre e la madre per il bene del bambino.

Da lì in poi le cose sono cominciate a migliorare. Il padre e la madre hanno cominciato a collaborare: pensi che hanno persino chiuso il divorzio in maniera consensuale e la madre ha cercato di convincere il bambino a vedere il padre. Alla fine il bambino ha accettato di farlo e man mano le cose si sono tranquillizzate e rasserenate. In altre parole si è riusciti a fare tutto ciò che il servizio sociale non è riuscito a fare.

Quindi ora stava andando tutto bene?

Magari fosse così. Per cominciare i Servizi Sociali hanno ritardato l’esecuzione del decreto adducendo dei problemi organizzativi e logistici: in pratica gli operatori coinvolti erano in ferie e quindi il calendario delle visite è stato ridotto. Ma la sorpresa più grande è stata dopo l’udienza di ottobre.

Perché?

Le visite stavano andando bene e il bambino vedeva sia il padre che la madre. Finalmente in ottobre il tribunale ha deciso di sentire il bambino che ha espresso la sua volontà di tornare a casa tanto, che il redattore del verbale ha scritto: “Il bambino ribadisce che vuole tornare a casa.”

Ma il giudice, nonostante la manifesta volontà del bambino, ha deciso di rimandare tutto a giugno dell’anno successivo adducendo delle motivazioni di natura psicologica senza alcun reale indicatore di pericoli o pregiudizi per il bambino. Quindi abbiamo fatto appello. Ma nel frattempo il minore ha preso in mano la situazione.

Che cosa è successo?

Un bel giorno il bambino è uscito da scuola e invece di tornare in struttura è andato a casa della madre dicendole che non sarebbe più tornato in struttura.

La madre quindi ha chiamato il padre e mi ha informato degli avvenimenti e abbiamo informato i Servizi Sociali che in un primo momento hanno continuato a seguire il modello coercitivo e volevano forzare il bambino a tornare in struttura senza ascoltare le sue richieste ed esigenze, ma poi hanno deciso di lasciarlo a casa.

Infatti il ragazzo, ormai dodicenne, era sereno, viveva con la mamma e vedeva regolarmente il padre, cui si era progressivamente avvicinato. Il suo profitto scolastico era buono e anche il suo atteggiamento psicologico: il suo avvicinarsi alla madre, pertanto, ha avuto effetti soltanto positivi.

E la Corte di Appello di Trento ci ha dato ragione: il ragazzino, vista la serenità che aveva raggiunto, poteva rimanere con lei, poteva continuare a vedere il padre ogniqualvolta lo desiderasse, sempre seguito dai Servizi sociali, che periodicamente dovranno relazionare al Tribunale i suoi progressi. Una grande vittoria: finalmente il bambino veniva “ascoltato”. Ora però tutto torna al Tribunale dei minorenni anche se siamo certi che non potrà far altro che confermare la soluzione positiva della vicenda.

Lei ha detto che state valutando di agire legalmente. Perché? 

Il Tribunale dei Minori spesso interviene con dei provvedimenti sulla base di principi che salvaguardino la sicurezza dei bambini, senza però entrare nella specificità delle situazioni.

Il giudice avrebbe dovuto ascoltare il ragazzo, che aveva persino scritto una lettera al Presidente del Tribunale, chiedendo di poter rientrare a casa dalla madre. Se le procedure seguite dai Tribunali dei Minori sono corrette nella forma, dovrebbero però avere maggiore elasticità, valutando i casi nella loro specificità. Esattamente come si è comportata la Corte di Appello con il decreto del 27 marzo scorso, che non si è limitata ad applicare la legge, ma ha dato ascolto alle richieste del ragazzino.

Per tutto il tempo in cui il ragazzo è rimasto inascoltato e lontano da casa: i danni e le sofferenze che tutto questo gli ha causato sono stati immensi. Oltre al necessario risarcimento alla famiglia e al minore per i danni subiti, è necessario che chi ha sbagliato se ne assuma le sue responsabilità e che le procedure e i protocolli errati vengano cambiati.

