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Assolti i coniugi Covezzi.

19 giugno 2010 admin Nessun commento

Ci vorranno anni e anni prima che i coniugi Covezzi e i loro quattro figli, sradicati 12 anni fa dalle loro famiglie, possano rendersi conto del terremoto emotivo che ha sctenato in ciascuno di loro, la sentenza di innocenza della Corte d’Appello di Bologna che ha ribaltato completamente il giudizio di primo grado, in cui altri Giudici del Tribunale di Modena, nel 2002 avevano condannato i coniugi Covezzi a 12 anni di carcere per l’infamante reato di pedofilia nei confronti dei propri figli.

Piangono tutti, anche i tre figli maggiorenni che avevano deciso di presentarsi in aula, ma piangono con lacrime di un sapore diametralmente opposto.

Papà e mamma ovviamente di gioia per l’assoluzione, i figli di rabbia: senza rivolgere nemmeno uno sguardo ai loro genitori biologici, rifiutando perfino un saluto. Arrabbiati per una sentenza che rimette tutto in discussione.

E’ questo l’amaro e assurdo bilancio di questi iter processuali.

Sono allo stesso tempo vittimei presunti genitori colpevoli e i figli trasformati in testi di accusa.

Vittime di una giustizia che, soprattutto nel campo della pedofilia vede protagonisti giudici, pm, psicologi, servizi sociali, centri di aiuto non meglio precisati, pronti a sostituire famiglie con interventi troppo spesso pressappochistici, pregiudizievoli e anche con poca scientificità.

Come non capire quei quattro ragazzi strappati  ai loro genitori una mattina di novembre di 12 anni fa, mentre stavano per andare a scuola?

Uno dei mali più gravi in questo campo riguarda a mio avviso il mondo degli “abusologi”, di quegli esperti che in nome e per conto della giustizia dichiarano apertamente di preferire che in primo grado venga condannato un innocente piuttosto che assolto un pedofilo.

Poi si vedrà!

Questi quattro ragazzi , costretti ad elaborare il lutto di genitori ancora vivi e che fortunatamente hanno trovato quattro meravigliose diverse famiglie adottive, giustamente si sono trovati confusi, in difficoltà di fronte ad una sentenza opposta a quella di primo grado.

Per tutta la vita porteranno addosso il peso psicologico di queste sentenze.

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AL MINISTRO DEGLI AFFARI SOCIALI

2 giugno 2010 admin Nessun commento

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

 

 

AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

AL MINISTRO DEGLI AFFARI SOCIALI

 

Premesso che:

 nel comune di Castelfranco, in provincia di Modena, si è verificata una vicenda molto delicata, che vede coinvolta una bambina di solo 6 anni,  nella quale sono indagate le assistenti sociali del Comune, unitamente  ad una psicologa e al referente dell’Istituzione per i servizi sociali;

la storia tragica di questa minore è iniziata quando i servizi sociali hanno deciso di sottrarla alle cure della madre, la signora Francesca Famigli, che da oltre un anno lotta, anche pubblicamente, contro i servizi sociali per riavere la propria figlia;

la madre, che nei mesi scorsi aveva riscontrato uno stato di salute non ottimale nella bambina, in particolar modo legato ad arrossamenti e bruciori nelle parti intime, dopo che la stessa aveva dovuto insistere perché le assistenti sociali si facessero carico degli accertamenti approfonditi del caso e dopo che l’avvocato che la assiste aveva verificato come le stesse assistenti non si erano rivolte, come di dovere per la loro carica, al tribunale di Bologna per segnalare anche solo vaghi sospetti relativi alla buona condizione della bimba, oggi affidata alle cure del padre, ha depositato una circostanziata querela;

il procuratore aggiunto del Tribunale di Bologna, dottoressa Lucia Musti, ha aperto un fascicolo sulla vicenda e al momento risultano iscritti nel registro degli indagati  le assistenti sociali dell’area minori del Comune di Castelfranco, la psicologa dei servizi sociali  e i responsabili che, parallelamente ai servizi si occupano di sociale;

le indagini riguardano tutti i responsabili dei servizi cui la bambina è affidata, con capi d’accusa importanti come omessa denuncia, abuso d’ufficio, violenza privata, lesioni perosnali anche se ognuno dovrà rispondere per il ruolo che effettivamente ricopre;

