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Archivio per la categoria ‘Psichiatria’

La contenzione: la vergogna del silenzio.

15 aprile 2010 admin Nessun commento

Modena 14 aprile 2010

                                                                                                         

Il tema della contenzione è tematica gravissima di cui non se ne parla e non se ne scrive ma la si utilizza in segreto, in sottovoce, quasi di contrabbando in Italia, in tutte le regioni, in molti reparti ospedalieri e nelle strutture  geriatriche di lunga degenza, in particolare per gli anziani affetti da demenza o morbo di Alzheimer e per i pazienti psichiatrici over 70.

Difatti, la contenzione meccanica/fisica e farmacologica/chimica è pratica diffusa che supera secondo le poche statistiche anche recenti del ministero della salute il 50 % dei degenti.

L’aspetto più grave e paradossale, infatti, è che se pur esistano linee guida, protocolli, pubblicizzati soprattutto e negli accertamenti della qualità dell’ ospedalità pubblica e privata sono nella pratica spesso e volentieri completamente ignorati e spesso assolutamente disattesi.

Proprio in questi giorni la RAI ha mandato in onda un servizio riferito ad un paziente entrato per così dire normale in reparto psichiatrico, il quale dopo essere stato ininterrottamente legato, fissato a letto di contenzione per più di 100 ore  consecutive è morto.

E’ risultato anche che in quell’ospedale esistevano protocolli e linee  guide, ma il primo reato contestato agli  psichiatri e a tutto, il personale è stato di falso ideologico.

Difatti, nella cartella clinica, documento medico/legale in cui è obbligatorio registrare interventi, (terapeutici e clinici) come la contenzione,  non esisteva alcuna  traccia di contenimento o altro.

Il dibattito che ne è seguito tra il direttore  del dipartimento  di salute mentale e gli avvocati è stato davvero desolante, si ha avuto la sensazione che la  vittima non fosse il paziente deceduto ma bensì gli operatori e medici.

Tuttavia, sarebbe estremamente fuorviante colpevolizzare o criminalizzare gli operatori psichiatrici in queste situazioni, è indubbio che quest’ultimi sono le autentiche e vere cenerentole  della sanità: con stipendi da fame, i più bassi d’Europa, con turni massacranti; spesso due infermieri in un turno si trovano a dover gestire più di 50/60 pazienti, senza gratificazione, senza carriera, tra frustrazione e demotivazione.

La contenzione è, infatti, il metro più autentico di valutazione della psichiatria.

Progetti, tipo porte aperte e senza camicie di forza chimiche o fisiche sono possibili dove c’è personale preparato e sufficiente che lavora in accordo con il territorio e che quando si trova di fronte ad un paziente pericoloso a se o ad altri (da legare!) si attivi immediatamente per utilizzare  tutte le strategie, alternative per evitare che le corde possano essere scambiate anche per brevissimo tempo per uno strumento di cura.

Un capitolo del libro “La notte dell’Assistenza”  curato 10 anni fa da Belloi/Valgimigli e anche dallo stesso prof. D’Autilia, recitava testualmente: le corde non curano mai, veniva, a tal proposito, presentata una vera e propria alternativa alla contenzione fisica e alla  camicia di forza;  la contenzione relazionale cioè.

La nota dolente è che ci riempiamo la bocca  sulla chiusura dei manicomi ma  abbiamo reparti psichiatrici a porte chiuse che la dicono lunga sulla effettiva cancellazione del concetto di  pericolosità dei pazienti psichiatrici.

Purtroppo, il giudizio della pericolosità sociale è ben presente nella nostra mente e nelle azioni degli  psichiatri e infermieri.

Si contano sulle punte delle dita, e sono davvero eccezionali i reparti di  diagnosi cura e strutture psichiatriche che hanno in organico psicologi o educatori, i quali sono gli unici che possano davvero operare sulle relazioni, soprattutto nel rapporto con gli altri.

