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Archivio per ottobre 2009

Affari d’oro sulla paura del mostro.

26 ottobre 2009 admin Nessun commento

Su 100 denunce solo 4 finiscono con una condanna

Sembrano dati , invece sono tragedie. Su cento denunce per violenza su minori (fonte Ministero di Giustizia) solo il 3.60 % si chiudono con una condanna. Dove finiscono i bambini? Che fine fanno i “presunti mostri”?

Prendi il Piemonte, ad esempio. Oggi ci sono 1940 minorenni tenuti in 212 comunità. In attesa. Sono figli di famiglie problematiche, indigenti, vitime di maltrattamenti, alcuni sottratti per una presunta incapacità genitoriale, altri ancora vittime di presunti abusi sessuali.ma quanti alla fine, davvero vittime? Quanti vanno in adozione e quanti tornano a casa? in definitiva: quanti minorenni vengono sottratti ai genitori ingiustamente? “.

 “E’ un argomento estremamente delicato- dice Ennio Tomaselli, procuratore capo dei Minori a Torino -  preferisco non rispondere su due piedi”.

Non è facile parlare di pedofilia dalla parte degli adulti. Delle vittime impreviste (vedi Basiglio, vedi Rignano Flaminio, vedi il caso agghiacciante di un padre accusato di aver stuprato la sua bambina che in realtà aveva un tumore al retto). I numeri sono un tabù, il resto è anche peggio. C’è però un ‘indicazione statistica importante: su cento eenunce per abuso su minorenne, 86 vengono presentate successivamente alla separazione dei genitori, con marito e moglie in guerra dichiarata.

Un libro tratta l’argomento in modo coraggioso. Si intitola “Presunto Colpevole”, edizioni Chiarelettere. Sottotitolo: la fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Lo firma Luca Steffenoni, 48 anni, criminologo di Milano. Ha deciso di scriverlo quando è diventato padre, e si è tirato fuori dal giro delle consulenze sui casi di pedofilia: “Quel giorno  una persona mi ha detto: “Lasci una gallina dalle uova d’oro”. I minori in Comunità in Italia sono circa 26 milioni, la stima minima per difetto. Stato, Comune, Regione e Provincia stanziano 200 euro al giorno per ognuno di loro. Totale per difetto: 1898 milioni di euro all’anno. “Ogni bambino- scrive Steffenoni- costa, o frutta a seconda di come la vediamo, circa 75 mila euro all’anno. A cui vanno ad aggiungersi gli stipendi per gli assistenti sociali”. Nel libro è citata la testimonianza anonima di un alto prelato che forse è la chiave per addentrarsi dove fa paura guardare: “Meno del 10  di bambini torna in famiglia. Anche nel caso di soluzione del problema o di assoluzione del genitore. Psicologi e assistenti sociali fanno le barricate , persino le associazioni cattoliche. Ufficialmente la causa è burocratica. Ma quello che molti non amano dire è che tali difficoltà sono incrementate da chi gestiscei minori. Il motivo? Nessuno immagina un ospedale senza malati.

“ovviamente non c’è una sola virgola del libro che non ribadisca quanto sia sacrosanta la guerra alla pedofilia – spiega Steffenoni – ma è proprio il sistema che non è credibile. Non funziona il filtro. Da un lato è ispirato da un furore ideologico fanatico, dall’altro è dominato da un aspetto economico pregnante”. Consulenti che sposano la verità degli investigatori in modo aprioristico. Commistioni fra interessi pubblici e privati. Numeri chiari e numeri scuri.

In Italia c’è una vera emergenza pedofilia? Mancano dati recenti. Gli ultimi   sulle violenze sessuali sui minori risalgono al 2005: 455 in totale. Nel 2004 erano state 845. La media di condanne annuali è 178. Ma chi tiene il conto delle assoluzioni? “i casi di falsi abusi purtroppo non sono un’eccezione- spiega Steffenoni- il problema è che il processo per questo tipo di reato  è ormai uscito dall’alveo della prova.

Interessante tornare al caso Piemonte. Gianluca Vignale, consigliere regionale della Pdl, si è impegnato a fondo per ottenere dati che nessuno voleva fornire, alla fine ne ho scoperto uno significativo: “ogni anno la Regione Piemonte stanzia 40 milioni di euro  per tenere i bambini in comunità, solo 24 milioni per politiche sulle famiglie”.

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Cosi hanno distrutto noi e i nostri figli”

26 ottobre 2009 admin Nessun commento

 

Punire chi doveva sorvegliare . Lo chiedono i genitori di due bambini di Basiglio , un piccolo comune alle porte di Milano, prima accusati ingiustamente per alcuni disegni a sfondo erotico attribuiti per errore a uno dei due piccoli, e per questo allontanati dai loro figli – 9 anni la bambina, 13 il più grande- ma oggi pronti a far pagare mesi di umiliazioni e di sospetti a psicologi, assistenti sociali e insegnanti. I due genitori hanno chiesto di costituirsi parte civile contro il comune di Basiglio e il ministero dell’istruzione , davanti al Giudice  per l’udienza preliminare che deve decidere se rinviare a giudizio assistenti sociali incapaci e psicologi frettolosi.