al di là del grave episodio la vicenda di Francesca Famigli è particolarmente complessa e procede, anche giudizialmente, dal 2004, prendendo origine dalla separazione e dai dissidi tra il padre e la madre della bambina;

va ricordato che la signora Famigli, che può vedere sua figlia solo una volta alla settimana, non è stata mai accusata di violenza o di abusi di nessun genere sulla minore e che, nonostante questo, la bambina le è stata sottratta e attualmente è stata affidata al padre;

sembrerebbe che la situazione della bambina sia molto grave, e dai dati esposti emerge una urgenza di verificare lo stato attuale dell’affidamento e rivedere tramite apposita consulenza tecnica di ufficio del tribunale dei minorenni lo stato di salute psicologica della bambina e la capacità genitoriale della madre al fine di valutare nei tempi minori possibili l’effettivo reintegro della stessa nell’accudimento della figlia;

quanto riportato impone una riflessione su come spesso gli assistenti sociali, coadiuvati da psicologi e psichiatri, non solo non siano in grado di risolvere i problemi della famiglia, ma contribuiscano a crearli loro stessi con il loro comportamento;

in aggiunta, nella vicenda appare inopportuno l’intervento del Sindaco di Castelfranco che, pur dichiarando “di non conoscere nel merito la vicenda”,  ha espresso solidarietà agli stessi operatori dei servizi sociali, dimenticando il suo ruolo istituzionale e il coinvolgimento di un minore che, in quanto soggetto più debole, ha il compito di difendere e tutelare visto il suo ruolo istituzionale;

 

per sapere:

 

se i Ministri conoscano il fatto descritto in premessa e non ritengano che, più in generale,  il dolore e il danno morale causato ai genitori e ai bambini sia irreparabile;

quali strumenti ritengano utili ad incidere sulla drammatica situazione esistente, posto che la normativa consente che ad una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i figli, tramite una decisione del tribunale dei minori spesso adottata sulla base di perizie scritte da psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l’operato dei genitori in modo del tutto unilaterale, secondo opinioni che spesso sembrano completamente destituite di ogni fondamento e determinate da puro arbitrio;

se non ritengano, come confermato da molti casi di cronaca, che tali strutture sia assolutamente lontane dai bisogni della gente e vadano riformate;

se non ritengano che sia drammaticamente alto il numero dei bambini sottratti alle famiglie, oggi quasi 35 mila in Italia, anche se il numero non è definitivo.

 

On. Carolina Lussana

On. Massimo Polledri

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Elezioni all’Ordine pochi votanti

14 febbraio 2010 admin Nessun commento

Modena 13 febbraio 2010

Per l’ennesima volta, sotto l’indifferenza dell’opinione pubblica, della stampa e delle varie istituzioni della nostra provincia si sono svolte le elezioni dei membri del Consiglio Forense, dell’Ordine degli avvocati modenesi.
Su 1758 iscritti all’albo, come sta accadendo da sempre, soltanto poco più del 50%, 805 avvocati, si sono presentati al voto per il biennio 2010-2011.
Confermato per l’ennesima volta, lo stesso presidente, lo stesso segretario e ben 12/15 dei componenti.
Non solo non c’è partecipazione, ma neppure ricambio.
Al di là dell’ovvia considerazione che gli assenti hanno sempre torto, credo, però, che il fatto che quasi la metà degli avvocati consideri un rito del tutto inutile votare per l’Ordine (a cui se non si è iscritti non si può esercitare la professione) è fatto particolarmente grave e che dovrebbe invitare ad attente ed opportune riflessioni.
Già quattro anni fa per le votazioni del 2006, mi rivolsi alla stampa locale chiedendo a chi giovi un Ordine così fatto o se abbia senso mantenerlo in vita.
Citavo, infatti, come nel voluminoso programma dell’Unione presentato a Romano Prodi figurasse in primo piano l’abolizione degli ordini professionali considerati tra virgolette “inutili carrozzoni”.
Tra questi ordini figuravano in primo piano gli ordini degli avvocati.
Questa situazione non può continuare ad andare avanti all’infinito e credo che sia giunto il momento che i nuovi, anche se sono gli stessi vecchi, eletti si interroghino su un cambiamento.
Nelle altre città, province e regioni c’è presso gli Ordini una vera e propria campagna elettorale in cui vengono presentati programmi, liste con gruppi che presentano progetti non solo formativi, propongono anche un modo diverso di esercitare la professione e soprattutto di aiuto per i giovani iscritti.
Per non parlare di un modo diverso di essere avvocati oggi.
A Modena nessuna lista, nessun programma, nessun progetto.
Basta indicare quindici nomi e cognomi e se al primo scrutinio occorre la maggioranza assoluta, al secondo viene eletto chi ha avuto più voti, anche se pochi.
Pensare che la metà degli iscritti obbligati a pagare l’iscrizione all’Ordine si disinteressano completamente, ritenendo del tutto superfluo eleggere dei propri rappresentanti, è un non senso, per la professione, per le città e per le altre professioni.
Il rendiconto della gestione annuale sta superando quasi un miliardo delle vecchie lire, il rischio di chiusura in sè stessi senza confronto e senza partecipazione deve scuotere l’inerzia attuale per una partecipazione più attiva: occorrono incontri di tipo costruttivo co ìn i giovani avvocati, con la cittadinanza, con le istituzioni, occorre far vedere che si esiste insomma.
Da ciò l’invito al nuovo Consiglio di dare una svolta ad un Ordine siffatto.