Gli psicologi, però, non fanno turni di guardia non sono presenti la notte sabato / domenica e le altre feste comandate.

Questo libro della Manicardi “Italiani da slegare  contenzione la vergogna del silenzio deve fare aprire gli occhi su una situazione gravissima di un problema senza voce che non può essere circoscritto solo a Modena ma è un problema che riguarda tutta la nostra realtà italiana.

Credo di essere uno dei pochi avvocati a cui da circa 10 anni si rivolgono pazienti psichiatrici con condizioni socio economiche più svantaggiate e che sulla contenzione modenese dal 1998 ad oggi  vanta un  voluminoso dossier in cui spesso è volentieri il reato di falso ideologico è perfettamente consumato, la non registrazione in cartella clinica, il non controllo dei pazienti legati sono persistiti ininterrottamente per anni.

Purtroppo, dobbiamo anche constatare che poche, pochissime volte i nostri  magistrati si adoperano per fare chiarezza su  queste vicende, e quando ci scappa il morto la questione viene liquidata con la consueta motivazione: tragica fatalità.

Il cambiamento, quindi, di queste situazioni può avvenire solo attraverso un cambiamento di mentalità, di cultura degli operatori e con l’introduzione di nuove figure,  le cui presenze nei reparti psichiatrici  più che urgente è indispensabile.

  

Avv. Francesco Miraglia

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Si Parla di matti da slegare.

9 ottobre 2009 admin Nessun commento

A poco più di dieci anni di distanza,da quando nel novembre 1998 la Gazzetta affrontò per la prima volta il tema dei pazienti psichiatrici legati al letto – con immagini choccanti  e il titolo “Una pratica che viola dignità e diritti dei malati. Scelta terapeutica o cronica mancanza di personale?” -  Al Policlinico universitario di Modena si è tenuto un convegno su “Il problema della contenzione e pratiche che limitano la libertà personale in psichiatria”.

A questo incontro, organizzato dal Dipartimento di Salute mentale dell’Ausl  modenese hanno partecipato esperti locali (P. Vistoli, M. Rigatelli, G. Neri, A. De Palma), della nostra regione (C. Ravani), di Trento (A. Salvi), di Mantova una delle poche realtà italiane in cui il Diagnosi e Cura  è senza contenzione e con le porta aperte.

Puntuale è giunta la conferma che la contenzione fisica in psichiatria rappresenta a tutt’oggi una delle questioni più controverse e complesse nella storia della disciplina dei sistemi  di terapia  e assistenza, in cui confluiscono nello stesso tempo aspetti tecnici (il perché e il quando), aspetti organizzativi (il come), aspetti etico-deontologici (quando è lecito e con quali garanzie) ed aspetti riguardanti la responsabilità professionale (il chi, e nuovamente il perché, il quando, il come legare un malato di mente).

Un problema soprattutto difficile da trattare, perché immediatamente evoca problemi che vanno dalle carenze quantitative del personale a quelle qualitative (professionalità, competenze, aggiornamento), a quelle di logorio: il noto fenomeno del burn-out del personale che, sottoposto a turni e compiti logoranti, “si brucia”, non ce la fa più, finendo addirittura col non sopportare gli stessi pazienti, di fronte ad un contesto culturale di questo tipo e cosi difficile da trattare, va perciò, prima di tutto, riconosciuto grande merito ai responsabili scientifici dell’iniziativa Rita  Covili e Paolo Vistoli -  per avere riproposto dopo tanto tempo il problema, di avere ammesso responsabilmente che “i matti sono ancora da slegare”, ma soprattutto per avere presentato concrete esperienze alternative per ridurre, fino ad azzerare, misure restrittive e coercitive di questo tipo.

