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Padre padrone condannato a quasi tre anni per maltrattamenti in famiglia.

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L’avvocato Miraglia: giustizia per un caso di “femminicidio dolce”, senza vittima ma con continue, gravi e pesanti vessazioni e percosse

 

TRENTO. C’è il terribile crimine cosiddetto femminicidio, che ha causato 120 vittime nel 2016, venti dall’inizio di quest’anno. Donne uccise dalla mano dei loro uomini. Ma c’è una violenza più subdola, sebbene altrettanto devastante: la violenza psicologica e fisica, una sorta di “femminicidio dolce”, quando un marito si trasforma in un orco e anziché carezze distribuisce pugni e schiaffi, anziché complimenti la sua bocca pronuncia offese e minacce. Un marito padrone venerdì è stato condannato in primo grado dal tribunale di Trento a due anni e otto mesi di reclusione, con il pagamento provvisionale di 15 mila euro e delle spese processuali. Aveva reso succube la moglie, madre dei suoi due figli, che il tribunale civile ha incredibilmente affidato a lui al momento della separazione. La donna ora teme per la loro incolumità e per la loro salute psicofisica: i piccoli vivono in una situazione di continua pressione cui il padre li sottopone e stanno manifestando segni inequivocabili del loro disagio.

«E’ inconcepibile come il medesimo tribunale abbia agito in maniera contraria nella stessa vicenda» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, cui la donna si è rivolta alla ricerca di giustizia «e se dal punto di vista penale ha riconosciuto i fatti come li ha denunciati la mia cliente, la sezione civile ha dato a quest’uomo la custodia dei figli, senza che siano stati sentiti dei testimoni, sulla base delle sue esclusive dichiarazioni, che, in realtà, la sentenza di condanna emanata venerdì scorso contro di lui dimostra come fossero fuorvianti e prive di fondamento».

L’uomo è stato condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia, la cui vittima era la moglie, totalmente sottomessa e resa succube attraverso la costrizione a subire continue minacce, ingiurie e percosse. Anche dopo la separazione, cui la donna era ricorsa, non riuscendo più a sopportare la situazione. “Devi crepare”, “Sei grassa” (al momento la signora era incinta) erano frasi che la donna si sentiva rivolgere costantemente da un marito che la costringeva a subire la sua volontà e le impediva di avere contatti con chiunque, persino con i propri familiari, e le vietava pure di andare a fare la spesa da sola ossessionato dall’idea di spendere il denaro.

«Ma l’uomo è riuscito a convincere il tribunale civile che era l’ex moglie ad essere disturbata emotivamente» prosegue l’avvocato Miraglia, «giungendo ad ottenere la custodia dei due bambini, che mostrano adesso segni di sofferenza per la continua tensione conflittuale cui sono sottoposti. Adesso chiedere la revisione dell’affidamento. Il tribunale, in ogni caso, venerdì ha mostrato di riconoscere la sofferenza della mia assistita: la legge punisce il femminicidio, ma esiste anche una forma di “morte” non fisica cui sono sottoposte quotidianamente centinaia di donne. Un femminicidio “dolce”, dai contorni meno violenti di quelli che portano all’omicidio e alla perdita della vita da parte della vittima, ma ugualmente devastanti. Di questo devono tenere conto i tribunali, per impedire di arrivare ai casi estremi».

La condanna subita dall’uomo è pesante, due anni e otto mesi, più del doppio di quanto aveva richiesto come pena minima il pubblico ministero, che riteneva congruo almeno un anno e tre mesi. Questo perché il giudice ha riconosciuto le violenze fisiche e psicologiche subite dalla donna. Che adesso, però, vuole ottenere giustizia per i suoi figli.

«Temo per loro, perché sono ancora affidati a lui» dice, infatti, la signora, che invita le altre donne ad avere comunque fiducia nella giustizia e a denunciare i soprusi subiti dai mariti-padroni, prima che sia troppo tardi, prima di arrivare ad allungare il già lungo elenco delle vittime della furia cieca di consorti e compagni.

Dodicenne sottrae il telefono alla madre e scrive ai fratelli maggiori«non ce la faccio più. Voglio stare con voi»

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Ma il Tribunale di minori di Cagliari insiste «Sta bene nella nuova famiglia»

La sorella, quando viveva nel medesimo ambiente familiare, si tagliuzzava la pelle dalla disperazione

CAGLIARI. «Mi mancate troppo. Non ce la faccio più. Non vedo l’ora di avere 18 anni per venire da voi». Ma li compirà tra sei, lunghissimi, interminabili anni, durante i quali sarà costretto a vivere con una famiglia estranea. Ha dovuto prendere di soppiatto il telefonino della madre affidataria per scrivere alla sorella maggiore questi messaggi. Sms che denotano uno stato di disagio, che però non viene ascoltato da nessuno e così lui, un dodicenne originario della Sardegna, spedito dal Tribunale dei minori di Cagliari fino in Emilia Romagna, resta suo malgrado in una casa non sua, con una famiglia non sua, strappato all’affetto dei fratelli maggiori, che vorrebbero poterlo tenere con sé. Il tribunale lo lascia in quella casa perché così avrebbe deciso lui. Ma per sua stessa ammissione, in uno scambio di messaggi con la sorella maggiore, rivela invece «Ho detto che stavo bene con quella famiglia perché sennò mi mettevano in una comunità diversa da quella di nostra sorella». Messaggi di cui il tribunale è pienamente al corrente, essendo stati prodotti all’udienza svoltasi lo scorso 23 marzo. Quanto dovrà soffrire ancora questo ragazzino prima di poter essere felice con chi ama e con chi lo ama? Il suo grido di dolore è rimato finora inascoltato, tanto quanto quelli della sorella di un anno più grande, la quale, l’anno scorso, aveva riferito maltrattamenti subiti nella famiglia affidataria (la medesima del fratellino appunto): invece di indagare a fondo sul suo malessere, quasi fosse una punizione i Servizi sociali l’hanno tolta alla famiglia e l’hanno spedita da sola in una casa famiglia. Dove hanno scoperto che nel corso dei mesi precedenti era arrivata al punto di provocarsi delle ferite autolesioniste a causa della repressione dello stato di malessere e disperazione in cui viveva. Malessere che adesso vive anche il fratellino minore, sofferente per la mancanza dei fratelli da cui è stato allontanato.

La sorella maggiore sta cercando di riavere con sé i due fratelli più piccoli: lavora ed è inserita in un contesto positivo, che le consentirebbe di accudirli amorevolmente e di provvedere alle loro necessità senza problemi. Ma non glieli danno, anzi, addirittura il tribunale sostiene che il maschietto sarebbe già stato adottato.

«Non ci dicono però quando sarebbe avvenuto» rivela l’avvocato Francesco Miraglia, cui la ragazza si è rivolta, nel disperato tentativo di avere i due più piccoli con sé, togliendone una a una comunità e l’altro alla famiglia che l’avrebbe appunto adottato a sua insaputa. «Nei documenti in nostro possesso risulta solo in affidamento e non è ancora trascorso l’anno di abbinamento minore/famiglia, che precede l’emissione del decreto di adozione vera e propria, nel corso del quale è possibile in qualunque momento revocare l’adottabilità di un bambino. Mi domando che comportamento stiano tenendo i giudici e perché non si prendano la briga di ascoltare direttamente questi due ragazzini, riportandoli come prima cosa in Sardegna, dove sarebbero dovuto sempre rimanere. E soprattutto che sta facendo la Procura, che per legge è obbligata a prendersi “cura” dei diritti e della tutela di questi due ragazzini? A mio avviso si configura come l’ennesimo caso in cui tutto si fa tranne che l’interesse dei minori. Se non otterremo giustizia, se le voci di questi ragazzini rimarranno ancora inascoltate, non ci resterà che rivolgerci al ministero chiedendo che invii degli ispettori a verificare la correttezza dell’operato del tribunale dei minori di Cagliari».