 

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La dolce tortura.

15 novembre 2009 admin Nessun commento

CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINA

La dolce tortura

di avv. Francesco Miraglia

Quanti cittadini sono tenuti in carcere non per esigenze processuali, ma

con l’obiettivo di portarli a confessare e a collaborare. E quella che gli

addetti ai lavori, i giuristi, chiamano la “dolce tortura”.

Sarebbe di giustizia limitare i danni determinati dagli eccessi di custodia

cautelare si potrebbe optare di affidare a un Tribunale, la competenza di

emettere i provvedimenti di carcerazione preventiva dopo che vi sia stato

un autentico contraddittorio tra le parti, di prevedere una “seria”

responsabilità civile e penale del giudice e un indennizzo per ingiusta

detenzione che non sia come oggi limitato nei casi e nella quantità.

Penso che di fronte ad un problema di questo genere ci dovrebbe essere

una piena condivisione politica, un intento comune a rivedere il sistema

delle garanzie processuali e a ragione intorno alla difesa pubblica che

affianchi quella privata, come accade nei paesi latino- americani.

Nel suddetto incontro si è sollevato anche il problema della recidiva, dopo

l’approvazione della legge ex-Cirelli, sulla recidiva, il sistema penale pare

oramai definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli

imputati, piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti.

Secondo un’indagine dell’amministrazione penitenziaria coloro i quali

hanno ottenuto una misura alternativa, esaminando un arco di tempo

quinquennale, solo nel 19% dei casi incorrerebbero in una recidiva. Le

posizioni esaminate nel corso della ricerca sono state 8.817. sono risultati

recidivi 1.677 soggetti, pari appunto al 19% del campione. Una

percentuale che sale sino al 67% nei casi di coloro che hanno espiato

l’intera pena in carcere. La percentuale di recidivi è superiore alla media

negli affidamenti in casi particolari, cioè per gli alcol-dipendenti e i

tossicodipendenti. Ciò si verifica soprattutto quando la misura viene

concessa dopo la reclusione. Nella classe d’età 26/40 anni l’incidenza

della recidiva è maggiore di quella rilevata sull’intero campione. La

recidiva, inoltre, ha avuto un’incidenza decisamente inferiore per le

donne (12,6% dei casi).

Infine, risulta di particolare interesse, sempre riferito alla recidiva è il

numero di mesi che intercorrono tra la fine della misura e la data di

CRIMINOLOGIA.IT, AVV. FRANCESCO MIRAGLIA Pagina 1 di 2

http://www.criminologia.it/GIORNALISMO_INVESTIGATIVO/la_dolce_tortura.htm 15/11/2009

, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINA

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Affari d’oro sulla paura del mostro.

26 ottobre 2009 admin Nessun commento

Su 100 denunce solo 4 finiscono con una condanna

Sembrano dati , invece sono tragedie. Su cento denunce per violenza su minori (fonte Ministero di Giustizia) solo il 3.60 % si chiudono con una condanna. Dove finiscono i bambini? Che fine fanno i “presunti mostri”?

Prendi il Piemonte, ad esempio. Oggi ci sono 1940 minorenni tenuti in 212 comunità. In attesa. Sono figli di famiglie problematiche, indigenti, vitime di maltrattamenti, alcuni sottratti per una presunta incapacità genitoriale, altri ancora vittime di presunti abusi sessuali.ma quanti alla fine, davvero vittime? Quanti vanno in adozione e quanti tornano a casa? in definitiva: quanti minorenni vengono sottratti ai genitori ingiustamente? “.