È indispensabile passare da una cultura della forza e della sopraffazione a una cultura dell’ascolto e della comprensione. Nessuno ha la verità in tasca e certe decisioni integraliste imposte con la forza della legge a dispetto delle sofferenze e opposizioni dei minori e delle famiglie devono finire. I minori vanno ascoltati non contenuti, vanno compresi non forzati. Le azioni legali che intraprenderemo non sono dettate da un desiderio di rivalsa ma dalla volontà di dare l’opportunità di cambiare affinché queste cose non debbano più verificarsi.

Gian Piero Robbi – giampi.robbi@gmail.com

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Trento, una sentenza innovativa che restituisce una famiglia a due bambini

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L’avvocato Francesco Miraglia, il CCDU e Gabriella Maffioletti di ADIANTUM, esprimono la loro grande soddisfazione per il primo affidamento intra-familiare giudiziale non richiesto dai servizi sociali.

Oggi infatti il Tribunale dei minorenni di Trento ha deciso di affidare due minori di 1 e 3 anni a una zia della madre, che è attualmente ospitata in una comunità di recupero. Da quanto ci è dato sapere, questa è la prima volta che il tribunale accetta questo tipo di collocamento non richiesto dai servizi sociali. Il provvedimento è immediatamente esecutivo e già domani i due bambini in tenera età potranno ritornare a godere dell’affetto di una famiglia e uscire dalla struttura residenziale.

Questa è una sentenza innovativa per il Trentino dato che è la prima volta, per quanto ne sappiamo, in cui si verifica questa eventualità, visto che solitamente questo tipo di affidamento viene proposto dai servizi sociali. In questo caso i servizi, sebbene i parenti avessero comunicato verbalmente la loro disponibilità, non li avevano informati della necessità di richiedere formalmente l’affido dei bambini e il tribunale si era convinto che non fossero interessati, decretando pertanto il collocamento in struttura dei bambini.

Interrogata in merito a ciò, l’assistente sociale incaricata del caso ha affermato che i parenti avrebbero dovuto attivarsi e che lei non aveva il compito di sollecitarli (…). Ci auguriamo che questo sia di monito per i parenti di famiglie che rischiano l’allontanamento dei figli affinché si attivino immediatamente per iscritto. Non è sufficiente comunicarlo verbalmente all’assistente sociale.

La storia di questi bambini era già salita all’onore delle cronache per le modalità di allontanamento, dato che il bambino di soli due anni era stato allontanato dalla madre mentre era in ospedale per partorire la seconda figlia. Un trauma gravissimo sia per la madre e la famiglia sia per il bambino, che non aveva potuto nemmeno salutare la madre. La vicenda aveva anche avuto dei risvolti politici con ben tre interrogazioni e una domanda di attualità presentate dal consigliere comunale Gabriella Maffioletti in merito alle modalità dell’allontanamento, alle scarse informazioni fornite alla famiglia e al mancato utilizzo delle risorse consistenti in una famiglia solida e unita. Questi due bambini hanno dovuto stare per più di un anno in una struttura: un trauma che probabilmente li segnerà per tutta la vita.

Ma questa vicenda è anche la dimostrazione di come un lavoro sinergico di rete può condurre a un esito positivo in situazioni anche apparentemente senza speranza. Grazie all’intervento dell’avvocato Miraglia, tutte le zie del bambino hanno ottemperato alle regolari procedure legali offrendosi di accogliere il bambino. I responsabili della comunità di San Patrignano, contattati da Antonella Flati dell’associazione Pronto Soccorso Famiglia, in stretta cooperazione con il consigliere Gabriella Maffioletti (che in pratica ha svolto le funzioni di assistente sociale) sono riusciti a convincere la mamma ad intraprendere un lavoro serio di recupero. Per non allontanare la mamma dal bambino e su suggerimento del SERT, la mamma è stata collocata presso la comunità di Camparta che ha svolto e sta svolgendo un ottimo lavoro. I famigliari invece, si sono impegnati a frequentare e frequentano regolarmente le riunioni del gruppo di San Patrignano per poter aiutare meglio la mamma nel suo percorso di recupero.