Ci sono voluti mesi per arrivare  a  scrivere in altro modo questa storia. Mesi per accertare che i disegni erano stati fatti da un altro bambino  per dispetto. La verità che sembrava così evidente a tutti ma  non agli investigatori – la calligrafia non era della bambina tolta ai genitori., lei stessa giurava  di non esserne l’autrice, sua madre e suo padre negavano ogni responsabilità -  è invece rimasta sepolta per mesi e mesi sotto montagne  di perizie improbabili, testimonianze frettolose, iter giudiziari a senso unico.

Sul banco dei sospettati oggi siedono due psicologi, un assistente sociale, la preside e le due maestre dei bambini  prima sottratti e poi riaffidati ai genitori.

L’accusa formulata dal Tribunale di Milano è lesioni colpose ai danni di bambini. Un’accusa inedita  per una vicenda che non sembra  così infrequente. “nove volte su dieci, i bambini prima tolti ai genitori vengono riconsegnati alla famiglia di origine”, accusa Antonello Martinez, il legale della coppia che assicura di aver analizzato migliaia di casi in tutta Italia. Storie sempre uguali, in cui i bambini sottratti ai genitori per abusi e violenze sono solo una piccolissima minoranza. Di fronte al dilagare di episodi apparentemente meno gravi – abbandono di  bambini, incapacità di svolgere il ruolo di educatori da parte dei genitori, impossibilità economica di garantire un’adeguata educazione – che vengono trattati comunque alla stessa stregua. Prima il dossier aperto dagli assistenti  sociali, poi l’intervento degli investigatori, alla fine l’affidamento più o meno temporaneo dei bambini ad una struttura comunale di accoglimento o ad un’altra famiglia. Quello che è successo ai bambini di Basiglio. Portati via ai loro genitori e “interrogati” da psicologi e assistenti sociali con metodi come minimo non professionali. I diretti interessati smentiscono, ma agli atti risulta che uno dei bambini sarebbe stato strattonato e alla piccola avrebbero poi detto “guarda che cambierai genitori…”. L’Avvocato Martinez insiste molto su questi aspetti: “il bambino non solo è stato sottratto ai genitori per 69 giorni. Ha dovuto sopportare quella che io chiamo una detenzione. Ha perso nove chili. Il procedimento che si è concluso nei mesi scorsi davanti al Tribunale dei Minori ha accertato che non esisteva nulla di contro  i miei assistiti che adesso vogliono solo costituirsi parte civile ed essere solo risarciti.

Forse ci sarà un processo. Ci saranno altre sentenze. Magari dei risarcimenti. Difficile dire se i soldi serviranno a far riacquistare la serenità persa ai due bambini accusati di aver disegnato scenette oscene, poi sollevati da ogni sospetto, comunque vittime di un braccio di ferro tra giudici, investigatori, avvocati, psicologi, assistenti sociali insegnanti, presidi. Tutti contro tutti. Quasi nessuno dalla parte dei bambini, a parte i genitori, denuncia il legale.

“Portare via un bambino ad una famiglia dovrebbe essere l’estrema ratio. Le leggi per affrontare queste vicende nel nostro paese ci sarebbero, il problema come sempre è la loro applicazione.”

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Presunto Colpevole

17 ottobre 2009 admin Nessun commento

presunto_colpevole2152_imgLa fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia
Essere accusati ingiustamente. Può capitare a tutti. Difficile difendersi, quasi impossibile se il reato di cui si è accusati è quello più tremendo e infamante: abuso sessuale di adolescenti. L’emozione ci travolge quando si parla di bambini. Il mostro sembra essere ovunque: a fronte di molti casi accertati e puniti, ce ne sono troppi altri “sbagliati”, con soluzioni tardive e danni psicologici e economici enormi. Questo libro prova a raccontare ciò che non vediamo. Una macchina burocratica che vale milioni di euro. Un affare per molti: associazioni, centri d’assistenza, consulenti, psicologi. E tante storie di affetti distrutti, di violenza psicologica (genitori divisi, bambini affidati, interrogatori infiniti). Se davvero l’interesse ultimo di tutti gli attori in causa è difendere i bambini, i fatti qui raccontati documentano il contrario. Allora è necessario fermarsi e bloccare la macchina. Basta errori. Costano troppo cari. Questo problema, sebbene scomodo, ci riguarda tutti.