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Miraglia: «Indagini superficiali»

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Strali dal legale di Valerio sul caso del teste morto e “resuscitato”

REGGIO EMILIA. Il caso del presunto ricattato Salvatore Soda dato per morto dai carabinieri e “resuscitato” a fine udienza per bocca del teste Domenico D’Urzo – che lo aveva incontrato poco tempo fa – tiene ancora banco ai margini del processo Aemilia. Un “giallo” innescato dal maresciallo dei carabinieri Emilio Veroni (del Nucleo investigativo di Modena) rispondendo nel controesame a una domanda dell’avvocato Pasqualino Miraglia, difensore di Antonio Valerio che con altri tre è nei guai per questa estorsione. Ora, a scagliarsi contro le ricostruzioni degli investigatori, è Francesco Miraglia, anch’egli legale di Valerio. «Non solo prove indiziarie, ma adesso pure le presunte persone offese che non vengono mai sentite perché date per morte, ma che invece potrebbero essere vive e vegete» scrive in un comunicato Miraglia. «L’ennesima riprova che il processo Aemilia, che si sta svolgendo su presunte estorsioni legate alla ’ndrangheta calabrese a Reggio Emilia, pare tanto basato su indagini superficiali e approssimative. Ne ha dato notizia anche la stampa, della presunta vittima, Salvatore Soda, che i carabinieri non avrebbero sentito come teste in quanto sarebbe morto, ma che un amico, all’udienza di sabato, dice di aver visto non più tardi di dieci giorni fa. Ma come si fa a non appurare se la vittima sia viva oppure no? Il presidente del collegio ha incaricato di verificare questa morte presunta, e ben vengano indagini supplementari: ma non sarebbe stato meglio farle prima? Chissà che adesso, almeno, riusciremo a sapere se le pesanti accuse rivolte al mio assistito, Antonio Valerio, siano o meno fondate su basi accertate. Come mi pare, invece, finora non sia stato. Senza contare che già il maresciallo sentito sabato ha smentito il capo di imputazione nel quale si parlava di un feroce pestaggio, da parte del mio assistito. È talmente grottesco che ci sarebbe da sorridere se non fosse che un processo sommario e indiziario come questo, oltre a costare tempo e denaro pubblico, si sta giocando sulla pelle delle persone accusate, tra cui appunto il mio

cliente. Il grande processo di mafia sbandierato anche mediaticamente come un grande evento, pare sgonfiarsi ad ogni udienza sempre di più. Se non si arriverà ad alcuna condanna – come mi auguro per il mio cliente – il processo Aemilia avrà forse il merito di aver fatto resuscitare trali dal legale di Valerio sul caso del teste morto e “resuscitato”

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Minore ‘effemminato’,parlerà a Tribunale

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Minore ‘effemminato’,parlerà a Tribunale – Veneto – ANSA.it

Provvedimento sospeso, ragazzo non ha mai lasciato casa madre

(ANSA) – VENEZIA, 24 FEB – Il Giudice del Tribunale dei minori di Venezia ha sospeso l’allontanamento dalla madre del ragazzino padovano, oggi 14enne, chiesto dalla Procura perché viveva in un ambiente ritenuto non idoneo e ‘tutto al femminile’ che lo avrebbe portato ad avere atteggiamenti definiti ‘effeminati’.

    L’ordinanza del magistrato è stata emessa oggi, a distanza di meno di un mese e mezzo dall’udienza nella quale la mamma aveva fatto ricorso, supportata dall’avv. Francesco Miraglia, che aveva predisposto una memoria. Il ragazzino, nel frattempo, è sempre rimasto con la madre, separata dal marito e padre del minore, che pare non voglia avere più nulla a che fare con la famiglia. Il Giudice ha sì accolto la richiesta della, con la sospensione dell’allontanamento del figlio, ma nel farlo ha disposto “l’audizione del giovane” che deve avvenire “senza la presenza ne’ dei genitori, ne’ degli avvocati, al fine di permettergli di esprimersi liberamente”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

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“Troppo effeminato”, tredicenne tolto alla madre. E a Padova scoppia la polemica

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Il Tribunale dei Minori allontana il ragazzino dalla famiglia perché “è diverso e ostenta atteggiamenti in modo provocatorio”. Una storia di abusi e disagio in cui la vittima è sempre l’adolescente

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Padova, 13enne tolto alla madre. Il legale: “Provvedimento sessista”

PADOVA. “Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio”. Parole con cui il Tribunale dei Minori definisce il comportamento di un ragazzino di 13 anni della provincia di Padova. Parole che incidono pesantemente sulla sua vita perché ora quell’adolescente non potrà più stare con la sua mamma. L’atteggiamento ‘ambiguo’, secondo la relazione dei Servizi sociali, sarebbe dovuto al fatto che “il suo mondo affettivo risulta legato quasi esclusivamente a figure femminili e la relazione con la madre appare connotata da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente  difficoltà di identificazione sessuale”.

La notizia è stata pubblicata dal “Mattino di Padova”. Secondo il quotidiano, in alcune occasioni il ragazzo era andato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantini sul viso, contestano nella relazione che ha generato il decreto di allontanamento dal nucleo familiare. Ma la madre ribatte, sostenendo che si trattava di una festa di Halloween.

Il disagio in questa famiglia parte da lontano. C’è un’accusa di abusi sessuali da parte del padre. Il processo si conclude con un’assoluzione per l’uomo, anche se nella sentenza si dice che “non c’è motivo di dubitare dei fatti raccontati dal bambino”. Tutto e il contrario di tutto, in una girandola di accuse in cui la vittima è sempre una: lui, con i suoi 13 anni.

Da quei presunti abusi sessuali scaturisce il primo affidamento a una comunità diurna, dalle 7 alle 19. I responsabili della struttura notano gli atteggiamenti effeminati del ragazzino, li segnalano ai servizi sociali e così prende corpo un secondo provvedimento dei giudici. Quello del definitivo allontanamento dalla madre.

“Trovo scandalosa la decisione di allontanare un ragazzino solo per l’atteggiamento effeminato”, dice l’avvocato Francesco Miraglia, specializzato in diritto di famiglia. “Mi sembra un provvedimento di pura discriminazione”. La decisione del Tribunale dei Minori è stata impugnata dal legale che annuncia battaglia.