 “E’ un argomento estremamente delicato- dice Ennio Tomaselli, procuratore capo dei Minori a Torino -  preferisco non rispondere su due piedi”.

Non è facile parlare di pedofilia dalla parte degli adulti. Delle vittime impreviste (vedi Basiglio, vedi Rignano Flaminio, vedi il caso agghiacciante di un padre accusato di aver stuprato la sua bambina che in realtà aveva un tumore al retto). I numeri sono un tabù, il resto è anche peggio. C’è però un ‘indicazione statistica importante: su cento eenunce per abuso su minorenne, 86 vengono presentate successivamente alla separazione dei genitori, con marito e moglie in guerra dichiarata.

Un libro tratta l’argomento in modo coraggioso. Si intitola “Presunto Colpevole”, edizioni Chiarelettere. Sottotitolo: la fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Lo firma Luca Steffenoni, 48 anni, criminologo di Milano. Ha deciso di scriverlo quando è diventato padre, e si è tirato fuori dal giro delle consulenze sui casi di pedofilia: “Quel giorno  una persona mi ha detto: “Lasci una gallina dalle uova d’oro”. I minori in Comunità in Italia sono circa 26 milioni, la stima minima per difetto. Stato, Comune, Regione e Provincia stanziano 200 euro al giorno per ognuno di loro. Totale per difetto: 1898 milioni di euro all’anno. “Ogni bambino- scrive Steffenoni- costa, o frutta a seconda di come la vediamo, circa 75 mila euro all’anno. A cui vanno ad aggiungersi gli stipendi per gli assistenti sociali”. Nel libro è citata la testimonianza anonima di un alto prelato che forse è la chiave per addentrarsi dove fa paura guardare: “Meno del 10  di bambini torna in famiglia. Anche nel caso di soluzione del problema o di assoluzione del genitore. Psicologi e assistenti sociali fanno le barricate , persino le associazioni cattoliche. Ufficialmente la causa è burocratica. Ma quello che molti non amano dire è che tali difficoltà sono incrementate da chi gestiscei minori. Il motivo? Nessuno immagina un ospedale senza malati.

“ovviamente non c’è una sola virgola del libro che non ribadisca quanto sia sacrosanta la guerra alla pedofilia – spiega Steffenoni – ma è proprio il sistema che non è credibile. Non funziona il filtro. Da un lato è ispirato da un furore ideologico fanatico, dall’altro è dominato da un aspetto economico pregnante”. Consulenti che sposano la verità degli investigatori in modo aprioristico. Commistioni fra interessi pubblici e privati. Numeri chiari e numeri scuri.

In Italia c’è una vera emergenza pedofilia? Mancano dati recenti. Gli ultimi   sulle violenze sessuali sui minori risalgono al 2005: 455 in totale. Nel 2004 erano state 845. La media di condanne annuali è 178. Ma chi tiene il conto delle assoluzioni? “i casi di falsi abusi purtroppo non sono un’eccezione- spiega Steffenoni- il problema è che il processo per questo tipo di reato  è ormai uscito dall’alveo della prova.

Interessante tornare al caso Piemonte. Gianluca Vignale, consigliere regionale della Pdl, si è impegnato a fondo per ottenere dati che nessuno voleva fornire, alla fine ne ho scoperto uno significativo: “ogni anno la Regione Piemonte stanzia 40 milioni di euro  per tenere i bambini in comunità, solo 24 milioni per politiche sulle famiglie”.

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Cosi hanno distrutto noi e i nostri figli”

26 ottobre 2009 admin Nessun commento

 

Punire chi doveva sorvegliare . Lo chiedono i genitori di due bambini di Basiglio , un piccolo comune alle porte di Milano, prima accusati ingiustamente per alcuni disegni a sfondo erotico attribuiti per errore a uno dei due piccoli, e per questo allontanati dai loro figli – 9 anni la bambina, 13 il più grande- ma oggi pronti a far pagare mesi di umiliazioni e di sospetti a psicologi, assistenti sociali e insegnanti. I due genitori hanno chiesto di costituirsi parte civile contro il comune di Basiglio e il ministero dell’istruzione , davanti al Giudice  per l’udienza preliminare che deve decidere se rinviare a giudizio assistenti sociali incapaci e psicologi frettolosi.