Abbiamo dichiarato il falso in età molto giovane
Dalla lettera di due fratelli di 17 e 19 anni alla Corte di Cassazione.
Anni prima avevano denunciato il padre per abusi subiti.
- a pag. 207
abusi, nostro padre è innocente
abusi, i due figli hanno scagionato il padre ora è necessaria la revisione del processo
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Il silenzio è d’oro.

12 ottobre 2009 admin Nessun commento


C’è un momento per il silenzio ed un momento per le parole.
Che sono importanti, che hanno il loro peso.

In mezzo c’è tanta FIDUCIA, SPERANZA, RISPETTO, DIALOGO con le persone…
Tante idee…tanti progetti…che abbiamo deciso di tenere per noi. Per non essere strumentalizzati (parola odiosa che lentamente sta distruggendo il mondo).
Da dove partire allora?
Perchè se stai zitto ti incastrano. Se parli ti incastrano uguale.
Partiamo dalle affermazioni pesanti di questa mattina del reggente Procuratore di Reggio Emilia sul quotidiano locale “L’INFORMAZIONE”.

Inaccettabili gli attacchi rivolti da Pino La Monica e dall’avvocato della Difesa, Francesco Miraglia, al sostituto procuratore Maria Rita Pantani. L’ufficio della Procura della Repubblica di Reggio Emilia non può assistere passivamente all’ennesima accusa rivolta al sostituto procuratore dottoressa Pantani dalla Difesa di un imputato e dall’imputato stesso…volta a diffamare l’operato di un magistrato che mai si è sottratto ai propri doveri...” (LEGGI QUI L’ARTICOLO COMPLETO SULL’INFORMAZIONE).
Le parole del reggente Procuratore di Reggio, Isabella Chiesi, sono GRAVISSIME  e PERICOLOSISSIME, per due motivi.
Il primo risiede proprio nel linguaggio e nelle frasi utilizzate (Inaccettabili attacchi? Ennesima accusa? Diffamazione?). Queste sì che sono parole che rischiano di minare la serenità di un processo, ma, ancor peggio, di innescare campagne di odio e rancore che rischiano di ledere la dignità e soprattutto l’incolumità delle tante persone coinvolte.
Il secondo è che io, Pino la Monica, non ho fatto attacchi di “nessun genere”, né ho mosso accuse ad alcuno, mai, per cui non si capisce l’aggettivo “ennesima“. Lo vietano la mia indole, il mio carattere, la mia morale. Nella mia vita non ho mai diffamato nessuno…figurarsi l’operato di un Magistrato. Nessuno ne mette in dubbio la buona fede. Io non ho fatto altro che prendere quattro fogli della Procura dal mio fascicolo e “graffettarli” insieme per inviarli ad Ancona e chiedere un GIUSTO PROCESSO! Tutto qui, niente di più, niente di meno. Ecco perchè ritengo le parole del reggente Procuratore molto pericolose. Chiedo solo spiegazioni relative all’incongruenza dei documenti che seguono e che ho allegato alla mia denuncia.

Ma facciamo un passo indietro. E cerchiamo di capire cosa è veramente successo. Ancora una volta ci troviamo nelle condizioni di dover dimostrare e spiegare dei FATTI, non delle opinioni.
Pino La Monica viene arrestato, nel giro di poche ore, il 20 marzo 2008, soprattutto sulla base di una CONSULENZA a firma della dottoressa Anna Pace. (LEGGI QUI ESTRATTO DELL’ORDINANZA DI EMISSIONE DELLA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE). E’ chiaro che, sulla base di questo, la dottoressa Anna Pace diventa un testimone fondamentale che viene richiesto dalla Difesa. Ma nella prima udienza del processo, svoltasi in data 18 febbraio 2009, il Pubblico Ministero Maria Rita Pantani dichiara, davanti al Collegio Giudicante, che la dottoressa Anna Pace non è mai stata una sua consulente di parte (LEGGI QUI ESTRATTO DEL VERBALE DI UDIENZA). Ma allora questo cos’è? (LEGGI IL VERBALE DI CONFERIMENTO D’INCARICO PER CONSULENZA TECNICA). Non solo, ma il Pubblico Ministero dichiara che le ragazze sentite dalla dottoressa Anna Pace sono soltanto due, mentre nella relazione di consulenza la dottoressa Pace dichiara di averne sentite ben quattro. (LEGGI QUI ESTRATTO CONSULENZA PACE). Ma non basta, perchè è proprio sulla base di queste dichiarazioni che, a giusta ragione, il Collegio Giudicante, ha deciso di non citare in aula la dottoressa Anna Pace. Così come ha deciso di non citare in aula il prof. Umberto Nizzoli (ricordiamo che l’unica prova dell’accusa è proprio la relazione del prof. Nizzoli). Nel processo non compariranno la dottoressa Pace che ha fatto scattare la custodia cautelare in carcere (e che ha stilato una relazione nel giro di poche ore) ed il prof. Nizzoli che ha elaborato la relazione peritale sull’attendibilità delle ragazzine. Ma allora in aula cosa andremo a discutere?
Io, Pino La Monica, chiedo DI ESSERE PROCESSATO, chiedo che in aula di dibattimento vi siano tutti i protagonisti di questa vicenda, soprattutto quelli dell’accusa. E sono il primo a dichiarare che la sede opportuna per un processo è l’aula di un tribunale e non i giornali. In 14 mesi ho fatto una sola conferenza stampa ed il Comitato ha rilasciato ai giornali pochissime e striminzite dichiarazioni (alcune neanche pubblicate). Dov’era il reggente Procuratore Isabella Chiesi quando il 21 marzo 2008 su tutti i giornali e televisioni si scatenava il linciaggio mediatico distruggendo la vita di un uomo prima di un regolare processo. Ma, purtroppo, il grande difetto dell’uomo è che spesso dimentica!
Ecco la rassegna stampa di ieri:

GAZZETTA DI REGGIO
RESTO DEL CARLINO
INFORMAZIONE
GIORNALE DI REGGIO

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Casi da pazzi. (Koinè Nuove Edizioni, 2007).

12 ottobre 2009 admin Commenti chiusi

Casi da pazzi   

  

(dalla Postfazione a Nunzia Manicardi, Casi da pazzi. Quando Giustizia, Psichiatria e Servizi Sociali incrociano la strada del cittadino italiano, Prefazione di Francesco Bruno, Koinè Nuove Edizioni, 2007).

Diversamente da tanti studenti liceali dell’atro ieri, di ieri, di oggi e forse di domani, amo un romanzo letterario, quale i Promessi Sposi di Manzoni, grazie ad  un eccezionale insegnate di lettere  antiche che, in V° ginnasio leggeva in classe per ore e ore i vari capitoli, immedesimandosi nei personaggi. Mi capita, ancora oggi, prima di una causa importante di prendere in mano questo vecchio libro di scuola che è, a mio parere, di una attualità sconcertante. Poiché già da allora sognavo di fare l’avvocato, quando nel capitolo III il professore recitava la parte  dell’incontro tra Renzo e l’avvocato Azzecagarbugli, da subito, avevo preso  le distanze da “quel tipo di dottore”, sognavo di essere un avvocato ben diverso… “ho cavato altri da peggio imbrogli.. purché non abbiate offeso persone di riguardo, intendiamoci mi impegno a togliervi di impaccio…Perché vedete, a saper ben maneggiare le grida ( le legge di oggi cioè) nessuno è reo, nessuno  è innocente.”  Questo vecchio ricordo letterario tra i banchi di scuola della mia adolescenza, serve per sottolineare quanti Azzeccagarbugli e quanti magistrati preoccupati a non offendere persone importanti, esistano, purtroppo, oggi più di ieri.

Questo avvocato da subito ha dovuto fare i conti con ombre inquietanti di un sistema giudiziario sordo, cieco ma non muto come scrive Nunzia Manicardi all’inizio del libro.

Pur sentendo il bisogno di sottolineare a caratteri cubitali come la maggior parte dei magistrati e pubblici ministeri in Italia sia sostanzialmente sana, esistono, purtroppo e sono tanti, troppi, i magistrati, pubblici ministeri, magistrati di sorveglianza, giudici tutelari, Presidenti di Tribunali, indistintamente uomini e donne che utilizzano la giustizia per fare carriera sia professionale che politica.

Questo avvocato alla maniera di Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi non è andato a cercare questi soggetti ma purtroppo se li è trovato addosso  (tanti troppi) preoccupati più di non disturbare i poteri di palazzo che di fare giustizia.

In un sistema giudiziario di questo tipo,   in cui agli amministratori della giustizia si affiancano spesso nelle città.,  sindaci, questori, prefetti, assessori, direttori di aziende sanitarie non c’e – mi sento di gridarlo in ogni riga del libro- alcun tipo di giustizia, soprattutto per coloro che vivono nelle condizioni culturali, economiche e sociali più povere e svantaggiate.

Gran parte dei miei clienti, spesso assistiti gratuitamente, si sono imbattuti altresì nel mondo della psichiatria, dei servizi sociali e delle cooperative di questo e quel colore. Purtroppo, sono stati  costretti a constatare che gli ordini professionali dei medici, avvocati e magistrati sono di fatto organizzazioni sindacali a difesa di privilegi, di vantaggi, degli stessi professionisti, ben lontani, da quelle persone a cui dovrebbero assicurare dignità, rispetto e giustizia. Ho davanti agli occhi certe cartelle cliniche che in poche righe cancellano la storia o avviliscono una persona di cui dovrebbero riportare fedelmente il suo diario clinico, “cartelle cliniche vergogna”, puntualmente sottolineate da questo avvocato, e inviate al Direttore dell’azienda Usl, al  Presidente dell’Ordine dei medici  e ai Collegi giudicanti.