 

 http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwid9Par_5PSAhWNhRoKHS-BCN8QFgggMAE&url=http%3A%2F%2Fwww.repubblica.it%2Fcronaca%2F2017%2F01%2F10%2Fnews%2F_troppo_effemminato_tredicenne_tolto_alla_madre_e_a_padova_scoppia_la_polemica-155728297%2F&usg=AFQjCNFMy1HK8AKgUpnb9PABeiyd180LKg
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Sedicenne stuprato in Psichiatria, l’Usl nega risarcimento: «Sesso consenziente»

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Sedicenne stuprato in Psichiatria, l’Usl nega risarcimento: «Sesso consenziente» – Cronaca – Il Mattino di Padova

Fu violentato da un trans affetto da Aids al Sant’Antonio di Padova, la perizia dell’ospedale: «Non è rimasto turbato»

PADOVA. «Il paziente non ne è rimasto particolarmente turbato, quindi il danno non sussiste».

 Il succo della memoria difensiva con la quale emerge che l’Usl 6 Euganea non intende risarcire il giovane stuprato cinque anni fa all’interno del reparto di Psichiatria 2 del Sant’Antonio in cui era ricoverato.

Non avrebbe patito, a loro dire, danni legati alla vicenda, riconducibile a un episodio di sesso consensuale.

«Inaudito» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che rappresenta la famiglia del giovane, adesso maggiorenne, ma che all’epoca della violenza aveva soltanto 16 anni. «Oltre a non tenere in considerazione quanto l’episodio possa aver turbato il giovane nel tempo, anche in virtù del fatto che l’uomo che lo aveva stuprato era affetto da Aids, l’Usl non pare dare alcun peso al fatto che la violenza si sia consumata nei confronti di un minore».

Oggi giovedì 9 febbraio la prima udienza alla sezione civile del Tribunale: da una parte l’avvocato Miraglia, che tutela il ragazzo e i suoi genitori, dall’altro l’Usl 6 che, tramite il proprio legale, propone a sua difesa la tesi secondo cui il sesso fosse consensuale e che l’episodio non avrebbe cagionato nuovi turbamenti al ragazzino.

«È stata esclusa la sussistenza di un danno risarcibile, versando il giovane nella stessa condizione in cui si trovava nel momento in cui venne ricoverato presso il servizio psichiatrico» si legge nella memoria difensiva presentata dall’azienda sanitaria, che intende escludere ogni ipotesi di risarcimento. «Come a dire “Matto era e matto è rimasto e tanti saluti” commenta l’avvocato Miraglia «Si tratta di una tesi difensiva vergognosa. A parte che nessuno pare tenere in considerazione che il giovane all’epoca dei fatti fosse minorenne, come si può affermare che una violenza o un episodio simile non possa aver lasciato degli strascichi emotivi? Di certo non ha aiutato il giovane nella ricerca di un equilibrio psicologico. Senza contare i mesi trascorsi nell’angoscia di essere stato contagiato dal virus dell’Hiv, da cui era affetto l’uomo che lo aveva stuprato (morirà tre mesi più tardi), e dalle cure cui si era dovuto sottoporre. Ci auguriamo invece che si voglia tenere conto di tutti questi aspetti, niente affatto marginali, e che si tenga a mente che gli abusi sono stati commessi su un sedicenne affidato, in quel momento, al servizio sanitario».

La famiglia aveva presentato una causa civile contro l’allora Usl 16 (divenuta da quest’anno Usl 6 Euganea), chiedendo un risarcimento di 750 mila euro, per quanto subito e vissuto dal giovane e dai genitori stessi dopo la violenza. Il giovane, affetto da problemi psicologici, nel novembre del 2012, in seguito a un episodio di contrasto in famiglia, era stato accompagnato dalla madre al Pronto soccorso dell’ospedale di Padova, da cui venne trasferito al reparto psichiatrico per la forte agitazione che presentava. Qui era ricoverato anche un transessuale, che nel corso della notte aveva adescato il ragazzino, convincendolo a seguirlo nei bagni.

Quando il giovane si era accorto che si trattava di un uomo e non di una donna, aveva cercato di andarsene, ma l’uomo lo aveva costretto a subire un rapporto sessuale. I due erano stati quindi sorpresi da due infermieri, che si erano messi alla ricerca del giovane quando si accorsero che mancava dalla propria stanza. L’Usl 6 è assistita dall’avvocato Lorenzo Locatelli e pare che la ricostruzione dei fatti, sulla base anche di testimoni, sia profondamente diversa da quella fatta dalla vittima e dall’avvocato Miraglia. La verità si avrà con la decisione del giudice. (c.bel.)

Daniele Bottallo / LaPresse
03 05 2012 Torino ( Italia )
cronaca
Processo a Beppe Grillo e No Tav per rottura sigilli cantiere Valsusa, tribunale di Torino
Nella foto: palazzo di giustizia
Daniele Bottallo / LaPresse
03 05 2012 Turin ( Italy )
news
Beppe Grillo and No Tav under process, Courthouse of Turin 
In the Photo: Courthouse

Il giudice sono io! Bambino lasciato alla madre.

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Ottimo e rivoluzionario decreto del Tribunale Ordinario di Torino Sezione Settima Civile – Famiglia

Le valutazioni psichiatriche non sono più un dogma in tribunale

Torino. “Il Tribunale non ignora la proposta di allontanamento del minore da entrambi i genitori da parte del Servizio di N.P.I. ma, allo stato, la ritiene poco praticabile e dagli esiti incerti, vuoi per le ragioni sopra indicate, vuoi per la considerazione che i principali aspetti di disagio del bambino paiono ricollegabili al conflitto separativo…” Con queste parole il Tribunale Ordinario di Torino, riunito in Camera di consiglio nelle persone del Presidente Dott. Cesare Castellani e dei giudici, Dott. Alberto La Manna e Dott.ssa Serafina Aceto, ha rigettato la proposta del Servizio di Neuropsichiatria infantile della ASL TO 2 di allontanare un bambino di soli sei anni dalla sua mamma e dal suo papà.

Come spiegheremo di seguito la notizia è molto importante e merita di essere pubblicata, anche se, per tutelare la privacy del bambino, preferiamo non entrare troppo nel merito. Diciamo solo che il decreto si colloca nell’ambito di una separazione molto conflittuale, per cui il Servizio di Neuropsichiatria infantile della ASL TO 2 era giunto a raccomandare l’allontanamento del bimbo da entrambi i genitori.

La Professoressa Vincenza Palmieri, Consulente Tecnico di Parte della madre, ha sottolineato l’importanza di fondare le valutazioni su basi oggettive: “Quando si fa una consulenza è importante, come tecnico, tenere conto della situazione oggettiva e difenderla, come abbiamo fatto in questo caso. L’atto peritale, come nella mia professione, deve avere un fondamento scientifico e basarsi su fatti e prove accertate e non su ipotesi o considerazioni soggettive dei vari operatori. Quando le conclusioni sono fondate su riscontri concreti, è possibile addivenire ad una decisione condivisibile e giusta che risolva la situazione.”

“Siamo molto soddisfatti della decisione del Tribunale.” Ha dichiarato l’avvocato della mamma Francesco Miraglia. “Per quanto concerne la giustizia minorile, ho sottolineato spesso nei Tribunali le criticità derivanti dall’appiattirsi sulle perizie degli psichiatri senza effettuare un’adeguata istruttoria, limitandosi ad un semplice copia incolla delle decisioni del consulente. Nel caso di specie i giudici hanno deciso di riprendersi il loro ruolo di Periti dei Periti e di fare un’istruttoria appropriata che li ha portati a rigettare la valutazione del Servizio di Neuropsichiatria infantile.”