Così, il tribunale non solo ha decretato la revoca della sospensione della potestà genitoriale per la mamma, ma ha anche disposto che potrà vedere i bambini in visite non protette. Se pensiamo che solo un anno fa era stata avviata la procedura di adottabilità possiamo capire che in poco tempo sono stati fatti dei passi avanti prodigiosi. Il consigliere comunale Gabriella Maffioletti – che il 5 e 6 aprile prossimo sarà a Roma assieme ad altri professionisti come relatore del corso intensivo organizzato dall’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare – ha affermato: “Questa vicenda è un esempio lapalissiano di come, attraverso un lavoro sinergico con lo scopo condiviso di tutelare il diritto del minore a una famiglia, la possibilità di evitare o far cessare gli allontanamenti dalle famiglie sia reale e concreta, anche in casi molto complessi e delicati”.

Oltre al comportamento omissivo dell’assistente sociale, dobbiamo però muovere una critica ai servizi sociali e all’EMAF (Équipe multidisciplinare per l’affidamento familiare). Infatti i servizi (e in seguito l’equipe) erano stati incaricati di valutare questo affidamento intra-famigliare il 29 maggio 2012. Ora siamo a marzo e finalmente abbiamo una decisione definitiva: con un calendario intensivo di incontri e di visite questo si sarebbe potuto e dovuto fare in tempi molto più brevi. Non dimentichiamo che nel frattempo due minori in età tenerissima vivevano lontani dall’affetto di una famiglia in una struttura residenziale.

Fonte: Redazione
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comitato etico

Vivere senza psicofarmaci: è nato il comitato etico multidisciplinare

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VIVERE SENZA PSICOFARMACI E’ POSSIBILE

 

Vivere senza psicofarmaci è possibile. Questo quanto sostengono un gruppo di professori e ricercatori italiani, guidati dalla Professoressa Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia familiare, che dal 2004 ha applicato, prima a Catania poi a Roma, il programma “Vivere senza psicofarmaci”. Un progetto la cui validità ed efficacia è data dagli importanti risultati raggiunti nel corso degli anni su giovani pazienti e adulti provenienti dall’Italia, dal Nord Europa e dagli Stati Uniti.

Un programma quindi innovativo quello di “Vivere senza psicofarmaci” che segue un iter specifico come ci spiega la stessa Professoressa Palmieri:  “Si tratta di un progetto semplice nella sua applicazione in quanto la dismissione degli psicofarmaci è solo l’ultimo gradino di un percorso più ampio che si attua sul paziente, sulla sua famiglia e sul contesto ambientale nel quale la persona è inserita. Tra gli aspetti innovativi vanno sicuramente ricordati la possibilità per l’utente di poter essere ricoverato presso il proprio domicilio e di poter disporre di una formazione specifica che coinvolge i genitori e i parenti nella fase di svezzamento e di aiuto alla persona. Visti i traguardi raggiunti, ora puntiamo a far sì che il Programma esca dal nostro Istituto e si applichi, attraverso uno specifico protocollo, nella Sanità Pubblica e che i risultati ottenuti siano estesi alla comunità scientifica e sanitaria anche perché, ci tengo a sottolinearlo, questo progetto va nella direzione, intrapresa dal Governo, della standing review e della riduzione della spesa farmaceutica”.

Risultati che sono stati presentati lo scorso 7 luglio in concomitanza alla formalizzazione del Comitato Etico Multidisciplinare e che ha visto anche la partecipazione dell’onorevole Antonio Guidi che ha sottolineato: “Ritengo che un approccio senza psicofarmaci nell’infanzia sia una buona prassi di civiltà.  Si tratta di un metodo rivoluzionario quello proposto da questo Progetto ben consci di quanto spesso sia più facile ingoiare una pillola che mettersi  in discussione o prendere delle gocce piuttosto che creare delle dinamiche positive”.