L’altro aspetto positivo e propositivo riguarda i dati relativi alla reale incidenza della contenzione. Anche se siamo ancora troppo lontani da poter presentare studi e ricerche omogenee, C. Ravani ha anticipato i dati della nostra regione nei 15 Diagnosi e Cura dal 1999  a tutto il 2007 che riguardano i soggetti contenuti. C’è addirittura un SPDC, quello di San Giovanni in Persiceto, in cui non si è mai attuata alcuna contenzione, e le porte sono aperte, come a Mantova. Anche  nelle altre realtà della regione comunque, i dati dimostrano più attenzione al problema. Si va dal dato più basso: 13 contenzioni all’anno ad un massimo di 198 pazienti legati nei 12 mesi. La media generale è di 85 episodi annui.

A Modena dal 1  gennaio al 31 marzo di quest’anno nel nostro SPDC  sono stati contenuti 20 pazienti. Nel 2008 sono stati 60 i pazienti legati al letto, ma va sottolineato che il nostro reparto ha una capienza di 20 e non di 15 posti letto.

Il dato in genere comune in tutta la regione, e sul quale occorre attentamente riflettere, riguarda l’incidenza di contenzione fisica su pazienti dementi e con ritardo mentale. Su una bassa percentuale di ricoveri di questi pazienti (4,9%) avviene addirittura il 40% delle contenzioni.

Sono stati presentati altri dati: motivi del ricorso a queste pratiche, momenti  della giornata  in cui avvengono più frequentemente, differenze con personale formato o no, dati sui quali ritorneremo. Ma l’aspetto più positivo – lo ripetiamo ancora -  è aver parlato dopo tanto tempo apertamente, senza reticenze o quant’altro.

(RM)

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Lavoratore licenziato dal Comune.

2 ottobre 2009 admin Nessun commento

Modena 15 lugluio 2005

Caro direttore,

vorrei informare i cittadini modenesi di una notizia che per quanto le mie conoscenze, rappresenta il primo caso nella nostra provincia, con poche analogie sia in campo regionale che nazionale. Presso il comando regione militare nord commissione medica  di II° istanza, che ha sede a Firenze si sono svolte, il giorno 11 e 12 luglio, le udienze relative al provvedimento medico-legale che riguardano l’uomo finito nelle prime pagine dei giornali locali, nei primi giorni di gennaio di quest’anno, ritenuto presunto colpevole di: “Voleva picchiare il vescovo”. Simile attentato al municipio “Lascia la valigia nelle scale del comune poi chiama il 113: è piena di tritolo”. Dopo fallita aggressione al vescovo “dipendente comunale si ripete con falsa bomba”. Ancora prima di questi fatti, ed esattamente in data 13/07/2004, il comandante della nostra Polizia Municipale dott. Fabio Leonellie la dirigente del settore personale del Comune di Modena dott. Severini, chiedevano alla Commissione medica di verifica di Modena del Ministero, la valutazione dell’idoneità lavorativa per il suddetto dipendente. Non posso tralasciare di segnalare il gravissimo atteggiamento pregiudiziale e persecutorio dei suddetti dirigenti; i quali si rivolgevano all’autorità sanitaria nei confronti del lavoratore per gli stessi motivi già oggetto di provvedimento disciplinare nei confronti lo stesso. Puntualmente la commissione medica modenese presidente dott. Maurizio Croce, membri dott. Marco Barchetti e dott. Edda Venturelli, con G. Paolo capo della segreteria con un accertamento sanitario iniziato in data 27/10/2004 con un colloquio della durata lampo e senza la documentazione necessaria in casi così importanti, emettevano all’unanimità l’incredibile giudizio medico legale, contrario a qualsiasi principio di riabilitazione di un soggetto disabile o con problematiche psichiche: “non idoneo in modo permanente ed assoluto alle mansioni del profilo di appartenenza ed a qualsiasi proficuo lavoro.

La decisione veniva comunicata ai responsabili del comune soltanto in data 15/02/2005. immediatamente il lavoratore veniva licenziato nonostante fosse ricoverato in ambiente ospedaliero.