Un altro aspetto molto positivo del decreto è il riconoscimento dei legami e degli affetti familiari. Infatti il Tribunale, pur disapprovando severamente alcuni comportamenti dei genitori, ha ritenuto opportuno mantenere i rapporti intra-familiari, in particolare con la madre: “… è verosimile, oltretutto, che un distacco dalla madre, con cui il rapporto, pur non equilibrato, rimane stretto, verrebbe dal minore vissuto in modo traumatico …”

Anche Paolo Roat, Responsabile Nazionale Tutela Minori per il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, esprime soddisfazione per questa decisione: “A volte, in conformità con alcune teorie psichiatriche astratte di inadeguatezza genitoriale, si finiva per punire il minore per presunti difetti dei grandi. In questo caso il Tribunale ha deciso di mettere al primo posto il bene del minore. È un passo avanti molto importante e significativo.”

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Allontanata da casa perchè i genitori sono poveri, tredicenne scappa dalla comunità per vederli

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Il Tribunale dà ragione alla ragazzina e la reintegra in famiglia

L’adolescente aveva registrato l’assistente sociale mentre denigrava i suoi genitori, per convincerla ad andare in affidamento.

 

TRENTO. Cosa c’è dietro agli allontanamenti da casa e agli affidamenti in strutture e in famiglie affidatarie? C’è da chiederselo una volta di più, alla luce dell’ennesimo caso, che ha visto – fortunatamente – un esito felice in questi giorni. «Non solo una ragazzina per anni è stata allontanata dai suoi genitori perché indigenti» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia «ma addirittura, dalla sua nativa Trento, è stata portata in comunità a Milano, come se nella sua Regione non ci fossero strutture idonee. I genitori, contando su un reddito minimo, non potevano pertanto andare a trovarla se non una volta al mese e a fronte di enormi sacrifici. Questo ha compromesso di molto il benessere della ragazzina, che doveva essere, invece, l’unico interesse degli assistenti sociali nel moment in cui l’hanno fatta allontanare. Scandaloso poi che proprio uno di questi assistenti, durante un incontro con l’adolescente che lei ha registrato, le abbia parlato male dei genitori, denigrandoli e giudicandoli incapaci di prendersi adeguatamente cura di lei, con l’intento di convincerla ad accettare l’affidamento in una famiglia milanese. Inaccettabile perché non si capisce, in tutto questo, dove sia l’interesse per la bambina e il suo benessere». La quale ad un certo punto è scappata dalla comunità milanese, facendo ritorno a casa

L’avvocato Miraglia ha presentato pertanto ricorso al Tribunale dei minori di Trento, che ha accolto la sua istanza: innanzitutto sono cambiati i servizi sociali chi compete seguire la ragazzina ed è stato deciso che sarà supportata nell’ambiente familiare e anche nello studio, ma soprattutto che potrà finalmente dormire nel suo letto e stare con mamma e papà tutti i giorni.

«Quando le decisioni vengono assunte con buonsenso, dando priorità all’aspetto umano e non burocratico» prosegue l’avvocato Miraglia, «si riesce, come in questo caso, a fare il bene dei minori, che deve essere il fine primo dei provvedimenti che vengono emessi a loro tutela, come appunto l’‘allontanamento da casa. C’è da domandarsi a chi abbia giovato tutto questo: alla ragazzina no, perché è stata per anni infelice. Ed è costata tanto non solo in termini di sofferenza, ma anche economica: quanti soldi pubblici sono costati gli anni in cui è stata alloggiata a Milano? Quante gravose spese i suoi genitori hanno dovuto sobbarcarsi per andare a farle visita almeno una volta al mese? Non era forse meglio, con gli stessi soldi, aiutare economicamente la famiglia a risollevarsi e permettere che questa ragazzina potesse vivere serenamente a casa propria? Inizialmente, invece, questo nucleo familiare è stato penalizzato – pur nella provincia di Trento, da anni in cima alla classifica delle città maggiormente vivibili anche per la qualità dei servizi offerti alla persona – per le difficoltà economiche in cui versava. “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo” scriveva Manzoni nei “Promessi Sposi”: verità inconfutabile,oggi come allora».

 

 

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Operazione Ave Lupo, indagini fondate sul nulla.

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Dopo aver letto alcuni articoli sulla stampa locale e nazionale su “Lupi incrociati con i cani”, in qualità di avvocato di fiducia dell’allevatore di Serramazzoni, mi sento in dovere di intervenire per  meglio chiarire la posizione del mio assistito.

Le indagini sono basate a differenza di quanto riportate dagli organi di stampa non su analisi genetiche che confermerebbero l’ ipotesi accusatoria ma “dall’esame del sito internet www.wolfdog.org dal quale venivano estrapolate informazioni importanti in merito alla discendenza  dei  cani  da lupo cecoslovacchi”

In realtà sono le stesse analisi genetiche disposte dalla Procura della Repubblica di Modena che smentiscono l’assunto accusatorio ossia il fatto di detenere animali ibridi aventi delle precedenti quattro generazioni della loro ascendenza  una o più esemplari “selvatici” .

Nei risultati genetici relativi agli animali appartenenti all’allevamento del mio assistito  non è stato possibile  attribuire alcuna generazione di appartenenza ed anzi si evidenzia nell’ analisi disposte della Procura, che i genotipi bi- parentali sono completamente assegnati alla razza cane lupo cecoslovacco.

In altri casi dalla stesse indagini genetiche disposte dalla Procura è stato possibile invece identificare il grado di ibridazione cosa che non è assolutamente avvenuto riguardo all’allevamento del mio assistito.

Per inciso già altre Procure  che si sono occupate della questione hanno disposto l’ archiviazione della posizione dell’ allevatore proprio sulla base delle stesse risultanze genetiche.

Questa è un indagine fondata sul nulla  dettata più da gelosie tra allevatori e associazioni varie  più che da fondati fatti delittuosi.

Mi chiedo come è stato possibile fondare un ipotesi accusatoria da ciò che viene sostenuto in un forum privato di altri allevatori?

Come è possibile che la Procura di Modena su indagini genetiche disposte nel marzo 2015 anzichè archiviare insiste nella infondata ipotesi accusatoria disponendo il sequestro preventivo degli animali a distanza di 3 anni dall’ inizio delle indagini e da più di un anno dalla risultanze delle indagini genetiche.

L’allevamento del mio assistito ha formato campioni mondiali di cani da lupo cecoslovacco.             O esperti  giudici di CLC di tutto il mondo non hanno le giuste conoscenze o le indagini  come si ritiene sono  fondate su chiacchiere.

Faremo immediatamente ricorso al Tribunale del Riesame per l’immediato dissequestro di tutti gli animali e agiremo in tutte le sedi opportune a tutela dell’allevamento di Serramazzoni il quale è  riconosciuto come uno degli allevamenti migliori al mondo di CLC

 

                                                                                               Avv. Francesco Miraglia

 

 

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Padova, troppo effeminato: portano via il ragazzino alla madre

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Padova, troppo effeminato: portano via il ragazzino alla madre – Regione – Il Mattino di Padova

La storia di un ragazzino di 13 anni di Padova. Avvocato impugna il decreto del Tribunale dei Minori e accusa: gravità inaudita. Il tribunale: “Noi non facciamo discriminazioni” di Claudio Malfitano

Padova, troppo effeminato: portano via il ragazzino alla madre – Regione – Il Mattino di Padova

PADOVA. Questa che raccontiamo è una storia sbagliata. Una storia in cui tutti hanno torto e nessuno ha ragione. È sbagliata perché togliere la potestà genitoriale a una madre è comunque una sconfitta. È sbagliata perché un bambino conteso tra due genitori avrà comunque un’infanzia infelice. Ed è sbagliata anche perché pensare che «il mondo interno» di un ragazzino di 13 anni abbia bisogno di un «percorso di revisione» solo perché è effeminato appare molto distante dal diritto al «pieno sviluppo della persona umana» sancito dalla Costituzione, anche se è scritto in un decreto del tribunale per i minori di Venezia.

