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Archivio per settembre 2009

Quattro anni rapita dalla giustizia.

30 settembre 2009 admin Nessun commento

          Modena,  il 29  Luglio 2009

                                                                                        

                                                                               Preg.mo Sig.

Sindaco Delrio

Comune di Reggio Emilia

Sua sede

 

 

Preg.mo sig.

Presidente TM di Bologna

Sua sede

 

Preg.mo

Assessore regionale Politiche sociali

Sua sede

 

 

Oggetto: Minore

 

Gentile Sindaco,

come avvocato di fiducia di due genitori reggiani ai quali il Servizio Sociale e il Tribunale dei Minori  hanno sottratto  una bambina di solo 4 anni, sento il bisogno di rivolgermi direttamente a Lei quale responsabile del benessere di tutti i cittadini soprattutto dei bambini.

Come riportato dall’opinione pubblica, la piccola di solo 4 anni è stata allontanata dai suoi genitori per decisione del Tribunale dei Minori ma anche per colpa dei servizi sociali.

La situazione della minore deve essere risolta al più presto nell’interesse della stessa bambina.

Non si può accettare un comportamento tanto superficiale quanto dannoso nei confronti di bambini di 4 anni da parte delle istituzioni!

Com’ è possibile che accadano situazioni così paradossali?

Per il servizio è opportuno che la bambina torni a casa; per il giudice, per il quale probabilmente la vicenda della minore è solo un  numero di ruolo, non è opportuno?

Quello che è più grave, inadeguati, inaccettabile, da contestare con tutta l’energia possibile è il fatto che il Tribunale per i Minorenni e il Servizio Sociale, che la nostra regione vanta come uno dei migliori in Italia, non si siano chiesti assolutamente di come stia la bambina preferendo che la stessa rimanga in istituto.

Forse il Tribunale per i Minorenni e il Servizio Sociale non sanno che la bambina ha una famiglia?

Purtroppo, tenuto conto del conto del contrasto  tra il servizio e il Giudice, devo constatare che sia il Servizio sociale che il TM  si sono rilevati del tutto inadeguati e insufficienti a gestire problematiche cosi complesse.

Proprio in questi giorni pubblicamente il Procuratore della Repubblica del TM dott. Ugo Pastore ha sostenuto le inadeguatezze e le insufficienze  dei Servizi.

Anche a Reggio Emilia, il caso della bambina, deve far riflettere sulla necessità di istituire un garante  per l’infanzia e soprattutto far riflettere su Giudici e servizi sociali siffatti.

Pertanto, mi rivolgo alle SSLL affinché ci sia un confronto reale di come il Servizio Sociale e il Tribunale dei Minori nella vicenda de quo  non ha funzionato con la speranza che per il bene della bambina vengano riviste immediatamente le posizioni del Giudice per i minorenni F. Salvatori

 

Avv. Francesco Miraglia

Nostra figlia di 4 anni rapita dalla giustizia

quella bimba di quattro anni deve tornare a casa insieme ai suoi genitori

Strappata ai genitori senza motivo

il caso bimba di 4 anni tolta ai genitori

Ci hanno tolto nostra figlia senza un perchè

 

 

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Il Pubblico Ministero sotto accusa.

30 settembre 2009 admin Nessun commento

Modena, lì 27maggio 2009

 

 Al Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Emilia

C/o Procura della Repubblica di Reggio Emilia

Sua sede

           

 

                                                                                                              Agli organi di Informazione

 

 

Il sottoscritto, avv. Francesco Miraglia in qualità di difensore di fiducia di Pino La Monica, sente il dovere di rivolgersi alla S.V. per le dichiarazioni del PM dott. Maria Rita Pantani negli organi di informazione locali di Reggio Emilia di mercoledì 27 maggio : “Non faccio commenti aspetto serenamente come tutti (tutti chi? Ndr) l’inizio del processo penale dove verranno accertati i fatti. Ribadisco solo che la dott.ssa Pace non ha mai presenziato quale consulente dell’accusa all’incidente probatorio, in quanto la sottoscritta come prassi non ritiene opportuno nominare propri consulenti. La Pace ha presenziato solo ad alcune audizione con me (quattro) ma mai all’incidente probatorio dove c’erano invece Nizzoli e due consulenti di parte…”

Sono non solo perplesso, ma decisamente preoccupato per simili “esternazioni” di fronte alla gravità degli atti processuali che abbiamo presentato agli organi istituzionali competenti.

Nessuno ha mai pensato di “agitare” il PM in questione non c’è alcun motivo per cui la dott.ssa Pantani debba perdere la serenità, ciò che mi preoccupa è che nel momento stesso in cui il PM dichiara di non voler fare commenti aggiunge notizie non corrispondenti al vero, e soprattutto fuorvianti per l’opinione pubblica e per le parti interessate.