Ciò che è peggio  che molte sentenze di condanna trovano giustificazione in queste cartelle.

Per quelle strane coincidenze della sorte, nonostante, alcune sconfitte che bruciano perché colpiscono quasi selettivamente i tuoi clienti più poveri, quasi che davvero, come diceva il Manzoni sia: “ Mal cosa nascer povero…mio caro Renzo!” aumentano le persone, che da tutta Italia che si rivolgono al mio studio.

Nell’affrontare molte situazioni ho avuto la sensazione di sentenze già scritte, di teorie accusatorie “pre-confezionate”, di rinvii a giudizio automatici senza la ben che minima attività istruttoria.

Ebbene, molte volte, di fronte a queste situazioni, vorrei  cancellare, rubare  far sparire dalle aule dei Tribunali quella ipocrita scritta : “La legge è uguale per tutti”… Ciò, nonostante, sono convinto che le cose cambieranno prima ancora di quanto ciascuno di noi possa pensare.

Avv. Francesco Miraglia

Liberi di pensare, liberi di scrivere

Misteri d’italia novità editoriali

Il sole 34 ore 6 giugno 2007

Resto del Carlino Casi da Pazzi

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Il reinserimento sociale delle coop: disabili mentali pagati 2 euro l’ora.

10 ottobre 2009 admin Nessun commento

 

articolo di lunedì 27 febbraio 2006

 

di Stefano Filippi

 

Il caso di una donna impiegata come barista part-time finisce sul giornale cittadino e scoppia la polemica sul mondo cooperativo
Stefano Filippi

nostro inviato a Modena

Tutto è nato, come spesso succede, da una casualità. Una donna ospitata da una struttura psichiatrica, che non riusciva a ottenere la casa popolare promessale dal comune di Modena e dal servizio psichiatrico dell’Ausl, decide di rivolgersi a un legale. L’avvocato Francesco Miraglia ricorda bene quel primo incontro: «Quando ho visto la sua busta paga non credevo ai miei occhi: 200 euro al mese. Due euro l’ora per fare la barista part-time. Non li prendono nemmeno le donne delle pulizie o le badanti. E chi la versava questo salario da fame? Una cooperativa sociale, ovviamente aderente alla Legacoop».
L’avvocato Miraglia e la sua cliente non sapevano che stavano per scoperchiare un pentolone bollente, quello dei rapporti tra la sanità pubblica e le coop sociali in una città come Modena che va fiera del livello di assistenza garantito dalle giunte rosse ai cittadini, e dove la Legacoop fa il bello e il cattivo tempo. Un mondo frastagliato, impastato di coraggio e abnegazione ma coperto da larghe zone d’ombra in cui si confondono sfruttamento, mancanza di controlli, conflitti d’interesse e coperture politiche. E che reagisce a muso duro con silenzi e querele.
Il legale racconta il caso sulla Gazzetta di Modena e in pochi giorni il quotidiano riceve decine di lettere di familiari di persone malate che si trovavano nelle stesse condizioni sopportate fino ad allora con muta rassegnazione. «Mia sorella lavora nelle pulizie, percepisce la stessa paga da più di due anni e di assunzione o lavoro stabile non se ne parla». «Siamo genitori anziani e la maggior preoccupazione è “il dopo di noi”: un lavoro sicuro e ben pagato, un po’ di serenità per tutti noi sarà possibile con una paga di due euro l’ora?». «Tutti abbiamo diritto a un lavoro dignitoso e retribuito adeguatamente, come può succedere una cosa del genere in una città come la nostra?».
Bella domanda. È possibile in virtù di una convenzione tra il dipartimento di salute mentale dell’Azienda sanitaria e il Consorzio di solidarietà sociale di Modena, che raggruppa 26 coop: tutte quelle che «effettuano inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati» nella provincia. L’accordo prevede che questi lavoratori vengano inquadrati in percorsi terapeutici e formativi, accompagnati da educatori e operatori sociali, e retribuiti da una «borsa lavoro» che va da 1,5 a 2,5 euro l’ora. È questa la spiegazione fornita da Vittorio Saltini, presidente della coop Aliante che dà lavoro alla signora in questione, da Massimo Giusti, presidente del Consorzio di solidarietà sociale, e dall’azienda sanitaria.
Miraglia chiede copia dei progetti lavoro e i nomi degli operatori sociali. L’unico nome che gli viene comunicato è quello della barista titolare: come dire che la lavoratrice svantaggiata non era assistita né da educatori né da infermieri. La polemica si allarga nel silenzio dei sindacati e nell’inerzia della magistratura. La Gazzetta di Modena denuncia che nell’assistenza sociale «non esiste un mercato vero ma una sorta di monopolio delle coop sociali, che come tutti i monopoli, per quanto lavorino bene le coop, ha creato non poche storture, rendite di posizioni e anche conflitti d’interessi».
L’intreccio è complesso. La moglie di Saltini (il presidente della Aliante) aveva la responsabilità dello Sportello lavoro cui era affidato l’inserimento lavorativo dei pazienti psichiatrici inquadrati dalla coop. Lo stesso Saltini è membro del consiglio di indirizzo della Fondazione Cassa di risparmio di Modena che largheggia nel concedere contributi alle cooperative sociali: nei mesi scorsi la Aliante ha ottenuto oltre 550mila euro per acquistare immobili da trasformare in «residenze educative e socio-riabilitative». D’altra parte, il vicepresidente della Fondazione, Massimo Giusti, presiede anche il Consorzio delle coop sociali, cui aderisce anche l’Aliante.
Insomma, mistero sul percorso terapeutico, nessun accompagnatore specifico presente sul posto di lavoro, niente verifiche periodiche sull’applicazione della convenzione, fiumi di denaro che affluiscono alle coop sulla base di bilanci autocertificati ma lavoratori pagati miseramente. Silenzio dei sindacati, del Comune e della magistratura. Poi altro colpo di scena: il giudice di sorveglianza scrive all’Ausl dicendo che in realtà la donna è equiparata a persona libera, non può essere soggetta a restrizione né a tutele particolari, dunque potrebbe anche configurarsi il reato di sequestro di persona.
L’avvocato Miraglia fa intervenire i Nas che indagano e girano il fascicolo alla procura di Modena, dove giace tuttora. Scrive a Fassino e Bertinotti: nessuna risposta. In compenso nelle strutture psichiatriche cominciano a girare volantini contro di lui mentre l’Azienda sanitaria e le cooperative lo querelano per diffamazione chiedendogli 100mila euro di danni (l’udienza fissata per il 7 febbraio è stata rinviata a maggio, dopo le elezioni). Nel frattempo la cliente di Miraglia è stata assunta dalla coop Aliante: «La campagna di stampa non ha accelerato i tempi», assicura il presidente del Consorzio delle coop sociali, Giusti. E la paga è addirittura triplicata: adesso la donna guadagna 6 euro l’ora.