La storia di Marco. Per i giudici Marco (un nome di fantasia, ndr) deve essere trasferito in una comunità lontano da casa. Perché? «Perché i servizi sociali sostengono che i suoi atteggiamenti effeminati sono addebitabili alla mamma e alle sorelle, visto che le sue figure di riferimento sono solo femminili», sostiene l’avvocato della madre, Francesco Miraglia, un legale molto noto esperto di diritto di famiglia, che vanta partecipazioni televisive, premi e convegni in tutta Italia.

La storia di Marco però è molto complessa. La madre ha denunciato il padre per abusi sessuali. Il processo si conclude con un assoluzione per insufficienza di prove («Anche se nella sentenza si dice che non si ha motivo di dubitare dei fatti raccontanti dal bambino», sostiene l’avvocato). La procura di Padova ricorre in appello.

La madre però viene indicata dai servizi sociali come la responsabile del «comportamento oppositivo» di Marco nei confronti del padre, che non vuole più incontrare. Il tribunale per i minori emette dunque un primo provvedimento di allontanamento: Marco va in una comunità diurna ogni giorno dalle 7 alle 19. I responsabili della comunità notano gli atteggiamenti effeminati di Marco, li segnalano ai servizi sociali che a loro volta fanno una relazione al tribunale per i minori. Nasce così il secondo provvedimento dei giudici che hanno convocato i genitori in udienza la prossima settimana.

Il decreto del tribunale. È proprio su questo secondo decreto del tribunale, che dichiara «entrambi i genitori decaduti dalla responsabilità genitoriale», che nascono i dubbi della madre e del legale. La relazione dei servizi sociali parla di «problematiche relazionali profonde e segnali di disagio psichico» di vario tipo. Poi il passaggio più contestato: «Il suo mondo affettivo risultava legato quasi esclusivamente a figure femminili e la relazione con la madre appariva connotata da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale, tanto che in alcune occasioni era andato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantini sul viso. Emergeva poi un forte conflitto di lealtà con la madre». In realtà la donna contesta questo episodio: «È successo in terza elementare per una festa di Holloween – racconta – In ogni caso per me anche se fosse omosessuale non sarebbe certo un problema».

Le relazioni dei servizi sociali però continuano a tratteggiare Marco come un bambino con un «disturbo di personalità»: «Nella relazione con i pari e gli adulti è aggressivo, provocatorio, maleducato, tende a fare l’eccentrico. Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio», si legge nel decreto.

Da qui la decisione del tribunale, che si allinea ai “consigli” dei servizi sociali, sulla «necessità di permettere a Marco un funzionamento differenziato rispetto a quello materno e di avere uno spazio che gli consenta di incontrare i suoi pensieri ed i suoi desideri con conseguente percorso di revisione del suo mondo interno così come oggi lo percepisce».

Rischio discriminazioni. Un provvedimento, quello del tribunale, che l’avvocato Miraglia contesta in modo forte con l’argomento della discriminazione: «Trovo scandalosa la decisione di allontanare un ragazzino solo per l’ atteggiamento effeminato. Mi sembra un provvedimento di pura discriminazione», afferma.

Ma il rischio segnalato dal legale è che il decreto possa portare a situazioni peggiori: «Non sappiamo quale sia l’orientamento sessuale di Marco. Ma il problema ancora più grave è che non esistono comunità che possano accogliere un ragazzino che potrebbe essere omosessuale – afferma l’avvocato – E se arriva con la nomea di essere omosessuale? Non rischiamo di trasformarlo in un ragazzino a rischio suicidio? A me sembra una vicenda di una gravità inaudita». «Non possiamo accettare che possa essere discriminato dal tribunale – conclude Miraglia – E poi vogliamo sollecitare anche le associazioni. Perché qui c’è una mamma che ha la forza di venire fuori, ma ci sono molti altri casi in cui famiglie e minori si trovano ad essere discriminati da chi dovrebbe tutelarli: non è accettabile».

L’ultima parola è quella dei giudici, che proveranno ad aggiustare questa storia. Anche se forse le parole giuste sono quelle di chi una «storia sbagliata» l’ha messa in musica: «Cos’altro vi serve da queste vite ora che il cielo al centro le ha colpite, ora che il cielo ai bordi le ha scolpite».

Il tribunale: “Noi non facciamo discriminazioni”. «Non allontaniamo un minore dalla famiglia perché ha un atteggiamento effeminato. Noi non facciamo discriminazioni di natura sessuale o di tendenza. Il nostro interesse riguarda il comportamento complessivo di un minore se presenta o meno difficoltà». La presidente del tribunale per i minorenni di Venezia, Maria Teresa Rossi, in riferimento alla vicenda del ragazzo allontanato dalla famiglia parla di un «disturbo di personalità» ma esclude categoricamente che nella decisione del tribunale possa aver influito il presunto comportamento effeminato del giovane.

«Il tribunale non allontana per un presunto atteggiamento effeminato. Noi non abbiamo preconcetti relativi alle tendenze legate alla sfera sessuale. Ogni provvedimento che limita la responsabilità genitoriale è legato a una visione complessiva che riguarda l’adeguatezza o meno dei genitori a svolgere il proprio ruolo e la tutela del minore, che è il nostro interesse primario, può portare a una riduzione della loro stessa responsabilità». Una questione, quest’ultima, che, sul piano della casistica delle diverse e complesse vicende affrontate dal tribunale per i minorenni, non è «un fatto raro».

La presidente non entra nel merito del caso specifico, che sarà affrontato nel corso di una udienza fissata nei prossimi giorni, ma ricorda che va valutata quella situazione generale, legata ad atteggiamenti di aggressività, provocazione, educazione, complessità della situazione familiare segnalati dai servizi sociali, che esprimono «un disturbo di personalità». La vicenda del minore è seguita da anni dai servizi e dal tribunale e l’ultimo provvedimento accogliere una richiesta di allontanamento fatta dalla procura minorile. Comunque, si tratta – a quanto si apprende – di un provvedimento temporaneo che sarà valutato proprio nel corso dei prossimi mesi per una ulteriore decisione.

Il caso in parlamento, interrogazione di Zan. Il deputato padovano del Pd Alessandro Zan ha presentato un’interrogazione urgente al governo sul caso del ragazzino padovano che sarebbe stato allontanato dai genitori per decisione del Tribunale dei minori a causa delle «difficoltà di identificazione sessuale». «Quando la discriminazione proviene da chi invece dovrebbe proteggerci, quando la sentenza di un tribunale ci dice di più su chi giudica che non sul fatto da giudicare e quando tutto questo mette a rischio i diritti

di un minore – afferma Zan – non possiamo non chiederci dove e quando il sistema di garanzie di uno Stato civile ha smesso di funzionare. Per accertare le responsabilità di chi si è occupato della vicenda e per tutelare il minore coinvolto ho presentato un’interrogazione urgente al Governo».