Il mio assistito si è limitato soltanto a presentare documenti già agli atti in cui la dott.ssa Pantani smentisce se stessa.

Il  18 febbraio 2009 , lo ripeto per l’ennesima volta, all’udienza dibattimentale davanti al collegio Giudicante a pagine 5 del verbale di stenotipia la dott.ssa Pantani ha dichiarato che la dott.ssa Pace non ha mai svolto nessuna attività di consulenza La dott.ssa Anna Pace non è mai stata una mia consulente, una consulente di parte, non ha mai partecipato alle operazioni peritali, è stata soltanto una psicologa che nell’immediatezza ha aiutato il Pubblico Ministero a sentire due testimonianze delle minori poi confluite in incidente probatorio. La dott.ssa Anna Pace non ha partecipato in nessuna occasione e in nessun atto dell’incidente probatorio, per cui anche questa non è ammissibile… !

Sono questi i motivi per cui abbiamo denunciato il magistrato Pantani per falso il atto pubblico. Di fronte a queste denunce la dott.ssa Pantani si sente in dovere di continuare a sostenere alla stampa davanti agli organi di informazione che “la dott.ssa Pace ha presenziato solo ad alcune audizioni con me di alcuni minori quattro ma mai all’incidente probatorio”

Risulta incomprensibile se non un’arrampicata sugli specchi l’accostamento Pace / incidente probatorio.

La dott.ssa Pantani, purtroppo, si ostina a dichiarare che la dott.ssa Pace non era una sua consulente.

Sono costretto ad inviare anche agli organi di informazione copia del verbale di confronto di CTP della dott.ssa Pace al firma della dott.ssa Pantani in cui smentisce se stessa.

Il PM, inoltre, in relazione riferisce di 2 audizioni in cui ha pronunciato la dott.ssa Pace, affermazione smentita dalla stessa Pace/Pantani/  Beretti.

A questo punto, sono costretto a rivolgermi a lei affinché faccia chiarezza in merito e vigili sulle affermazioni non corrispondenti al vero di un PM della Procura della Repubblica. Mi preme sottolineare che non c’è nessun atto di carattere personale, né l’imputato né questa difesa possa accettare un processo con materiali e contenuti di questo tipo.

                                                                                             Avv. Francesco Miraglia

Materia solidale

Procuratore contro Miraglia

Replica a Miraglia

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I corsi si fanno…!

30 settembre 2009 admin Nessun commento

 

                                                                                         Modena 7 marzo 2009

 

Gentile direttore,

di fronte alle false notizie, riferite sulla stampa in merito ai corsi di Pino annullati dal vescovo di Reggio Emilia e rinviati, eventualmente, dopo il processo, sento il dovere di precisare che, invece, i corsi puntualmente e regolarmente, come annunciati, venerdì 6 marzo hanno avuto inizio.

Infatti, nella serata di ieri si è svolta, nella sala conferenze dell’hotel Metropolis di Reggio Emilia, la presentazione del corso “Saremo ciò che saranno” condotto dallo stesso Pino La Monica.

Tango a precisare che Pino può, come qualsiasi altro cittadino libero tenere tutti i corsi che vuole, vista la competenza  acquisita, (piaccia o no alle controparti) e soprattutto per le richieste delle persone che hanno deciso di frequentare i corsi a pagamento.

Ancora una volta, anche, quest’ultimo episodio dimostra il clima di caccia alle streghe e di pregiudizio che gira intorno alla persona di  Pino La Monica.

A tal proposito, è opportuno che sia la Pubblica Accusa che l’avv. Scarpati di parte civile rispettassero i propri ruoli, e non sindacare sulle capacità o sull’ opportunità che Pino lavori.

                                                                                                          Avv. Francesco Miraglia

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Il Tribunale della Libertà di si alla difesa!

30 settembre 2009 admin Nessun commento

Modena 16 marzo 2009

Gentile Direttore

Sua Sede

 

Il collegio difensivo di Pino La Monica,  diretto e rappresentato dall’avv. Francesco Miraglia in collaborazione con i consulenti di parte Prof. Camillo Valgimigli e il dott. Stefano Zanetti, sente il dovere di informare l’opinione pubblica dei falliti tentativi del PM  M.R. Pantani, di riportare,  ad ogni costo, Pino La Monica in carcere.

 Tele iniziativa,  a nostro avviso vanno al di là degli stessi compiti istituzionali del P.M., risolvendosi tra l’altro in uno spreco di tempo e di denaro pubblico da parte di una magistratura che da troppo tempo è oggetto di dibattito per una riforma totale.