Il Programma “Vivere senza psicofarmaci” si avvale di uno specifico Comitato Etico Multidisciplinare che rappresenta un vero e proprio organo di garanzia, di approccio scientifico e di multidisciplinarietà alla materia e il cui fine è anche quello di permettere l’estensione sociale del Progetto. Il gruppo di lavoro è costituito da  esperti quali:la Prof.ssa Vincenza Palmieri, l’On. Antonio Guidi, già Ministro della Famiglia e Sottosegretario alla Sanità,  il  Prof. Giuseppe Gulino, epidemiologo, Professore presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino e Direttore sanitario dell’azienda ospedaliera Als Torino4, il Dott. Giovanni Cozzula,  consulente igienico sanitario di Torino, la Dott.ssa Benedetta Massa, medico odontoiatra di Roma, il Dott. Antonio Spadaro, specialista in Neurologia e Neurochirurgia di Roma, il Dott. Massimo Lucchetti,cardiologo, Primario presso la  casa di Cura Villa Pia di Roma, l’Avvocato penalista e dei Minori  Eleonora Grimaldi, la Dott.ssa Tiziana Mandarino, medico di base di Roma – Testaccio,  l’avvocato penalista Francesco Miraglia esperto in diritto di famiglia e diritto minorile del Foro di Modena, il Dott. Pier Bonici, Formatore, il Dott. Gepi Prete, Medico Chirurgo.

Nei prossimi mesi il Comitato lavorerà attivamente per tutelare da una parte i bambini che sono sempre più oggetto di attenzione da parte delle case farmaceutiche e i giovani spesso vittime della doppia diagnosi psichiatrica, dall’altra per contrastare qualsiasi forma di abuso psichiatrico sui minori, compresi quelli ricoverati presso le Case Famiglia, sulle donne e su tutti coloro che sono vittime di informazioni sbagliate e di inganni terapeutici.Il tutto mentre pone in essere un intenso programma che vedrà la sua realizzazione sin dai primi giorni di settembre.

 

 

Ecco il link al video:

http://www.youtube.com/watch?v=SD5_gb_p3M0&feature=youtu.be

 

 

convegno trento

Trento, 8 Giugno. Convegno: la crisi economica colpisce le famiglie, ma non le case famiglia

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Trento 25maggio 2012

Trento. Il CCDU, il PSF (Pronto Soccorso Famiglie) e ADIANTUM hanno organizzato il convegno dal tema “Ridateci i nostri figli!” che si terrà venerdì 8 giugno alle ore 16.30 presso la Sala di Rappresentanza del Palazzo della Regione a Trento. “La crisi economica colpisce le famiglie ma non le case famiglia. Perché psichiatri, psicologi e assistenti sociali hanno il potere di portar via i nostri figli?”: è questo il leit-motiv dominante dell’evento, che tenterà di spiegare (e informare) gli intervenuti e la cirradinanza sulle problematiche del sistema e sulle possibili soluzioni.

Durante i lavori grande enfasi verrà data ai cambiamenti in atto. Primo tra tutti, quello che scaturisce dal Senato, che il 22 maggio 2012 ha approvato all’unanimità la richiesta di dichiarazione d’urgenzaper l’esame congiunto in Commissione giustizia dei DDL vertenti su materie relative all’istituzione di sezioni specializzate per le controversie in materia di persone e di famiglia e di soppressione dei tribunali per i minorenni.

Il convegno dell’8 Giugno trae spunto da un sistema giudiziario – per i più di chiaro stampo autoritario e fascista – che, negli ultimi due anni, ha messo in luce tutti i suoi problemi di arbitrarietà, incompetenza e anti-democraticità. Molti i cittadini che partecipano alle manifestazioni e segnalano nuovi casi, tantissimi quelli che vorrebbero cambiare questo stato di cose, e finalmente pare che anche il Senato si sia accorto della scandalo italiano delle case famiglia, dove migliaia di bambini soffrono lontani forzatamente dai propri affetti, e che è necessaria una riforma urgente.