L’aspetto più grave ed incredibile che di fronte all’inefficacia di un licenziamento di questo tipo (così come recita la sentenza della Cassazione dell’anno 1991). La funzionaria delegata del sindacato Fiadel-Cisal Sig.ra Paola Senti, si allinea alle iniziative del Comune di Modena sulla fondatezza di un licenziamento di questo tipo, invitando così il suo iscritto ad accettare il prepensionamento. Ho prsentato ricorso.

La decisione medico-legale della commissione di II° istanza di Firenze ha capovolto il giudizio della commissione Modena ritenuto testualmente: “il lavoratore idoneo al profilo di appartenenza, purchè in mansioni opportune e tutelate, sentito il medico del lavoro competente”. Mi sembra importante mettere in evidenza gli aspetti positivi in questa vicenda del Dipartimento di salute mentale diretto dal Prof. P. Capurs e dell’unità operativa di psichiatria diretta dal Prof. P. Curci, i quali hanno fornito non solo la documentazione necessaria, ma anche la strategia riabilitativa. Mi sembra importante segnalare che c’è anche un po’ di “Gazzetta” in tutta questa vicenda; assente giustificato lo psichiatra referente del CSM di Modena Polo Est, il lavoratore, assiduo lettere della rubrica “Sanità e dintorni” del suo giornale, ha chiesto al Prof. Camillo Valgimigli di assisterlo nelle sedute di Firenze come medico di fiducia. L’appassionato intervento del suddetto psichiatra specialista del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ausl di Modena, ha trovato concordi all’unanimità sia i colleghi consulenti psichiatri che il generale e colonnello medico presidenti della citata commissione. Una importante decisione che mette a soqquadro le modalità di valutazione e di gestione del nostro comune mi auspico che si apra un dibattito così come è accaduto per la donna pagata 2 euro l’ora.

                                                                                                       Avv. Francesco Miraglia

Il Comune Dovrà Riassumere Dipendente Che Ha Licenziato

Licenziato dipendente il silenzio del sindaco

Perchè non reintegra quel dipendente

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LEGGE BASAGLIA: DOPO TRENT’ANNI

2 ottobre 2009 admin Nessun commento

L 

Coniugi che uccidono e si uccidono, madri che ammazzano i propri figli, ragazzi che usano tutti i tipi di droghe per uscire da giorni sempre uguali pieni di noia.

Suicidi, soprattutto di giovani e anziani in aumento: si chiude un anno nero per la psichiatria di casa nostra.

Le diverse tragedie all’interno di mura domestiche con l’inferno dentro, causato dalla presenza in famiglia di un malato di mente, riportano in primo piano la legge 180 o legge Basaglia o quella che ha chiuso i manicomi.

Sin dalle prime settimane dell’anno che arriva, il 2008, sono previsti infatti, convegni, seminari, congressi per celebrare o accusare i trent’anni di questa legge che avrebbe dovuto ( almeno sulla carta) eliminare il concetto di “pericolosità per sé e per gli altri”.

La realtà è invece ben diversa: il manicomio va progressivamente ritornando addirittura nelle strutture territoriali, al punto che è entrato in uso un nuovo termine: il terricomio.

A distanza di trent’anni dalla legge che avrebbe dovuto cancellare per sempre i manicomi, siamo costretti infatti a constatare che la comunità dei malati di mente si è oggi parcellizzata in una società impreparata culturalmente oltre che strutturalmente ad accoglierli.

Le paure dell’uomo della strada nei confronti dei matti si sono addirittura moltiplicate, e queste persone vengono, giorno dopo giorno, considerate sempre più pericolose per sé e per gli altri.

Tutti i gesti estremi che evidenziano situazioni di profondo disagio psichico, le cosiddette tragedie della follia, vengono addirittura pubblicizzate ed enfatizzate dai vari mass media che hanno trovato nella psichiatria biologica e nelle industrie farmaceutiche, i più grossi sostenitori.