L’accanimento della dott.ssa Pantani nei confronti di Pino La Monica, crediamo non abbia precedenti : in data 24 gennaio 2009, il Gup  dott. R. Nerucci revocava gli arresti domiciliari, disponendo l’immediata libertà di Pino; da quel momento per il PM Reggiano il caso La Monica è diventato, purtroppo,  un fatto personale, riportando una serie di insuccessi che rendono sempre meno credibile l’impianto accusatorio; in data 5 febbraio 2009,  l’appello del PM  avverso l’ordinanza di scarcerazione a firma del dott. Nerucci, al Tribunale delle Libertà veniva,addirittura, dichiarato inammissibile per vizio di forma.

Con atto depositato il 12 febbraio 2009, lo stesso PM, sosteneva di aver  accertato “nuovi fatti che depongono per un’aumentata pericolosità sociale”,  chiedendo, in buona sostanza,  al collegio Giudicante ( Dott. S. Scati, dott. G. Ghini e dott. P. Mondanini ) di riapplicare la misura cautelare in carcere.

Il giorno dopo gli stessi giudici che devono giudicare La Monica così decidevano: “Alla luce di tutto quanto precede la richiesta del PM deve essere rigettata. PQM Rigetta, la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di La Monica Giuseppe.

Di fronte a questa, ennesima sconfitta, la dott.ssa Pantani, proponeva, addirittura, appello contro la decisione del collegio giudicante.

In data 11 marzo 2009, si è celebrata a Bologna, con la presenza straordinaria  ed eccezionale della stessa dott.ssa Pantani, l’udienza avanti al Tribunale delle Libertà.

In data 13 marzo 2009, il suddetto Tribunale decideva di respingere l’appello del PM, perchè infondato.

Questo collegio difensivo, vuole sottolineare che l’infondatezza altro non significa che l’assoluta mancanza di inconsistenza e giustificazione delle argomentazioni presentate dal PM  Pantani nel suo atto di appello.

Nell’ordinanza del Tribunale adito, emerge per altro che  La Monica “non appare come il bruto che si cela dietro l’angolo della via, approfitta  per assalire la vittima a  mò di agguato di favorevoli situazioni si tempo e di luogo”……………   nei 2 mesi di carcere cui è stato sottoposto seguiti da 8 mesi di segregazione  domestica, e in questi 2 mesi circa di riacquistata libertà mai risulta aver avuto segnalazioni per condotta, iniziativa e atteggiamenti pedofili”

Di fronte ad una situazione siffatta, questo collegio difensivo intende, pubblicamente, rivolgersi al Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Emilia affinché valuti le iniziative e il comportamento a dir poco discutibile dell’ organo inquirente.

 Di fatto da alcuni mesi a questa parte, questo collegio difensivo si trova in grosse difficoltà per dover far fronte, a  battaglie del tutto personali di un PM contro una persona imputata, ma innocente fino a prova contraria

Una domanda nasce spontanea, a questo avvocato: il PM farà ricorso contro una decisione avallata da 7 Giudici?.

A questo punto l’intera vicenda , a nostro avviso, merita una particolare attenzione e controllo.

                                                                                                  Avv. Francesco Miraglia

La Monica resta libero

Pino ancora libero

Respinto il Riesame

 

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2 euro l’ora, troppe cose non quadrano!

30 settembre 2009 admin 1 commento

Modena 4 ottobre 2004

In qualità di avvocato di fiducia, tra l’altro con patrocinio gratuito, di una paziente che da più di un anno è collocata presso una struttura psichiatrica dell’Ausl di Modena, sono ad informare di alcuni incontri tra il sottoscritto e il direttivo del dipartimento di Salute mentale Ausl di Modena e il Responsabile della psichiatria Modenese.

La mia assistita, in data 28 agosto 2004, mi faceva recapitare una lettera nella quale lamentava, di non aver ancora ottenuto, dopo più di un anno di permanenza in ambiente psichiatrico, una casa promessa dal Comune di Modena e dal servizio psichiatrico dell’Ausl di Modena.

Lamentava, soprattutto, l’impossibilità di rendersi autosufficiente, dal momento che la retribuzione lavorativa percepita (svolta presso un pubblico esercizio gestito dalla cooperativa sociale Aliante) dalle ore 8 alle ore 12 veniva stabilita in euro 8,00 corrispondenti a euro 2,00 ogni ora di lavoro.

Immediatamente mi rivolgevo, in merito, ai responsabili del servizio di psichiatria Ausl di Modena, chiedendo loro ragione di questo, a dir poco, abnorme e paradossale riconoscimento retributiva a favore della mia assistita.

I dirigenti del suddetto servizio Ausl di Modena, disponibili ad attivarsi per una rapida soluzione abitativa e di sostegno a favore della paziente, declinavano qualsiasi responsabilità, in merito alla retribuzione riconosciuta alla mia assistita, invitandomi, peraltro, a rivolgermi al Presidente della Cooperativa sociale Aliante vincitrice dell’appalto e responsabile del servizio “sportello lavoro”.