Il Trentino da anni, grazie al lavoro di associazioni locali ben ramificate e all’attivismo di alcuni amministratori, non solo non è immune a questa tragedia, ma è secondo solo alla Liguria per percentuale di bambini sottratti alle famiglie, mentre si spendono più di 10 milioni e mezzo di euro per “tutelare” i bambini. A differenza del resto d’Italia, dove il dibattito sui cambiamenti è comunque presente nelle Istituzioni, il “sistema trentino” si oppone a qualsiasi tentativo di riforma. La mozione di riforma dei servizi sociali del consigliere comunale Gabriella Maffioletti non è stata approvata. Lo stesso per le misure di sostegno ai genitori separati. Anche i documenti e DDL presentati da Bruno Firmani e Pino Morandini sono stati bocciati. Nella nostra regione, pochi giorni fa, un bambino di tre anni è stato sottratto alla famiglia mentre la mamma partoriva un’altra bambina, sebbene avesse una forte rete famigliare di sostegno. Piange disperato in una casa famiglia e nessuno lo ascolta. Ci sono decine e decine di segnalazioni di bambini sottratti che vorrebbero tornare in famiglia e non vengono ascoltati. Le recenti fughe di bambini dalla comunità di Bedollo e dal villaggio SOS sono solo la punta dell’iceberg.

Finché non verrà cambiata la legge, nessuna famiglia potrà dirsi al sicuro in questo sistema malato. Gli organizzatori del convegno hanno messo a disposizione dei partecipanti un documento con informazioni utili su come difendere i propri figli proprio dal sistema di cui si parlerà. L’evento sarà moderato da Silvio De Fanti, Vice Presidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, mentre i relatori saranno l’On. Antonio Guidi, Specialista in neurologia e neuropsichiatria infantile e medico neurologo, l’avv. Francesco Miraglia, Avvocato del foro di Modena e coautore del libro “Ridateci i nostri figli”, Antonella Flati, Presidente dell’Associazione Pronto Soccorso Famiglie e Gabriella Maffioletti, Consigliere del Comune di Trento e delegata Adiantum per il Trentino.

bertoni

Minori: a Forli’ bimba data in adozione, vive a soli 200 metri da vera madre

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Le ultime notizie

Forli’, 9 mag.?(Adnkronos) – Una bambina di 9 anni e’ stata data in adozione a una coppia che abita a soli 200 metri dall’abitazione della madre biologica della piccola e quest’ultima e’ stata invitata sia dal servizio sociale del Comune di Forli’ sia dal parroco di una chiesa locale a trasferirsi in un’altra citta’ per evitare sofferenze e disagi psicologici alla minorenne. A denunciare la vicenda sono l’avvocato Francesco Miraglia e Camillo Valgimigli, psichiatra-psicoterapeuta, rispettivamente legale e consulente della mamma della bambina. In una lettera al procuratore del Tribunale per i Minorenni di Bologna, al presidente del Tribunale per i Minorenni di Bologna, al sindaco di Forli’ e al vescovo di Forli’, i due denunciano “l’ennesimo caso di ‘mala giustizia’ a danno di un minore, da parte del servizio sociale del Tribunale per i Minorenni e della Corte d’appello di Bologna”. “La minore – spiegano – dopo essere stata inserita dal servizio sociale del Comune di Forli’ nella struttura di Forli’, e’ stata adottata in seguito al provvedimento giudiziario, da una coppia di coniugi residente a Forli’ che, per quanto possa sembrare inverosimile, abitano a circa 200 metri dall’abitazione della madre ‘vera’ della bambina”. Cio’ comporta, secondo il legale e il consulente, “inevitabili ripercussioni negative sulla situazione psicologica della minore che incontra quotidianamente (compresa la domenica nella stessa parrocchia) la sua mamma ‘vera’”.