Al manicomio, istituzione ingombrante, complessa, problematica e che crea profondi sensi di colpa all’interno delle famiglie, si è sostituita oggi la chimica che circoscrive la follia non nel recinto di una costruzione, ma all’interno dell’individuo, nel chiuso della sua mente o, se si preferisce, dell’anima.

Accade così che i pazienti psichiatrici sono paradossalmente più soli di prima, e ancora più sole e disperate le famiglie che hanno in casa un malato di questo tipo.

Famiglie abbandonate soprattutto dai servizi sanitari che hanno praticamente cancellato l’assistenza domiciliare alla continua ricerca di situazioni di ricovero: posti letto ospedalieri o residenziali.

Dove sono tornati i letti di contenzione, e dove massicce dosi di psicofarmaci sono diventati di fatto vere e proprie camicie di forza chimiche.

E dove purtroppo lavora un personale insufficiente sia quantitativamente che qualitativamente e al quale si richiede sostanzialmente il controllo.

Addirittura, in psichiatria è ormai del tutto assente nelle istituzioni gravi il volontariato.

Necessitano il prima possibile radicali cambiamenti.

Che senso hanno infatti convegni e congressi sulla 180 nel prossimo 2008 in queste condizioni?

 

                                            Avvocato Francesco Miraglia

 

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2 euro l’ora, troppe cose non quadrano!

30 settembre 2009 admin 1 commento

Modena 4 ottobre 2004

In qualità di avvocato di fiducia, tra l’altro con patrocinio gratuito, di una paziente che da più di un anno è collocata presso una struttura psichiatrica dell’Ausl di Modena, sono ad informare di alcuni incontri tra il sottoscritto e il direttivo del dipartimento di Salute mentale Ausl di Modena e il Responsabile della psichiatria Modenese.

La mia assistita, in data 28 agosto 2004, mi faceva recapitare una lettera nella quale lamentava, di non aver ancora ottenuto, dopo più di un anno di permanenza in ambiente psichiatrico, una casa promessa dal Comune di Modena e dal servizio psichiatrico dell’Ausl di Modena.

Lamentava, soprattutto, l’impossibilità di rendersi autosufficiente, dal momento che la retribuzione lavorativa percepita (svolta presso un pubblico esercizio gestito dalla cooperativa sociale Aliante) dalle ore 8 alle ore 12 veniva stabilita in euro 8,00 corrispondenti a euro 2,00 ogni ora di lavoro.

Immediatamente mi rivolgevo, in merito, ai responsabili del servizio di psichiatria Ausl di Modena, chiedendo loro ragione di questo, a dir poco, abnorme e paradossale riconoscimento retributiva a favore della mia assistita.

I dirigenti del suddetto servizio Ausl di Modena, disponibili ad attivarsi per una rapida soluzione abitativa e di sostegno a favore della paziente, declinavano qualsiasi responsabilità, in merito alla retribuzione riconosciuta alla mia assistita, invitandomi, peraltro, a rivolgermi al Presidente della Cooperativa sociale Aliante vincitrice dell’appalto e responsabile del servizio “sportello lavoro”.

Il sottoscritto non ha ritenuto opportuno personalizzare la vicenda dell’assistita per questo mi rivolgo alle sopra citate istituzioni e alla stessa cooperativa per chiedere come sia possibile che in una città come Modena, all’avanguardia in campo nazionale per i servizi socio- sanitari offerti, possano esistere situazioni di questo tipo.

E’ dunque, possibile che la cooperativa Sociale Aliante ritenga che una persona, già in grave difficoltà, possa fare progetti guadagnando euro 2,00 all’ora?

Mi sento in dovere di sottolineare che il lavoro svolto dalla mia assistita è fatto di fatica vera per sessanta minuti ogni ora: lava, pulisce pavimenti e serve la clientela come qualsiasi altro lavoratore.

Ovviamente mi sono rivolto alle citate istituzioni, affinché le stesse cerchino di approfondire  quanto da me asserito. Rendendomi disponibile per qualsiasi chiarimento ringrazio per l’attenzione e porgo i più cordiali saluti.