Il sottoscritto non ha ritenuto opportuno personalizzare la vicenda dell’assistita per questo mi rivolgo alle sopra citate istituzioni e alla stessa cooperativa per chiedere come sia possibile che in una città come Modena, all’avanguardia in campo nazionale per i servizi socio- sanitari offerti, possano esistere situazioni di questo tipo.

E’ dunque, possibile che la cooperativa Sociale Aliante ritenga che una persona, già in grave difficoltà, possa fare progetti guadagnando euro 2,00 all’ora?

Mi sento in dovere di sottolineare che il lavoro svolto dalla mia assistita è fatto di fatica vera per sessanta minuti ogni ora: lava, pulisce pavimenti e serve la clientela come qualsiasi altro lavoratore.

Ovviamente mi sono rivolto alle citate istituzioni, affinché le stesse cerchino di approfondire  quanto da me asserito. Rendendomi disponibile per qualsiasi chiarimento ringrazio per l’attenzione e porgo i più cordiali saluti.

Avv. Francesco Miraglia

 

Caro avvocato Miraglia è passato ormai più di un anno che sono qua dentro e le giuro che sono veramente stanca. Ho un lavoro che mi viene remunerato “2 euro” all’ora e le dico che lavoro, non sto con le mani in mano, mi do da fare, sto aspettando con ansia una casa  un lavoro che mi permetta di campare.

Aliante paga 2 euro l’ora

Aliante replica sui 2 euro all’ora

Che arroganza, signori Saltini e Giusti

ante e Ausl chi ha sbagliato

Nel mondo ci chi lavora per 2 euro l’ora

Denuncio l’ AUSL non dice la verità

Dibattito su 2 euro l’ora ecco le occasioni perdute

 Un dibattito e le proposte sui 2 euro

tito e le proposte sui 2 euro

Disabili mentali pagati a due euro

 Presunti abusi,il fascicolo in Procura

Due euro l’ora da mesi è uno scandalo per la città

 

 

 

Assegnato all’avvocato Miraglia il premio “Cittadini Umani”.

30 settembre 2009 admin Commenti chiusi

Assegnato all’Avvocato Miraglia il premio “Cittadini Umani”

Nei giorni scorsi è stato assegnato all’avvocato Francesco Miraglia del Foro di Modena il Premio 2008 del CCDU (Comitato cittadini Umani). La premiazione, avvenuta a Milano ha voluto evidenziare l’impegno proficuo di Miraglia e i risultati da lui conseguiti nella tutela dei diritti degli svantaggiati e, in particolare nella salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone. Insieme a Miraglia sono stati premiati l’avvocato Antonello Martinez famoso per la vicenda dei due bambini di Basiglio, sottratti alla propria famiglia, lo psichiatra Mariano Loiacono dell’Università di Foggia e il prof. Piero Colacicchi professore all’accademia d’arte di Firenze.

Premio cittadini umani

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Capacità genitoriale…genitoori imperfetti per figli perfetti.

30 settembre 2009 admin Commenti chiusi
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Sempre più bambini istituzionalizzati.

30 settembre 2009 admin Nessun commento

 

 