 Non solo. Secondo il legale e il consulente, pare che la madre adottiva sia “un’operatrice della comunita’” e “abbia altresi’ presieduto e relazionato in merito alle visite protette tra la minore e la famiglia di origine dal 2006 sino a quasi la sentenza di adottabilita’”. Nonostante l’avvenuta adozione, denuncia Miraglia, “il servizio sociale continua a far incontrare la madre ‘vera’ e la piccola in ambiente protetto”. Se a tutto cio’ si aggiunge che “sia il servizio sociale del Comune di Forli’ sia il parroco della parrocchia” in nome e per conto della minore “invitano la madre ‘vera’ a trasferirsi in un’altra citta’ per evitare sofferenze e disagi psicologici alla bambina, ne deriva una vicenda grottesca e tale da richiedere urgentemente l’intervento dell’autorita’”. Il parroco, riporta il legale, “attraverso un avvocato di fiducia ha diffidato per iscritto” la madre biologica della minore ”di astenersi dal recarsi” nella parrocchia e nelle sue pertinenze di ogni genere “con riserva di ogni piu’ appropriata azione”. “Addirittura si vuole impedire alla madre ‘vera’ – concludono Miraglia e Valgimigli – di entrare nella casa di Dio”.
servizio sociale

Assistenti sociali solerti solo quando devono togliere i figli?

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La città di Trento assurge nuovamente alle cronache per l’operato del servizio sociale così tanto elogiato dall’assessore Ugo Rossi e dall’assessore Plotegher, così come  l’operato delle case famiglia a cui questo servizio si rivolge.

Mamma Nicole ha il problema dell’uso di stupefacenti, ed avendo necessità di essere seguita da una struttura idonea viene inviata da una assistente del servizio sociale presso la casa famiglia Padre Angelo di Trento insieme al figlioletto all’epoca di sei mesi. Qui dovrebbe essere seguita in primis dall’ente inviante e dalla struttura ospitante che risulterebbe idonea così come da statuto alla presa in carico di soggetti critici ed ai figli di questi. Succede che il tempo passa, per l’esattezza quasi due anni dove mamma Nicole viene parcheggiata in questa struttura. Perché diciamo parcheggiata? Perché nonostante necessiti essere seguita con adeguate terapie volte alla disintossicazione ed a un corretto inserimento nella società civile, viene invece abbandonata da chi ha proposto l’inserimento nella struttura di cui sopra e dagli stessi operatori della casa famiglia che non si adoperano per un percorso riabilitativo, ma dimenticano Nicole che continua nel suo percorso trasgressivo a fare uso saltuariamente di sostanze acquistate in paese.

E succede che mamma Nicole rimanendo incinta nuovamente partorisce pochi giorni fa, ma subito dopo il parto viene a sapere dalla solerte assistente sociale che mentre partoriva il suo primo figlio è stato trasferito in una nuova struttura con motivazioni ancora da accertare. Sorge spontaneo a questo punto domandarsi come mai si sia dovuto ricorrere solo in quel momento e così proditoriamente, stante le condizioni di una madre che ha appena partorito a questa soluzione quando lo stato di Nicole era conosciuto da sempre e nulla era stato attivato a suo sostegno.

Antonella Flati, presidente dell’associazione Pronto Soccorso Famiglia, in concerto con il consigliere comunale di Trento Gabriella Maffioletti, dichiara di voler avviare in merito una interrogazione alla Commissione Parlamentare per i Minori in cui chiederà l’immediata rimozione dell’assistente sociale che, oltre ad aver chiesto  l’onerosa collocazione in istituto di mamma Nicole, ha ignorato le sue reali necessità di cura e riabilitative non attivando i percorsi del caso.