Avv. Francesco Miraglia

 

Caro avvocato Miraglia è passato ormai più di un anno che sono qua dentro e le giuro che sono veramente stanca. Ho un lavoro che mi viene remunerato “2 euro” all’ora e le dico che lavoro, non sto con le mani in mano, mi do da fare, sto aspettando con ansia una casa  un lavoro che mi permetta di campare.

Aliante paga 2 euro l’ora

Aliante replica sui 2 euro all’ora

Che arroganza, signori Saltini e Giusti

ante e Ausl chi ha sbagliato

Nel mondo ci chi lavora per 2 euro l’ora

Denuncio l’ AUSL non dice la verità

Dibattito su 2 euro l’ora ecco le occasioni perdute

 Un dibattito e le proposte sui 2 euro

tito e le proposte sui 2 euro

Disabili mentali pagati a due euro

 Presunti abusi,il fascicolo in Procura

Due euro l’ora da mesi è uno scandalo per la città

 

 

 

Tso e contenzione applicazioni, limiti e abusi

29 settembre 2009 admin 1 commento

Verona 19 ottobre  2007

 

TSO e Contenzione applicazione, limiti e abusi

 

 

 

  Sono profondamente grato agli organizzatori di questo convegno sul TSO e Contenzione applicazione, limiti e abusi, in quanto offre finalmente l’opportunità di affrontare problematiche e tematiche sulla psichiatria del cui uso non si parla di solito in libri, riviste o nei convegni delle illustri società cosiddette scientifiche.

Sono pochissime le volte in cui si parla di questi problemi, e quelle pochissime volte lo si fa in  sotto voce e marginalmente. Ma quello che è peggio, è che se parla solo in chiave ideologica discutendo sulla libertà terapeutica e addirittura riproponendo  tematiche quale il consenso presunto che richiamano alla mente immediatamente i vecchi manicomi.

Quelle sulla contenzione e sul TSO sono tematiche gravissime di cui non se ne parla, non se ne scrive,  ma se ne serve.

Nel nostro paese, infatti, la contenzione meccanica e farmacologia è una pratica assai diffusa nei centri di diagnosi cura, sia pubblici che in quelli  privati che esistono oggi in Italia.

Si può affermare tranquillamente che la pratica della contenzione supera di gran lunga il 50 %.

Purtroppo il fatto che su di essa non ci sono studi  o ricerche è come se non avvenisse.

Con questo mio intervento sono perfettamente consapevole della gravità di quanto verrò a sostenere.

Mi auspico  che finalmente in Italia si riapri  in modo reale, pratico e concreto con ricerca scientifica in merito, un vero dibattito su questi due temi, che a mio avviso sono i punti nodali e fondamentali di tutta la psichiatria  territoriale e ospedaliera.

Mi viene chiesto di descrivere : “Come è la situazioni sul campo oggi”.

Anticipo fin da ora la risposta che cercherò di argomentare: “la contenzione meccanica e/o fisica e quella psicofarmacologica è applicata in tutte le strutture sanitarie ospedaliere ed è (e non temo di essere smentito)..è senza controllo.

Il primo grande pubblico intervento politico di informazione sulla contenzione risale addirittura a circa 10 anni fa.

Il 17 novembre 1999, le associazioni dei familiari dei malati psichiatri incontrando a Roma l’allora ministro della sanità On.le Bindi per avere una garanzia su diritto alla salute mentale, presentavano una lettera di un giovane paziente; lettera poi pubblicata sul il Sole 24 ore Sanità n° 46 1999, che riporto testualmente: “onorevole sig. Ministro ho 29 anni, vengo dalla Sardegna per parlare con lei. Durante la degenza al servizio di psichiatria di Cagliari, durante una settimana sono stato legato per giorni interi e imbottito di psicofarmaci. Quando ero legato qualcuno degli infermieri mi insultava dicendomi: “adesso cagati e pisciati addosso.” Ero spaventato e agitato chiedevo che mi slegassero, volevo andare a casa. Sono rimasto legato per tre giorni interi; solo l’intervento di mio padre ha messo fine a questa tortura. Signora ministro io le chiedo, a nome di migliaia di persone che hanno i miei stessi problemi queste riforme: 1)eliminare i farmaci che hanno effetti gravi come le crisi dislettiche; 2) creare comunità per i malati di mente; 3) divieto di legare i malati di mente”.