“bambini in istituto” evoca sicuramente nel nostro immaginario sentimenti di pena e di tristezza, l’idea di un posto dove i bambini vivono una certa costrizione, non sono per nulla contenti, al massimo alternano alla malinconia momenti di euforia e di iperattività. Un posto per l’appunto deprimente. Poi cerchiamo di scacciare questi cattivi pensieri, dicendoci che oggi non è più come una volta, che non ci sono più i dormitori, il pane scarso e gli educatori con la bacchetta. Tuttavia non è raro che quando i nostri figli non si comportano bene, un po’ per scherzo un po’ per minaccia di un qualche provvedimento repressivo, agitiamo il fantasma del collegio, per consolare noi e minacciare loro, a significare sia che non ne possiamo più, sia che speriamo che nostro figlio venga a più miti consigli se gli facciamo intravvedere la minaccia di un abbandono da parte nostra.
Sembra allora che il concetto di famiglia e quello di istituto siano antitetici. Ma è davvero così? O solo così? O così semplice? È proprio così che la pensiamo? Per tutti i bambini?
Se portiamo il nostro bagaglio emotivo sul terreno di una riflessione ragionata e allo stesso tempo empaticamente partecipe dei bisogni del bambino, riusciamo a trarre delle interessanti considerazioni.
Innanzi tutto che l’istituto, prima ancora che antitetico alla famiglia, è culturalmente superato. Per culturalmente si intende tutta quella serie di conoscenze e di competenze che una società si fa: sociologiche, antropologiche e psicologiche che ci dicono essere la famiglia il luogo privilegiato di crescita per un bambino. Questo concetto, fatto proprio dalla nostra legislazione, ribadito nella Convenzione internazionale dei diritti del bambino, è un concetto che si fonda sull’osservazione dei bisogni del bambino: solo la famiglia può soddisfarli perché sono bisogni di crescita in termini relazionali.
L’istituto non riesce a fare la stessa proposta proprio per come è concepito e strutturato: il bambino non vi trova un senso di appartenenza, non può costruire delle relazioni privilegiate, e tuttavia, quando costretto a soggiornarvi per tempi dilatati, in attesa di conclusioni dell’iter giudiziario o di improbabili cambiamenti della sua famiglia, sazia il suo bisogno di figure di attaccamento attraverso attaccamenti e investimenti illusori, precari e negati, alle persone che gli vivono accanto, alle immagini dei genitori naturali depositate nella sua mente, finendo così per colludere con quanti non si pongono il problema di quella efficace tutela che si esprime come progetto per il futuro.
A rendere evidente tutto ciò basta confrontare le modalità di accesso all’istituto per come si sono progressivamente affermate.
Un tempo l’istituto era considerato in due modi, a seconda dei privilegi di nascita o di stato sociale:
– il luogo privilegiato della integrazione educativa, culturalmente raffinata, della famiglia di elevato rango e possibilità economica,
– oppure, con sistemazioni molto meno confortevoli, il luogo dei “senza famiglia”, orfani e bastardi, di quelli che, attraverso l’obbligatoria partecipazione a processioni, manifestazioni pubbliche e funerali, dovevano espiare la loro minorità per essere senza famiglia e ringraziare la società che si occupava di loro.
Questi due modi estremamente diversi, di concepire l’istituto, sono oggi culturalmente superati: il primo perché la famiglia funzionante raramente fa delega educativa, non per bambini piccoli, e comunque per tempi brevi; il secondo perché gli orfani trovano subito una famiglia sostitutiva e la categoria dei bastardi è fortunatamente scomparsa.
E tuttavia questi due modi antichi, in dissolvenza, si sovrappongono nel nostro immaginario e danno luogo ad una forma confusa e confondente: quella che l’istituto possa essere, in casi particolari, di numero peraltro elevato, una alternativa alla famiglia, idea per di più anche molto pericolosa perché sottende tutta una serie di concetti adultocentrici che poco hanno a che vedere con i reali bisogni dei bambini.
La famiglia, fonte di modelli relazionali, non può essere sostituita dall’istituto
Se andiamo a vedere la storia dei ventimila e più bambini in istituto, vediamo che per la maggior parte di essi si è pensata la sistemazione in istituto a motivo di un fallimento conclamato e decretato della famiglia:
– il bambino è stato allontanato dalla famiglia,
– la famiglia non è in grado di farcela,
– è in corso un procedimento presso il Tribunale per i minorenni,
– in qualche modo la famiglia, direttamente o indirettamente, ha declamato falliti i suoi compiti.
Nella Banca Dati Minori 1993 della Regione Veneto, su 1006 minori istituzionalizzati, il motivo prevalente sono i problemi relazionali della famiglia, mentre la durata dell’istituzionalizzazione raggruppa la maggior parte dei minori tra meno di un anno e tre anni, per arrivare ad oltre dieci anni.
L’istituto si trasforma così nel luogo di conservazione dei fallimenti familiari, ne diventa il tirannico, geloso e crudele custode, il prolungamento di un malinteso potere della famiglia sul bambino.
Ma se abbiamo all’inizio riflettuto che l’istituto è superato e che non può quindi essere una alternativa alla famiglia, dobbiamo allora molto interrogarci su che senso abbia ricoverare in istituto questi bambini la cui famiglia vive una fase di fallimento, discorso oltretutto operativamente rischioso, perché quando il bambino è in istituto, spesso gli operatori sociali, bombardati da mille altre situazioni, possono ora rivolgere a queste altre il loro pensiero, nella convinzione che per il momento il bambino gode di protezione, e loro possono finalmente pensare a qualcuna delle altre mille questioni.
Così, il bambino che vive in istituto, spesso è dimenticato in istituto: non nel senso che l’operatore non sappia che ci sono delle esigenze per quel bambino, ma non pensa più che si tratti di un problema pressante e tende a rinviarlo.
D’altra parte, la protezione offerta dall’istituto non viene esperita come competitiva dalla famiglia naturale (diversamente dall’affido eterofamiliare che più direttamente richiama l’inadeguatezza dei genitori naturali), si presta a tante giustificazioni, la prima delle quali consiste nell’invocare la propria povertà, e non la propria relazionalità patologica, che invece è questione alla base di tutti i maltrattamenti e le trascuratezze nei confronti dei bambini.
E, paradossalmente, sta proprio qui, nell’assenza di attributi che lo rendano competitivo con la famiglia, la caratteristica di fondo dell’istituto, scelto come alternativo alla famiglia.
La negazione e il misconoscimento delle difficoltà relazionali e del fallimento della famiglia, diviene così, con la sistemazione in istituto dei bambini che sono l’evidenza di tale fallimento, la negazione e il misconoscimento dei loro bisogni di relazione. Tali bisogni, negati e misconosciuti, imploderanno nella psiche dei bambini, con la conseguenza di gravi patologie e devianze.
Tale pesante procedura a danno dei minori, mascherata dietro un garantismo che non può essere che adultocentrato, diviene addirittura aberrante quando si tratta di bambini piccolissimi, dove si riscontra il peggio del misconoscimento e il massimo del danno.
Gli studi sul bambino, sia attraverso le osservazioni dirette che la clinica, hanno ormai portato all’evidenza come sia fondamentale, tanto più il bambino è piccolo, fin da subito, la soddisfazione adeguata dei suoi bisogni, attraverso figure di attaccamento e di riferimento.
Illusoria e criminale allora, oltre che superata, la convinzione che l’istituto possa costituire quel “luogo neutro” dove il neonato possa restare in attesa di una sua sistemazione, in tempi magari definiti “brevi” secondo i parametri degli iter giudiziari, ma assolutamente devastanti, veri e propri “buchi neri” per il bambino che fin dalla nascita, socialmente competente, procede alla costruzione del suo Sé
Il fattore tempo è della massima importanza