Giova infine precisare che mamma Nicole durante i fine settimana si appoggiava alla propria famiglia ritenuta idonea dal servizio a svolgere un ruolo di supporto per ella, attorniata quindi dall’affetto di genitori e fratelli dove questa trascorreva il fine settimana e pertanto una importante risorsa per il collocamento almeno del minore che potrebbe essere seguito così da familiari piuttosto che essere rinchiuso in una nuova comunità sterile degli affetti di cui un bambino sicuramente necessita. Del caso se ne occuperà l’ormai noto Avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena, presidente del comitato scientifico dell’associazione P.S.F. che si occuperà del risvolto legale

trentino

678 famiglie In Trentino private dei figli

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«Ridateci i nostri figli!»: è l’appello di una cinquantina di persone, per lo più genitori di bambini allontanati dalle famiglie su decisione dei giudici, che si sono trovate in mattinata davanti al tribunale dei minori di Bologna. Una protesta silenziosa – a cui ha preso parte anche la consigliere comunale di Trento Gabriella Maffioletti –  contro giudici, psicologi, psichiatri, assistenti sociali che «hanno il potere di portar via i tuoi bambini», si legge su un volantino.

 

In particolare, il Comitato dei cittadini per i diritti umani chiede un’ispezione ministeriale nel tribunale bolognese, che tra l’altro ha gestito il caso di Anna Giulia, la bimba di sei anni tolta ai genitori reggiani Massimiliano Camparini e Gilda Fontana dopo che avevano sottratto la piccola in due diverse occasioni nel 2010.

Nel pomeriggio sempre, a Bologna,si è tenuto un convegno con alcuni esperti del settore, che trae spunto dal libro «Ridateci i nostri figli» a cura dell’avvocato Francesco Miraglia, difensore anche dei genitori di Anna Giulia. Tra i relatori, e prima davanti al tribunale bolognese, anche la trentina Gabriella Maffioletti. A luglio aveva presentato in Comune a Trento un ordine del giorno per chiedere la rivisitazione del ruolo dei servizi sociali: «A Trento non è passato per due voti ma è stato ripreso e approvato dai consigli comunali di Imola (Bologna) e Roma», ha detto ricordando poi che nella provincia di Trento ci sarebbero 678 famiglie “private” forzatamente dei propri figli e che, secondo dati del marzo 2011, il Trentino sarebbe  la seconda regione, dopo la Liguria, per numero di minori tolti e affidati a strutture di accoglienza

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Caso Anna Giulia: protesta al tribunale dei minori di Bologna

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Il sit-in è organizzato dal gruppo “insieme per Stella” – il soprannome della piccola – e si terrà venerdì mattina “Stella” è il soprannome di Anna Giulia sul web REGGIO – Continua a tenere banco il caso di Anna Giulia, la bimba di 6 anni tolta dall’affidamento dei genitori, Massimo Camparini e Gilda Fontana, in attesa del pronunciamento del tribunale di Bologna. La piccola, affidata a una nuova famiglia dopo essere stata con i servizi sociali, è da mesi lontano dai propri genitori. Per cercare di fare riavvicinare padre, madre e figlia, il gruppo “insieme per Stella” – questo il soprannome di Anna Giulia sui social network, dove il gruppo si è costituito – ha organizzato per venerdì alle 10 un sit-in di protesta davanti al tribunale dei minori di Bologna, in via Pratello 36. Gli iscritti, in tutto 7.236, arriveranno da ogni parte d’Italia per chiedere il rientro in famiglia della piccola. Gli amministratori, poi, hanno già inviato una richiesta di intervento al presidente della Repubblica, al premier e ai presidenti di Camera e Senato. Inoltre, dalla parte dei sostenitori di “insieme per Stella” ci sarà anche l’onorevole Pier Paolo Zaccai, presidente del Movimento nazionale Italia garantista nonché consigliere indipendente della Provincia di Roma che ha portato all’attenzione dei media il “caso Camparini” nel corso della conferenza stampa svoltasi nella Capitale, a Palazzo Valentini, lo scorso mese di luglio. La conferenza tenutasi a Roma lo scorso luglio. Da sinistra: i genitori di Anna Giulia, l’avvocato Miraglia, Pier Paolo Zaccai e il senatore Franco Cardiello “Un colpevole silenzio avvolge l’intera vicenda”, ha dichiarato Zaccai: “Da otto mesi, ormai, della piccina si sono perse le tracce. Nonostante, ironia della sorte, a mamma Gilda sia stato recapitato l’invito ad accompagnare la bimba il prossimo 4 ottobre per le vaccinazioni di rito”. Zaccai ha quindi ricordato che “la vicenda non finisce qui: ci batteremo perché sia fatta giustizia e perché sia garantito il rientro di Anna Giulia nella sua legittima famiglia. Basta con i furti di bambini: è ora che si mobiliti la società civile”. Intanto, come già accaduto lo scorso 25 maggio, i genitori della bambina saranno nuovamente ospiti mercoledì prossimo della trasmissione di Rai Tre Chi l’ha visto?.