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Si Parla di matti da slegare.

9 ottobre 2009 admin Nessun commento

A poco più di dieci anni di distanza,da quando nel novembre 1998 la Gazzetta affrontò per la prima volta il tema dei pazienti psichiatrici legati al letto – con immagini choccanti  e il titolo “Una pratica che viola dignità e diritti dei malati. Scelta terapeutica o cronica mancanza di personale?” -  Al Policlinico universitario di Modena si è tenuto un convegno su “Il problema della contenzione e pratiche che limitano la libertà personale in psichiatria”.

A questo incontro, organizzato dal Dipartimento di Salute mentale dell’Ausl  modenese hanno partecipato esperti locali (P. Vistoli, M. Rigatelli, G. Neri, A. De Palma), della nostra regione (C. Ravani), di Trento (A. Salvi), di Mantova una delle poche realtà italiane in cui il Diagnosi e Cura  è senza contenzione e con le porta aperte.

Puntuale è giunta la conferma che la contenzione fisica in psichiatria rappresenta a tutt’oggi una delle questioni più controverse e complesse nella storia della disciplina dei sistemi  di terapia  e assistenza, in cui confluiscono nello stesso tempo aspetti tecnici (il perché e il quando), aspetti organizzativi (il come), aspetti etico-deontologici (quando è lecito e con quali garanzie) ed aspetti riguardanti la responsabilità professionale (il chi, e nuovamente il perché, il quando, il come legare un malato di mente).

Un problema soprattutto difficile da trattare, perché immediatamente evoca problemi che vanno dalle carenze quantitative del personale a quelle qualitative (professionalità, competenze, aggiornamento), a quelle di logorio: il noto fenomeno del burn-out del personale che, sottoposto a turni e compiti logoranti, “si brucia”, non ce la fa più, finendo addirittura col non sopportare gli stessi pazienti, di fronte ad un contesto culturale di questo tipo e cosi difficile da trattare, va perciò, prima di tutto, riconosciuto grande merito ai responsabili scientifici dell’iniziativa Rita  Covili e Paolo Vistoli -  per avere riproposto dopo tanto tempo il problema, di avere ammesso responsabilmente che “i matti sono ancora da slegare”, ma soprattutto per avere presentato concrete esperienze alternative per ridurre, fino ad azzerare, misure restrittive e coercitive di questo tipo.