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In risposta alla Procura Minorile.

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Dopo l’intervento del Procuratore Minorile facenti funzione:

Nessun inerzia della Procura”, in qualità di avvocato difensore della madre della bimba, sento il dovere nuovamente di rivolgermi all’opinione pubblica.

In primo luogo, né il sottoscritto né la sua assistita vogliono polemizzare con il Procuratore, ma quanto sostiene la stessa Procura è inaccettabile.

In  primis come cittadino italiano, in secondo luogo come avvocato di fiducia.

E’ inaccettabile sostenere che non ci sia stata nessun inerzia se ad oggi, a distanza di due mesi e mezzo, la madre non ha notizie della figlia e non sa nemmeno quali sono i motivi per cui le è stata allontanata la figlia.

Il Procuratore della Repubblica Minorile ben dovrebbe sapere che lo spirito normativo del 403 è l’urgenza, l’immediatezza e la celerità  sia da parte di chi lo attua sia da parte di chi ha per dovere l’impulso processuale e sia da parte di chi istituzionalmente  deve ratificarlo.

Secondariamente, mi sembra quantomeno discutibile l’atteggiamento della  Procura che,  invece di rispondere sul perché di tanto “ritardo”, cerca di sviare entrando nel merito della questione.

Oltretutto la Procura ben dovrebbe sapere che la difesa, nel momento in cui non riesce a prendere visione degli atti né a costituirsi in giudizio, ha poco da dire sul merito.

Ancora più inaccettabile è sostenere che la Procura, il 12 ottobre u.s. abbia inoltrato il ricorso al Tribunale.

In altre parole, come dire, se c’è una colpa non è la nostra.

Un dato è certo, dal 26 settembre ad oggi 7 dicembre la madre non ha avuto alcuna notizia della figlia  né da parte dei servizi né da parte delle autorità giudiziarie che non hanno messo in grado la signora di quel sacrosanto diritto, eventualmente, di difendersi

E’ tutto sulla pelle dei bambini.

E’ inverosimile che anche sui bambini vige quel principio consolidato nel nostro paese che la colpa è sempre di qualcun altro.

Mi permetto di suggerire al Procuratore della Repubblica di leggere quanto un Giudice Minorile, già nel 2011 sosteneva: “ il Provvedimento amministrativo con cui i servizi sociali, in via provvisoria ed urgente, prelevano dall’abitazione famigliare un minore (ex art. 403 c.c.) non può essere ratificato dal Tribunale dei Minori ma anzi deve essere revocato dove non sia adeguatamente motivato, con conseguente ordine di ricollocamento immediato del minore stesso nel proprio ambiente famigliare”.

Voglio concludere rivolgendomi, senza presunzione, sia al Procuratore della Repubblica facenti funzioni, sia al Presidente del Tribunale consigliando una riorganizzazione delle cancellerie che possa prevedere una corsia preferenziale su provvedimenti ex art. 403 c.c. attuati da un ente amministrativo che vanno ad incidere direttamente sulla libertà e sulla vita di ognuno di noi.

Affinché siffatti casi non avvengano mai più.

 

 

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Trieste: scatta lo sfratto, finisce in strada a 93 anni

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Condannata a lasciare l’alloggio in cui vive dal 1968, ora nuda proprietà del figlio, per pagare le cure alla sorella malata di Piero Rauber

TRIESTE Era l’ormai lontanissimo 1968 quando Angiola C., allora quarantaquattrenne, venne ospitata con il figlio Alessandro dalla sorella Francesca e dal cognato nel loro appartamento in uno degli alti palazzi vicini al carcere del Coroneo. Furono, a loro modo, una famiglia. Di quelle allargate. Mamma, figlio, zia e zio.

Tutti insieme appassionatamente, per una vita intera, al punto che poi, nel 2002, la zia, la vera padrona di casa, decise di intestare al nipote Alessandro la nuda proprietà dell’abitazione in cui sarebbero rimaste lei come titolare dell’usufrutto e sua sorella, la mamma dello stesso Alessandro, di fatto ospite inamovibile. Una vita intera, appunto, che adesso però, dopo quasi 50 anni, reclama il conto con gli interessi, nel nome di un mondo in cui, con buona pace dei legami familiari e affettivi, ogni cosa ha, deve avere un prezzo.

Il prossimo 31 marzo infatti, a 49 anni da quel trasloco, Angiola – che di anni ne avrà 93 – dovrà andarsene da lì. Sfrattata per legge dalla casa in cui sua sorella l’aveva accolta quando lei era una mamma sola bisognosa d’aiuto, una casa che oggi appartiene proprio a suo figlio e per la quale chiaramente mai ha pagato un affitto. Non solo: al di là della necessità di doversi cercare un altro alloggio, ragione per cui le vengono riconosciuti questi quattro mesi, «termine congruo per il reperimento di una sistemazione alternativa», dovrà anche pagare un forfait quantificato dal Tribunale in 3.750 euro, ovvero il totale di 250 euro mensili a partire da gennaio 2016.

Motivo: la sorella, da quattro anni a questa parte, ha perso la propria autosufficienza a causa di una malattia fortemente invalidante e si ritrova ospite in una casa di riposo i cui servizi, con una pensione da poco più di 600 euro al mese, non riesce ovviamente a onorare. Quell’appartamento, quindi, va messo a rendita sotto forma d’affitto per consentire l’ospitalità della sorella di Angiola, che detiene come si è detto l’usufrutto, nella residenza per anziani. E nulla possono né il figlio di Angiola, titolare della nuda proprietà, né tantomeno la stessa Angiola.

Così ha deciso l’altro giorno il giudice del Tribunale civile di Foro Ulpiano Anna Fanelli, che ha accolto parzialmente il ricorso avanzato dall’avvocato Maria Grazia Tedesco per conto dall’avvocato Antonella Mazzone – amministratore di sostegno di Francesca P. autorizzato in questo senso dal giudice tutelare – che chiedeva che Angiola fosse condannata ad andarsene immediatamente da quella casa e a pagare 22mila euro a titolo di indennità di occupazione dal gennaio del 2013, quando la sorella si era trasferita nella casa di riposo, fino all’aprile scorso, oltre ai soliti interessi legali, alle rivalutazioni e a 550 euro mensili per ogni mese successivo.

I presupposti del ricorso, come si legge nell’ordinanza del giudice Fanelli, spaziano da un debito accumulato da Francesca C. nei confronti della casa di riposo da circa 30mila euro a un decreto ingiuntivo da oltre cinquemila euro per spese condominiali non pagate dalla sorella.

“Io quella casa l’ho vissuta, l’ho pulita, arredata”, ha raccontato in lacrime Angiola in udienza, «disperata», come racconta il suo difensore, l’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena, che annuncia che farà reclamo contro tale ordinanza. Il legale sostiene infatti la plausibilità di un sopravvenuto diritto reale di abitazione.