Caso Anna Giulia: protesta al tribunale dei minori di Bologna

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martedì 27 settembre 2011
Il sit-in è organizzato dal gruppo “insieme per Stella” – il soprannome della piccola – e si terrà venerdì mattina
"Stella" è il soprannome di Anna Giulia sul web“Stella” è il soprannome di Anna Giulia sul web

REGGIO – Continua a tenere banco il caso di Anna Giulia, la bimba di 6 anni tolta dall’affidamento dei genitori, Massimo Camparini e Gilda Fontana, in attesa del pronunciamento del tribunale di Bologna. La piccola, affidata a una nuova famiglia dopo essere stata con i servizi sociali, è da mesi lontano dai propri genitori.
Per cercare di fare riavvicinare padre, madre e figlia, il gruppo “insieme per Stella” – questo il soprannome di Anna Giulia sui social network, dove il gruppo si è costituito – ha organizzato per venerdì alle 10 un sit-in di protesta davanti al tribunale dei minori di Bologna, in via Pratello 36. Gli iscritti, in tutto 7.236, arriveranno da ogni parte d’Italia per chiedere il rientro in famiglia della piccola. Gli amministratori, poi, hanno già inviato una richiesta di intervento al presidente della Repubblica, al premier e ai presidenti di Camera e Senato.
Inoltre, dalla parte dei sostenitori di “insieme per Stella” ci sarà anche l’onorevole Pier Paolo Zaccai, presidente del Movimento nazionale Italia garantista nonché consigliere indipendente della Provincia di Roma che ha portato all’attenzione dei media il “caso Camparini” nel corso della conferenza stampa svoltasi nella Capitale, a Palazzo Valentini, lo scorso mese di luglio.

La conferenza tenutasi a Roma lo scorso luglio. Da sinistra: i genitori di Anna Giulia, l'avvocato Miraglia, Pier Paolo Zaccai e il senatore Franco CardielloLa conferenza tenutasi a Roma lo scorso luglio. Da sinistra: i genitori di Anna Giulia, l’avvocato Miraglia, Pier Paolo Zaccai e il senatore Franco Cardiello

“Un colpevole silenzio avvolge l’intera vicenda”, ha dichiarato Zaccai: “Da otto mesi, ormai, della piccina si sono perse le tracce. Nonostante, ironia della sorte, a mamma Gilda sia stato recapitato l’invito ad accompagnare la bimba il prossimo 4 ottobre per le vaccinazioni di rito”. Zaccai ha quindi ricordato che “la vicenda non finisce qui: ci batteremo perché sia fatta giustizia e perché sia garantito il rientro di Anna Giulia nella sua legittima famiglia. Basta con i furti di bambini: è ora che si mobiliti la società civile”.
Intanto, come già accaduto lo scorso 25 maggio, i genitori della bambina saranno nuovamente ospiti mercoledì prossimo della trasmissione di Rai Tre Chi l’ha visto?.