L’altro aspetto positivo e propositivo riguarda i dati relativi alla reale incidenza della contenzione. Anche se siamo ancora troppo lontani da poter presentare studi e ricerche omogenee, C. Ravani ha anticipato i dati della nostra regione nei 15 Diagnosi e Cura dal 1999  a tutto il 2007 che riguardano i soggetti contenuti. C’è addirittura un SPDC, quello di San Giovanni in Persiceto, in cui non si è mai attuata alcuna contenzione, e le porte sono aperte, come a Mantova. Anche  nelle altre realtà della regione comunque, i dati dimostrano più attenzione al problema. Si va dal dato più basso: 13 contenzioni all’anno ad un massimo di 198 pazienti legati nei 12 mesi. La media generale è di 85 episodi annui.

A Modena dal 1  gennaio al 31 marzo di quest’anno nel nostro SPDC  sono stati contenuti 20 pazienti. Nel 2008 sono stati 60 i pazienti legati al letto, ma va sottolineato che il nostro reparto ha una capienza di 20 e non di 15 posti letto.

Il dato in genere comune in tutta la regione, e sul quale occorre attentamente riflettere, riguarda l’incidenza di contenzione fisica su pazienti dementi e con ritardo mentale. Su una bassa percentuale di ricoveri di questi pazienti (4,9%) avviene addirittura il 40% delle contenzioni.

Sono stati presentati altri dati: motivi del ricorso a queste pratiche, momenti  della giornata  in cui avvengono più frequentemente, differenze con personale formato o no, dati sui quali ritorneremo. Ma l’aspetto più positivo – lo ripetiamo ancora -  è aver parlato dopo tanto tempo apertamente, senza reticenze o quant’altro.

(RM)

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La morte di Mike Buongiono

9 ottobre 2009 admin Nessun commento

La morte di Mike Buongiono

 


Purtroppo è diventata una routine celebrare ad ogni costo le persone che

non ci sono più, che sicuramente meritano riconoscenza, ricorso,

memoria.

Tuttavia, mi ha lasciato perplesso il “rumore” istituzionale sulla morte del

Maike americano nazionale.

E’ indubbio che li nostro americano Mike ha rappresentato per

sessant’anni un’Italia: vogliosa di rivincite, di vicite, di richezza, di gioco e

non solo…. spesso anche bigotta.

E’ altrettanto vero che rispetto ad alcuni programmi dei nostri giorni, i

quiz di Mike possono tranquillamente considerarsi esempi di cultura,

raffinatezza e addirittura intellettuali, ma riconoscere al nostro americano

presentatore le onoreficenze di stato come un eroe della patria …è

sembrato troppo

Nulla più stupisce|

(LM)

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Una Vicenda che non deve Accadere.

2 ottobre 2009 admin Nessun commento

Una Vicenda che Non Deve Accadere

“Tanto tuonò che piovve”

Ho raccontato in “scelta di campo” su questo giornale: “Una vicenda che non deve accadere” Ho cercato di riportare nel modo più anonimo e più impersonale una brutta storia dove una collega avvocato non ha esitato di dichiarare il falso nei confronti del padre di un suo patrocinato, tragicamente scomparso proprio per colpa di queste vicende. Lo stesso avvocato ha sostenuto di non aver mai ricevuto alcun compenso e di non essere, di fatto, mai stata l’avv. di fiducia dello scomparso sig. A.A.

La più grande soddisfazione per il sottoscritto e per il Forense è che dopo aver tanto tuonato è stata la stessa avvocatessa a riconoscersi come protagonista di quest’incresciosa vicenda, la quale come ha gia fatto nei confronti del Prefetto, Presidente del Tribunale e Presidente dell’Ordine modenese anche a questo giornale attraverso il suo difensore di fiducia continua a dichiarare il falso.

Purtroppo per la collega, anche sollecitati da questo suo intervento boomerang è stata depositata denuncia querela nei confronti della stessa, dove sono riportati matrici degli assegni incassati, testimonianze dirette di soldi percepiti in contanti, oltre a tanti verbali di udienza che dimostrano che l’avvocato che si è identifica, assistita dell’avv. P.F. Rossi. era l’avvocato di fiducia dello scomparso Sig. A.A

Infine vorrei suggerire all’avv. Pier Francesco Rossi, alludendo ad una nota parabola evangelica, riferito al suo suggerimento al Forense di vagliare con maggiore attenzione la qualità e rispondenza al vero del contenuto delle vicende pubblicate, che prima di scorgere la pagliuzza negli occhi degli altri è bene guardare la trave nei propri occhi” e in particolare in quelli dell’avvocato sua assistita.

Avv. Francesco Miraglia

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Modena terra di abusi.