Consapevole della gravità della denuncia che si presentava “cose che si facevano nei manicomi”, nel tentativo di promuovere il prima possibile linee guida in merito, l’allora ministro e tecnici presenti giustificarono la contenzione fisica di una persona come “preventiva” o addirittura “terapeutica”, tentando di definire i casi in cui la contenzione poteva essere “ammessa”.

L’ipocrita tentativo di dare un aspetto “quasi umano” alla contenzione, veniva presentato in questo modo: “la contenzione fisica della persona assistita che si configura come un atto coercitivo e quindi in contrasto con la libertà della persona è ammessa solo nei casi quali essa possa configurarsi come provvedimento di  vigilanza, di custodia o di cura, quindi solamente allo scopo di tutelare la vita o la salute delle persone, a fronte di una condizione di una incapacità di intendere e di volere che rende di fatto attendibile ogni scelta o manifestazione di volontà del soggetto”.

 Per queste per così dire false interpretazioni del concetto di contenzione, va riconosciuto alla Bindi il tentativo di potenziare ricerche e soprattutto la formazione degli operatori in merito. Sappiamo tutti, purtroppo, come nei fatti le cose siano andate. La Bindi fu sostituita con Veronesi; ci sono stati 5 anni di governo Berlusconi in cui né Sirchia, né Storace, né tanto meno Guidi, che portava sulle proprie spalle l’Handicap, osarono affrontare questa tematica della Psichiatria.

Potrebbe accadere, tuttavia, che nel prossimo mese di marzo 2008, mese in cui è fissata la conferenza nazionale sulla salute mentale che, grazie anche a dibattiti come questi, si riesca a porre al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica situazioni disumane, argomenti come quelli affrontati questa sera.

Ovviamente, tutto ciò è legato alla non caduta di questo governo, ed è facile perciò prevedere ancora una volta che di contenzione meccanica o farmalacologica non si parli, non si scriva ma si continui ad applicarla.

Io sono un avvocato, ed ovviamente rimando le specifiche competenze psichiatriche agli esperti in materia, ma nel libro che da alcuni mesi è uscito, edito dalla casa editrice Koinè di Roma “Casi da pazzi”, con un sottotitolo che non lascia dubbi alcuno; “quando la psichiatria, la giustizia e i servizi sociali incrociano la strada del cittadino italiano”; vengono raccontati alcuni casi di pazienti psichiatrici assistiti legalmente dal sottoscritto, trattati senza diritti, senza sindacato e senza rispetto della dignità umana.

Io stesso ho fatto miei alcuni concetti di un altro libro, molto importante  in materia “la notte dell’assistenza” (Franco Angeli, 2000) del dott. Belloi e del dott. Valgimigli, uno dei pochi pubblicati in Italia sulla contenzione. Gli stessi scrivono testualmente: “ le corde non curano mai, legare una persona malata di mente è l’atto estremo della limitazione della libertà individuale. Riferito a una persona, il termine legare assume costantemente connotazione negativa e suggerisce sempre: privazione di indipendenza, annullamento della personalità, condanna. Contenzione è la definizione alternativa, o se si vuole l’eufemismo di legare, che ne stempera i significati o i motivi negativi. Ma dev’essere chiaro che legare che suggerisce violenza sull’individuo, e contenere che indica un’inderogabile necessità assistenziale, sono concetti entro cui si definiscono i limiti della liceità della giustificabilità terapeutica della necessità assistenziale”.