Non riconosciuto però in primo grado dal giudice Fanelli, secondo cui «è ragionevole pensare che» la sorella di Angiola, che oggi «a causa del deficit cognitivo di cui soffre non è più in grado di esprimere alcunché», «avrebbe voluto in primis chiedere alla sorella quantomeno un contributo alle spese e poi anche riavere la casa, per poterla magari locare».

O Angiola paga dei “sazi” arretrati o viene sfrattata, insomma. «Questa è una giustizia forte coi deboli e debole coi forti», tuona l’avvocato Miraglia. Che si chiede: «Dove andrà la signora con l’esigua pensione che percepisce, se non finire a carico dei Servizi sociali comunali, che saranno obbligati quindi a trovarle e a pagarle un altro alloggio?

Oppure si ritroverà in carico al figlio, unico

parente che le sia rimasto in vita, che comunque è il reale proprietario di quella casa che lei è costretta a lasciare? A questo punto, per aiutare questa donna, che dobbiamo fare? Aprire una sottoscrizione e una raccolta fondi? Siamo all’inverosimile».

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il Seminario “Il Minore autore di reati”

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COMUNICATO STAMPA
Il 3 dicembre l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare propone
il Seminario “Il Minore autore di reati”

Con l’intervento di testimonianza “Ero una baby squillo, oggi parlo alle giovani donne

 

Nell’ambito del Master in Pedagogia Giuridica Forense e Penitenziaria – novità sperimentata con grande successo dall’INPEF quest’anno – sabato 3 dicembre si terrà un Seminario straordinario, gratuito e aperto al pubblico (accreditato presso l’Ordine degli Avvocati di Roma) sul tema del “Minore autore di reati”.

Gli argomenti trattati, di straordinaria attualità, abbracceranno la tematica da più ottiche complementari, percorrendola nei suoi punti fondamentali:

  • Il reato come espressione del disagio esistenziale
  • Le Baby-gang: caratteristiche e organizzazione interna
  • Il DPR 448/88
  • Le attività dei Centri per la Giustizia Minorile
  • La progettazione di rete e gli interventi educativi di recupero, di sostegno e di educazione all’autonomia personale rivolti ai minori collocati in comunità educative.
  • L’Ordinamento Penitenziario e la sua attuazione: le criticità del trattamento e del reinserimento dei minori autori di reato.
  • La progettazione di rete degli interventi di recupero e di rieducazione rivolti ai minori ristretti negli Istituti Penali per i Minorenni

per giungere, infine, alla composizione e simulazione di un progetto reale.

Il Seminario sarà condotto la mattina dalla Prof.ssa Stefania Petrera (Giudice Onorario c/o la sezione Minori della Corte di Appello di Roma, Pedagogista Familiare) ed il pomeriggio dall’Avv. Francesco Miraglia (Penalista, Esperto in Diritto di Famiglia e Minorile) assieme all’Avv. Carmen Pino (Penalista, Esperta in Diritto di Famiglia e Minorile).
In particolare, a rendere tale evento assolutamente unico, si assisterà ad una testimonianza davvero particolare dal titolo “Ero una baby squillo, oggi parlo alle giovani donne”, fortemente voluto dal Presidente Palmieri e realizzato grazie all’Avv Miraglia, difensore della ragazza che è oggi al contempo vittima e reo.

<<Il mio compagno non mi ha mai obbligato, è vero. Ma mi ha fatto capire che se non avessimo avuto soldi a sufficienza, visto che poco dopo l’inizio della nostra relazione è rimasto senza lavoro, se ne sarebbe andato all’estero e io non volevo perderlo. Era il mio punto di riferimento; così ho pensato che, in quel modo, sarei riuscita a mantenere entrambi […] Avevo 16 anni, nessuna esperienza. Ero invaghita e non mi rendevo conto della terribile strada che stavo per intraprendere>>.

Un evento di tale portata ribadisce concretamente l’importanza di non avere burocrati della formazione a parlare alle nuove generazioni ed evidenzia nel contempo la necessità di sostenere chi rompe il muro della vergogna e dell’omertà.

“Non possiamo pensare che sia una sorta di outing” – commenta in proposito il Presidente Vincenza Palmieri – ma, anzi, rappresenta la manifestazione di una presa di coscienza che passa attraverso la formazione delle giovani generazioni e che si allinea alla prassi, per noi abituale, di avvalersi di professionisti che lavorano quotidianamente sul campo e che ne sono testimoni con la propria vita. Come la nostra amica, che potrà criticamente rispondere alle domande sui perché individuali e sociali tale fenomeno delle baby squillo sia oggi così frequente.

E’ un fenomeno, infatti, molto più sommerso di quanto non riusciamo neanche ad immaginare. E la difesa dei Diritti Umani passa anche attraverso la prevenzione dello sfruttamento sessuale delle bambine e dei bambini.

Siamo orgogliosi di poter dare il nostro piccolo contributo”.

 

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Per informazioni e prenotazioni: – pedagogiafamiliare@gmail.com

– 06.5811057 – 06.5803948 – 329.9833356 – 329.9833862
La Segreteria Organizzativa è aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00 ed il sabato dalle ore 10.00 alle ore 13.00

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Processo Aemilia: fatture false e ‘Summit’ con la cosca: l’imprenditore in affari col boss”.

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Oggi, su alcuni quotidiani cittadini veniva pubblicato un articolo “Fatture false e ‘Summit’ con la cosca: l’imprenditore in affari col boss”.

Si parla del processo Aemilia che si sta celebrando a Reggio Emilia e che sto seguendo in qualità di avvocato di fiducia di alcuni imputati ma nello specifico per Vincenzo Mancuso, l’indagato nel processo Aemilia citato nell’articolo suddetto, sento il bisogno di rivolgermi all’opinione pubblica.

Nel citato articolo si fa riferimento a “summit” ed affari col boss.

Ancora una volta, mi corre l’obbligo di sottolineare che non si può e non si deve condannare chi che sia se non con sentenza passata in giudicato.

Infatti il processo è ancora in corso e c’è chi invece ha già condannato pubblicamente gli imputati.

Tengo a precisare che tutti gli episodi a cui si fa riferimento sono fatti “raccontati”e soprattutto interpretati da un ufficiale di Polizia Giudiziaria.

Pertanto, ancora devono essere sottoposti al contro esame e soprattutto giudicati da un Tribunale.

Non si può e non si deve strumentalizzare in alcun modo un incontro tra due persone che provengono dallo stesso posto.

Non si può e non si deve accomunare, come si sta facendo, essere calabresi all’essere ‘ndranghetisti.

Dalla deposizione dell’agente di Polizia Giudiziaria emergono solo racconti e valutazioni personali: definirsi “cristiano serio”, per l’agente di Polizia Giudiziaria, è la prova che tale è un ‘ndranghetista.

Come per tutti, anche per Mancuso vige il principio della presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio.