Che cosa accade in termini di tempo per un bambino che sta in istituto perché la sua famiglia non ce l’ha fatta ad esprimere una genitorialità corretta nei suoi confronti? Sappiamo che comunque il bambino costruisce degli attaccamenti alle figure surrogate che trova in istituto: si tratta però di persone che, per il turn over, per il fatto che l’accudimento del bambino non è che l’esercizio della loro professionalità e quindi a tempo definito e limitato, non possono soddisfare i bisogni emotivo-affettivi del bambino. Così questi investimenti sono destinati a subire delle delusioni, frequentemente parallele, peraltro, ad una fortissima idealizzazione della famiglia da cui i bambini sono stati allontanati, idealizzazione per di più alimentata dall’allontanamento stesso vissuto come una punizione: «è colpa mia se i miei genitori non ce l’hanno fatta». Quello che tante volte si legge sulla stampa: «il bambino era così attaccato alla sua famiglia…» è proprio il frutto del sentirsi in colpa e di questo bisogno di riempire i vuoti affettivi attraverso una forte idealizzazione dei genitori natura
Il bambino è socialmente competente fin dalla nascita
Noi spesso valutiamo il neonato con parametri cognitivi e sulla base di apprendimenti evolutivi che sono successivi: poiché non comunica verbalmente, diciamo allora che ha capacità relazionali limitate, che non capisce e non ricorda.
E invece il bambino fin dalla nascita ha tutti i potenziali per costruire delle relazioni importanti e ciò che accade quando il bambino è piccolissimo, ciò che sente e percepisce con una raffinatezza incredibile è determinante per lui, fa sì che riconosca con assoluta chiarezza la qualità della disponibilità affettiva di chi si prende cura di lui.
Qualche mese fa, la stampa nazionale ha riportato il caso di un bambino down, nato nell’ospedale di una grande città e rifiutato alla nascita: gli operatori del reparto si sono offerti per tenerlo un mese a testa. Forse questa soluzione consolava gli operatori, ma non era affatto a misura di bambino!
SI dovrebbe oggi poter partire dal presupposto che almeno un reparto di pediatria abbia per scontata la convinzione che il bambino ha invece bisogno di figure privilegiate di attaccamento fin dai primi giorni.
Poiché invece questa convinzione non è per nulla scontata, allora si
opta ancora per l’istituto, proprio partendo dal concetto di attaccamento, ma svuotato dalla sua portante valenza affettiva: il bambino in istituto non si attaccherà e quando si troverà una soluzione, il bambino sarà affettivamente ancora sterile.
Accade invece che il bambino avrà dei vuoti, più o meno prolungati, parzialmente riempiti da frammentarie e illusorie esperienze di attaccamento, esperienze che non costituiranno certo risorsa per le sue vicende successivo.
L’istituto è dunque antitetico al concetto di famiglia, ma non a quello di famiglia comunque, è antitetico al concetto di famiglia sana, capace di relazioni positive, mentre collude con quello di famiglia disfunzionale.
Tutto questo richiede una seria revisione dei nostri parametri culturali.
Tutti conveniamo che sarebbe meglio che un bambino crescesse dove è nato, ma se questo non può accadere, a volte fin dalla nascita, a volte per fatti gravi che pregiudicano la sua crescita, dobbiamo dargli delle alternative alla famiglia naturale, che siano delle alternative a misura di bambino, anche se non sono l’ottimo, debbono tuttavia essere al meglio, così come recita l’art. 3 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia: «In tutte le azioni riguardanti bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, attività amministrative o corpi legislativi, i maggiori interessi del bambino/a devono costituire oggetto di primaria considerazione».
Questo ci porta a considerare più seriamente di quanto si sia fatto finora sull’affido eterofamiliare.
Aprendo una breve parentesi, ci chiediamo allora se possa esserci un’eredità lasciata dagli istituti? Parlare in questi termini può essere pericoloso. Meglio chiedersi se possa e debba essere utilizzata una formula diversa dalla organizzazione “famiglia” quando si tratta di minori. Per rispondere a questa domanda, bisogna premettere due osservazioni.
La prima riguardante il fatto che, diversamente da qualsiasi altro istituto che per essere inquadrato deve essere specificato (“Istituto di credito, Istituto tecnico, Istituto di bellezza”), curiosamente quello per l’infanzia non ha bisogno di attributi, è l’istituto per eccellenza, e questo la dice lunga sulla richiesta general generica, non competitiva e non qualificata che all’istituto viene fatta: «Assisti con prudenza, assisti ma non troppo, assisti stando alla larga, assisti senza qualificarti, senza personalizzare», quando invece sappiamo che senza specificazione mirata non c’è intervento con senso costruttivo per il bambino.
E la seconda osservazione è quella riguardante la confusione rischiosa tra il termine protezione e il termine tutela, usati in forma intercambiabile, ma in realtà con una valenza assai diversa, per contenuto e aspetto temporale: la protezione implica l’intervento nell’immediata situazione di sofferenza di un bambino, la tutela comporta la formulazione di un progetto nel tempo.
Ciò premesso, la sola formula di organizzazione, diversa dalla famiglia, che può essere convenientemente utilizzata per i bambini, è quella, depurata dai turn over e imperniata su educatori stabili, realizzata da piccole comunità molto specializzate che accolgono un bambino allontanato da una situazione di grave pregiudizio, lo aiutano a rendersi conto di quello che gli è accaduto, e permettono di fare un lavoro di pensiero per un progetto mirato di tutela, e quindi per tempi brevi e definiti.
È la formula dell’accoglienza qualificata, specializzata spesso attorno al problema dell’abuso, del primo intervento, essendo ormai inconcepibile e inammissibile quella del soggiorno a tempo indeterminato. Oppure è la formula dell’adolescente che, alle problematiche della famiglia d’origine, somma quelle sue proprie di svincolo dal contesto di appartenenza.
Ma non è certo la trasformazione logistica dell’edificio istituto che lo rende adeguato a simili interventi specializzati, anche se questo equivoco modo di procedere è molto diffuso.
Il bambino in istituto può al massimo avere un bell’addestramento che è molto diverso dal buon attaccamento. Mentre l’attaccamento è una relazione soddisfacente con figure di riferimento importanti e stabili in un contesto stabile in grado di fornire senso, direzione, obiettivi sociali alla crescita, l’addestramento, e la storia ci dice quanto pericoloso possa diventare, quando si situa su una trama relazionale frammentata, priva di slancio affettivo e quindi di senso pieno, è quella faccenda in cui uno reprime la sua vita emotiva, impara una serie di manovre e di comportamenti più o meno funzionali a farlo sopravvivere alla meno peggio nell’ambiente in cui si trova, ma quanto poi a pensare alla persona addestrata in termini di compiutezza, di maturità, di soddisfazione delle sue esigenze psicologiche, siamo molto lontani.
La concezione che ha sostenuto nel tempo gli istituti è quella della competenza a fornire stimoli educativi incisivi, forti, atti a costruire dei comportamenti sociali idonei, su mandato:
- della famiglia,
– dello Stato.
E questo è andato avanti per tutto il periodo in cui il concetto di educazione è stato inteso soprattutto come trasmissione di valori precostituiti.
La rivisitazione del concetto di educazione, degna di questo nome solo quando fondata su rapporti positivi, la
scoperta della pedagogia nera, la riflessione sull’importanza della relazione, gli approfondimenti sul significato della famiglia oggi, la trasformazione dei ruoli fissi dei genitori all’interno della famiglia in funzioni relazionali scambievoli, portano ad una ormai ineludibile chiarificazione del concetto di istituto, che invece allo stato dei fatti continua a fungere da contenitore senza essere più in grado peraltro di erogare alimento soddisfacente in epoca, quella attuale, in cui ciò che conta non è la trasmissione di valori, ma una funzione relazionale fornita di senso.
Sappiamo che cosa succede ai ragazzi dopo anni di permanenza in istituto in nome del presunto diritto della famiglia d’origine a non essere sostituita: fragili, repressi, immaturi, calano nella realtà la sete di rivincita sulla vita che è stata così avara con loro, con risultati devastanti.
Oggi si fa tanto parlare della famiglia, ma troppo spesso in termini assolutamente parziali, perché astratti. Non si dovrebbe parlare della famiglia in astratto, del diritto della famiglia, quanto dei diritti dei membri della famiglia, tenendo presente che questi diritti si debbono proporre in termini convenientemente gerarchizzati: il diritto del più debole, il bambino, deve essere preso in primaria considerazione rispetto ai diritti dei più forti, gli adulti, che fondano i propri diritti sulla capacità di soddisfare al meglio quelli dei membri deboli.