2 ottobre 2009 admin Nessun commento

Modena, lì 5 settembre 2007

                                                                                                                

Preg.mo

Direttore

Sua sede

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Sento il bisogno di sottolineare – da subito – che la gravità delle argomentazioni che saranno sostenute in intervento, è fatta dal sottoscritto con la consapevolezza di scienza e coscienza, tale da assumermene la completa responsabilità. Sin da ora, quindi, sento il bisogno di ringraziare  il direttore di questa possibilità offertami.

Da un po’ di tempo a questa parte sono diventato tra i più convinti sostenitori dell’abolizione dell’Ordine degli Avvocati, e ciò non certamente per un pregiudizio o per un’ideologica posizione, ma, soprattutto, per esperienza personale e diretta.

Se il governo Prodi, come ha sostenuto nel programma elettorale, presenterà un provvedimento sull’abolizione degli Ordini professionali, per quanto riguarda quello degli avvocati, mi adopererò in tutte le maniere per far emergere quanto purtroppo passa inosservato o meglio viene nascosto da certi Consigli.

Basti pensare a quanto sta succedendo in questi mesi su uno dei problemi più gravi – inerenti i reati di abusi sui minori – in cui oggi si trovano a scontrarsi giudici, avvocati, periti e consulenti di tutte le discipline.

Da circa 6 anni a Modena ed esattamente dal famoso “caso di Don Govoni”, condannato ingiustamente da “quel pubblico ministero” e da “quella psicologa” dipendente dell’AUSL, quest’ultima dimessasi per diventare l’esperta dei processi di questi ultimi anni, questa città continua a vivere sotto l’assoluta indifferenza del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, del Ministero di Grazia e Giustizia e nelle connivenze delle altre istituzioni e servizi. La nostra città è letteralmente condizionata da un gruppo di tecnici noti oramai in Italia come “abusologi”. Ebbene: con le stesse valutazioni, con gli stessi metodi, con gli stessi argomenti, con le stesse procedure, gli stessi servizi sociali e/o psicologi dell’AUSL che hanno condannato in prima istanza il prete della bassa, si sono resi protagonisti di un’altra morte.

In questi giorni per quanto riguarda il prete della bassa, vengono celebrate giornate riabilitative “il suo paese ha deciso di intitolargli una strada”. Giornate in cui vengono denunciate le incompetenze, la superficialità e il pressappochismo della pubblica accusa e di quella famosa psicologa dell’AUSL.

Per estrema certezza faccio riferimento al solito pubblico ministero che da mesi si è trasferito a Perugia, e se non si fosse capito, faccio riferimento a quella “psicologa” dell’AUSL, oggi addirittura direttrice di una comunità.

Per quanto riguarda l’altra morte: un modenese di 39 anni, aveva subito una condanna con gli stessi metodi e dagli stessi sopra indicati protagonisti. Successivamente al mese di gennaio di quest’anno – mese della condanna – per 80 giorni questo ragazzo ha bussato alle porte che contano: Guardia di Finanza, Procura della Repubblica, ma, soprattutto, ha bussato, forse con estrema fiducia, a quel Consiglio dell’Ordine modenese. Ha presentato denunce ed esposti circostanziati, con nomi di avvocati coinvolti, con nomi di giudici e di consulenti specialistici e in cui emergono somme di denaro richieste e cifre incredibili.

L’ultima porta che quest’uomo si è visto sbattere è stata proprio quella dell’Ordine degli Avvocati di Modena a cui, con nomi, cognomi ed indirizzi aveva indirizzato un esposto che avrebbe dovuto, quantomeno in via cautelativa, costringere l’Ordine stesso a sospendere forse alcuni “avvocati”.

Rimasto completamente inascoltato dalle Istituzioni tutte, quest’uomo, pochi giorni prima di Pasqua, ormai stanco, si è tolto la vita offrendomi personalmente il difficile e il terribile compito di restituirgli, almeno dopo morto, quella dignità distrutta dagli specialisti sopra menzionati.

Il padre e la madre di querst’uomo si sono rivolti, sia tramite comunicazioni scritte che personalmente, bussando quotidianamente alla porta del quarto piano del Palazzo del Tribunale, sede dell’Ordine degli Avvocati di Modena – che ultimamente sta pensando di comprare una nuova sede – sempre più intenzionati a farsi giustizia da soli: ma, con enorme amarezza, nessuno dell’Ordine si è degnato di chiamarli o di incontrarli personalmente.

Questo caso per quanto possa sembrare incredibile non è straordinario e/o eccezionale: è soltanto la punta dell’iceberg nel cui interno vi sono altri ed infiniti casi, gran parte del mio studio. E la maggior parte di questi casi riguardano il mancato intervento “di quel consiglio dell’ordine degli avvocati” dove avvocati e/o istituzioni si avvalgono di una immunità “garantita dall’Ordine degli avvocati”. A chi giova un ordine siffatto?

 Modena Terra di Abusi

Il Forense – Istituzioni Sempre Più Lontane