Senza mezzi termini concludono Belloi e Valgimigli : “il pericoloso per sé e per gli altri non è altro che un concetto dei vecchi manicomi.”.

Proprio questa formulata “pericoloso per se e per gli altri” funge da sostanziale liberatoria per il medico che sancisce la prova provata della necessità di contenimento.

Io vorrei che tutti fossimo d’accordo su questo modo di interpretare la contenzione perché è un intervento da abolire, da non utilizzare assolutamente laddove ci si riferisce alla prevenzione e alla terapia psichiatrica.

Non servono interpretazioni giustificative del tipo sopra descritti: c’è già l’art. 54 del c.p., sullo stato di necessità, che prevede situazioni del tutto particolari in cui la contenzione può essere per così dire giustificata. Tra l’altro, ricorrere all’art. 54 del c.p. in modo generalizzato non dovrebbe essere neppure possibile, se è vero – come è vero che i casi di contenzione per stato di necessità dovrebbero essere seguiti dopo una verifica a posteriori che dovrebbe dimostrare senza mezzi termini che non esistevano alternative a questa procedura di urgente intervento.

In tutti questi anni, purtroppo, si è mantenuto il concetto preventivo o terapeutico, questa è la grave denuncia nei confronti dei centri di diagnosi cura italiani: si continuano a legare a letto i pazienti, senza scrivere, nella maggior parte dei casi, sulla cartella clinica la durata e il motivo del ricorso alla contenzione.

Senza paura di essere smentito, denuncio fin d’ora che i pazienti psichiatrici vengono legati al letto per tutta la notte senza che da parte del personale infermieristico o medico vengano registrati,  ad intervalli di tempo, pressione e  polso del paziente contenuto.

Io posso documentare che fino all’anno scorso, per i casi di cui mi sono occupato, anziché in cartella clinica, la contenzione veniva registrata nella consegna infermieristica, dove alla voce paziente contenuto, vi era la firma del medico di guardia il quale firmava prima di uscire dal turno, nella maggior parte dei casi, senza neppure valutare il paziente. Mai è successo nel territorio modenese in cui lavoro,  che i NAS si siano recati in diagnosi cura o reparti ospedalieri psichiatrici dove i pazienti, miei assistiti, continuano  ad essere contenuti, per verificare almeno le regolarità delle procedure e relative certificazioni nella cartella clinica.

Preso atto della gravità delle denuncia che sono venuto a sostenere pubblicamente in questo contesto mi resta poco tempo per parlare di TSO.

Anche in questo caso riferendomi al libro Casi da Pazzi e al territorio provinciale modenese che spesso si riempie la bocca di principi contenuti nella 180, credo di poter sostenere, anche  sulla base di alcune denuncie da me presentate che ci sia un uso del TSO  o ASO,  ancora una volta concepito sul concetto della pericolosità per se o per gli altri

La realtà in questi casi è addirittura drammatica: le persone vengono letteralmente sequestrate e ricoverate coattivamente senza alcun consenso informato e spesso senza rispetto delle dignità del paziente.

Se richiesto potrei soffermarmi su alcuni gravi casi descritti nel libro. Quello che mi preme sottolineare in questo contesto è che, il TSO viene utilizzato contro le persone pericolose per se o per gli altri e che soprattutto costituisce la minaccia di un vero e proprio ricatto per i pazienti che rifiutano la terapia psicofarmacologica.

Spesso e volentieri i centri di salute mentale  utilizzano la minaccia del TSO per obbligare i pazienti a presentarsi a controllo o per prendere la terapia.

Ancora più grave è il comportamento dei Giudici tutelati, magistrati di sorveglianza e pubblici ministeri stessi i quali di fronte a denuncie  che riguardano il mancato consenso informato, il sequestro di persona, la mancata regolarità delle cartelle cliniche  e i diritti dei pazienti psichiatrici, si girano dall’altra parte.

 

Avv. Francesco Miraglia

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