 

 

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Aemilia, testimoni intimoriti e minacce negate al processo sulla ‘ndrangheta

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Aemilia, testimoni intimoriti e minacce negate al processo sulla ‘ndrangheta – Il Fatto Quotidiano

“’Mi stai dicendo che mi vuoi sparare?’ Per noi erano toni amichevoli”. Nell’aula del Tribunale di Reggio Emilia va in scena l’omertà in salsa nordica. Tra accompagnamenti coatti dei carabinieri, un teste sparito negli Usa e il giudice che valuta l’invio degli atti per falsa testimonianza. Insulti dai familiari degli imputati fra il pubblico. Cinque sindaci della provincia hanno deciso di esserci “per far sentire la presenza delle istituzioni”

Davanti al giudice stanno passando i testimoni dell’accusa, ma c’è chi, a pochi metri dalle sbarre dietro cui siedono gli imputati, si rimangia quanto detto in fase di indagine. C’è chi, dopo non essersi presentato, è stato accompagnato in aula dagli uomini dell’Arma. Una delle vittime di diverse estorsioni, un giocatore d’azzardo finito in debito con alcuni degli imputati, pare invece che sia scappato negli Stati Uniti e al proprio avvocato avrebbe dichiarato di non volere tornare in Italia per paura della propria incolumità. È anche a seguito di questi fatti che,durante una delle ultime udienze il presidente del collegio, Francesco Maria Caruso, si era addirittura riservato la possibilità di inviare alla Procura le posizioni di alcuni testimoni apparsi reticenti, per valutare un procedimento per falsa testimonianza.
Gran cornuto, dove sei… Scappi pezzo di merda… vado a scontare con tua moglie”. “Fu solo una battuta volgare”

Come nel caso di Salvatore Palmo Rotondo, un imprenditore cutrese attivo in Emilia, che nel 2012 si era ritrovato a dovere dei soldi di Gaetano Blasco e Antonio Silipo, entrambi considerati dai pm membri della cosca emiliana. In una intercettazione del 2012 Rotondo e Silipo si scambiano parole di fuoco: “Turù io non ho niente da perdere lo sai?”, diceva Silipo. “Tonino ma mi vuoi ammazzare? Vieni e sparami!”. La risposta dell’imputato: “Turù a me come mi vedi sono! io non ho niente da perdere!”. “Tonino ma mi stai dicendo che mi vuoi sparare? vieni e sparami Tonino!”. “Queste sono parole tue sono”. In aula davanti al giudice però Rotondo minimizza: “Era una discussione accesa, ma quelli sono i toni amichevoli che usiamo… Pensi che con Silipo sono andato a prendere il caffè finché non l’hanno arrestato. Per voi sarà una minaccia, per me no”. È a questo punto che il giudice Caruso lo avvisa: “Se la telefonata avrà tenore diverso andrà sotto processo per falsa testimonianza”.

Silipo, che è stato condannato in primo grado a 14 anni nell’abbreviato del processo Aemilia (tra le accuse anche l’associazione mafiosa), è stato assolto per questo fatto specifico. Ma anche le motivazioni dell’assoluzione sono interessanti: secondo il giudice infatti il reato da contestare non era estorsione (perché la somma chiesta a Salvatore Rotondo era effettivamente dovuta), ma quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con la minaccia. Però, secondo il giudice dell’abbreviato, siccome Rotondo non ha mai sporto querela, non si può procedere.

L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina. Il rapporto dei Vigili del fuoco? Non l’ho letto”

Anche frasi del tipo: “Gran cornuto, dove sei… Scappi pezzo di merda… Mi sa che vado a scontare con tua moglie adesso”, in aula sono state minimizzate. “Ma quella non è una minaccia, solo una volgare battuta rivolta a mia moglie”, ha asserito un altro testimone. Il pm aveva appena riportato un passaggio di una intercettazione telefonica del 2011 in cui Antonio Valerio, imputato per associazione mafiosa, estorsione e usura, discuteva con l’uomo per un prestito di poche centinaia di euro non restituito.

Infine, come riportato dalle cronache della Gazzetta di Reggio, anche la testimonianza di Antonio Olivo, ex consigliere comunale del Partito democratico, ha fatto molto discutere: “L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina”, ha risposto Olivo al pm Marco Mescolini, che non aveva fatto in tempo nemmeno a fare la domanda su quel rogo del 2005. Secondo l’accusa il fuoco fu appiccato da uno degli imputati, Gaetano Blasco, che voleva vendicarsi per non essere stato coinvolto in alcuni cantieri. Alla domanda poi se avesse letto il rapporto dei vigili del fuoco su quell’incendio, rapporto portato da Olivo alle assicurazioni, il testimone ha spiegato in aula di non avere letto se la causa fosse o meno dolosa.

Per ‘incoraggiare’ i testimoni cinque sindaci della provincia di Reggio Emilia si sono presentati al processo

Olivo, originario di Cutro, oltre a essere stato in consiglio comunale a Reggio Emilia per 10 anni è un imprenditore edile affermato in città. Il suo nome compare nella carte dell’inchiesta Aemilia non solo per quel rogo. Olivo (che non è mai stato indagato) fu infatti intercettato dai Carabinieri nel 2011 al telefono con Romolo Villirillo. Quest’ultimo, condannato nel 2016 in primo grado per associazione mafiosa nell’abbreviato di Aemilia, è accusato di essere stato uno dei capi promotori della cosca emiliana. Olivo peraltro è lo stesso che nel 2012 – assieme all’allora sindaco e oggi ministro Graziano Delrio (che sarà presto anche lui fra i testimoni) e ad altri consiglieri comunali di origine calabrese – andò a parlare con l’allora prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro. La delegazione si mosse su iniziativa dei consiglieri comunali che lamentavano una criminalizzazione dell’intera comunità cutrese in città (circa 10mila persone) dopo le interdittive antimafia che il prefetto stava emettendo nei confronti delle imprese ritenute legate alla ‘ndrangheta.

Proprio per ‘incoraggiare’ i testimoni, nei giorni scorsi cinque sindaci della provincia di Reggio Emilia si sono presentati nell’aula speciale del processo. Emanuele Cavallaro di Rubiera, Nico Giberti di Albinea, Andrea Carletti di Bibbiano, Andrea Tagliavini di Quattro Castella e Enrico Bini di Castelnovo Monti, accompagnati da alcuni dei loro assessori e da una consigliera provinciale hanno presenziato a una delle udienze. “Il pubblico dà fastidio. Spesso capita di ricevere insulti dai parenti degli imputati. Ma non mollo: bisogna esserci per fare sentire la presenza delle istituzioni”, racconta Bini a ilfattoquotidiano.it. “Continueranno a venire a seguire i processi anche le scuole. Per questo abbiamo voluto che il processo si svolgesse qui e non in un’altra città”.

L’avvocato della difesa: “Dai testimoni risposte imprecise, calabresi accusati a prescindere”

Intanto però arriva una nota dell’avvocato Francesco Miraglia, che difende diversi degli imputati nel processo Aemilia: “In un Paese come il nostro, in cui vale per la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, stiamo assistendo in queste ore a un processo mediatico che dipinge già come colpevoli gli imputati in un procedimento giunto soltanto alla fase dibattimentale, tutt’ora in corso, ben lontano da una sentenza”. Tuttavia, secondo Miraglia, i testimoni dell’accusa hanno risposto alle domande “con risposte imprecise, indefinite e per sentito dire”: “Che si tratti di affiliati alla ‘ndrangheta e di operazioni legate alle attività criminose è quindi tutto ancora da dimostrare – ha detto l’avvocato riferendosi agli imputati – e mi pare pertanto che si sia partiti da un presupposto di territorialità, che faccia dei calabresi dei delinquenti a prescindere”.

 

Collegamento a:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/29/aemilia-testimoni-intimoriti-e-mi

nacce-negate-al-processo-sulla-ndrangheta/3127899/