Perché accade esattamente l’opposto?
Il bambino fin dalla nascita è portatore di diritti allo stesso modo dell’adulto, solo che non può farli valere, bisogna che i genitori li facciano valere per lui. Il diritto del genitore sul bambino non è un diritto di proprietà sul bambino, come purtroppo spesso si vede molti genitori declamare in nome dei legami del sangue. Il legame biologico è il punto di partenza che abilita al meglio il genitore ad esprimere una genitorialità corretta nei confronti di suo figlio, ma è solo il punto di partenza.

L’istituto dunque non è più il luogo della delega da parte della famiglia e non può nemmeno esserlo da parte dello Stato in nome della famiglia, proprio perché la centralità della famiglia e l’esercizio di quella tutela che solo l’organizzazione famiglia può esprimere nella vita del bambino, non ammette deleghe.
E ciò anche in considerazione dell’importanza del fattore tempo. Le lunghe procedure per la definizione dello stato giuridico di un bambino, gli rendono invivibile l’istituto perché gli sottraggono, spesso in maniera irreparabile, la possibilità di rendere narrabile la propria storia.
Ogni persona si costruisce attraverso la propria storia, che deve prima essere narrata, per diventare poi autonarrazione, autobiografia. La narrazione è il racconto che l’adulto di riferimento, nella posizione di testimone privilegiato, restituisce al bambino che ne è il protagonista, via via che cresce, perché ne diventi l’interprete attivo e consapevole. La narrazione, il prima – l’adesso – il poi, è un progetto di senso compiuto, a più tappe, che dà senso alla vita del bambino e permette al bambino, che ne diventa partecipe, attraverso il racconto dell’adulto e la propria personale e sempre più consapevole elaborazione, di sentirsi calato nella propria storia, di sviluppare una passione per la propria vita passata tale da alimentare in modo positivo la propria vita futura.
Ma per aiutare in questo il bambino, bisogna davvero aver molto investito affettivamente su di lui, nelle sue potenzialità e nei suoi desideri.
Così, dopo quei lunghi anni trascorsi in istituto, e le banche dati ci assicurano che purtroppo si tratta di lunghi soggiorni, il bambino perde il senso della propria narrazione e con essa il senso della vita stessa.
Il concetto di famiglia astrattamente espresso e quello di istituto, considerato, contradditoriamente, sia superato che abilitato a far da contenitore di fallimenti familiari, per molti motivi si prestano dunque a indebite sovrapposizioni e sostituzioni, attraverso cui la nostra cultura esprime proposte ambigue.

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PSICOFARMACI:SOLUZIONE O PROBLEMA?

30 settembre 2009 admin Commenti chiusi

CENTRO SOCIALE “B.GIGLI” I.R.C.E.R
VIA XX SETTEMBRE N.1- RECANATI ISTITUTI RIUNITI DI CURA E RICOVERO
La S.V è invitata a partecipare
presso la Sala Convegni degli I.R.C.E.R. di Recanati
all’incontro-dibattito dal titolo
PSICOFARMACI:
SOLUZIONE O PROBLEMA?
Giovedì 10 luglio, ore 20.45
Entrata Libera
Saluto del Presidente degli I.R.C.E.R di Recanati Ing. Maurizio Paletti
moderatore P.i.Benito Mariani Presidente Centro Sociale Anziani “B.Gigli” Recanati
Interverranno:
Dott. Roberto Cestari
Presidente Nazionale Comitato Cittadini per i Diritti Umani O.N.L.U.S.
Avv. Francesco Miraglia
Avvocato Penalista presso il Foro di Modena
Avv. Fabio Pistarelli
Consigliere Regionale Marche
Dott. Antonio Vita
Psicologo-Psicoterapeuta
Il Presidente Il Presidente
P.i. Benito Mariani Ing. Maurizio Paoletti
Comitato Cittadini Diritti Umani: www.cchr.org- www.ccdu.org – Tel. 3357622195
I.R.C.E.R.-Via XX Settembre n.1- 62019 Recanati (Mc)- Tel.(071)7574270-
ircerecanati@libero.it – www.ircerecanati.it -
CENTRO SOCIALE “B. GIGLI” : 3283247761

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Giustizia e Malagiustizia.

30 settembre 2009 admin Commenti chiusi
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