Ci sono voluti mesi per arrivare  a  scrivere in altro modo questa storia. Mesi per accertare che i disegni erano stati fatti da un altro bambino  per dispetto. La verità che sembrava così evidente a tutti ma  non agli investigatori – la calligrafia non era della bambina tolta ai genitori., lei stessa giurava  di non esserne l’autrice, sua madre e suo padre negavano ogni responsabilità -  è invece rimasta sepolta per mesi e mesi sotto montagne  di perizie improbabili, testimonianze frettolose, iter giudiziari a senso unico.

Sul banco dei sospettati oggi siedono due psicologi, un assistente sociale, la preside e le due maestre dei bambini  prima sottratti e poi riaffidati ai genitori.

L’accusa formulata dal Tribunale di Milano è lesioni colpose ai danni di bambini. Un’accusa inedita  per una vicenda che non sembra  così infrequente. “nove volte su dieci, i bambini prima tolti ai genitori vengono riconsegnati alla famiglia di origine”, accusa Antonello Martinez, il legale della coppia che assicura di aver analizzato migliaia di casi in tutta Italia. Storie sempre uguali, in cui i bambini sottratti ai genitori per abusi e violenze sono solo una piccolissima minoranza. Di fronte al dilagare di episodi apparentemente meno gravi – abbandono di  bambini, incapacità di svolgere il ruolo di educatori da parte dei genitori, impossibilità economica di garantire un’adeguata educazione – che vengono trattati comunque alla stessa stregua. Prima il dossier aperto dagli assistenti  sociali, poi l’intervento degli investigatori, alla fine l’affidamento più o meno temporaneo dei bambini ad una struttura comunale di accoglimento o ad un’altra famiglia. Quello che è successo ai bambini di Basiglio. Portati via ai loro genitori e “interrogati” da psicologi e assistenti sociali con metodi come minimo non professionali. I diretti interessati smentiscono, ma agli atti risulta che uno dei bambini sarebbe stato strattonato e alla piccola avrebbero poi detto “guarda che cambierai genitori…”. L’Avvocato Martinez insiste molto su questi aspetti: “il bambino non solo è stato sottratto ai genitori per 69 giorni. Ha dovuto sopportare quella che io chiamo una detenzione. Ha perso nove chili. Il procedimento che si è concluso nei mesi scorsi davanti al Tribunale dei Minori ha accertato che non esisteva nulla di contro  i miei assistiti che adesso vogliono solo costituirsi parte civile ed essere solo risarciti.

Forse ci sarà un processo. Ci saranno altre sentenze. Magari dei risarcimenti. Difficile dire se i soldi serviranno a far riacquistare la serenità persa ai due bambini accusati di aver disegnato scenette oscene, poi sollevati da ogni sospetto, comunque vittime di un braccio di ferro tra giudici, investigatori, avvocati, psicologi, assistenti sociali insegnanti, presidi. Tutti contro tutti. Quasi nessuno dalla parte dei bambini, a parte i genitori, denuncia il legale.

“Portare via un bambino ad una famiglia dovrebbe essere l’estrema ratio. Le leggi per affrontare queste vicende nel nostro paese ci sarebbero, il problema come sempre è la loro applicazione.”

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Si Parla di matti da slegare.

9 ottobre 2009 admin Nessun commento

A poco più di dieci anni di distanza,da quando nel novembre 1998 la Gazzetta affrontò per la prima volta il tema dei pazienti psichiatrici legati al letto – con immagini choccanti  e il titolo “Una pratica che viola dignità e diritti dei malati. Scelta terapeutica o cronica mancanza di personale?” -  Al Policlinico universitario di Modena si è tenuto un convegno su “Il problema della contenzione e pratiche che limitano la libertà personale in psichiatria”.

A questo incontro, organizzato dal Dipartimento di Salute mentale dell’Ausl  modenese hanno partecipato esperti locali (P. Vistoli, M. Rigatelli, G. Neri, A. De Palma), della nostra regione (C. Ravani), di Trento (A. Salvi), di Mantova una delle poche realtà italiane in cui il Diagnosi e Cura  è senza contenzione e con le porta aperte.

Puntuale è giunta la conferma che la contenzione fisica in psichiatria rappresenta a tutt’oggi una delle questioni più controverse e complesse nella storia della disciplina dei sistemi  di terapia  e assistenza, in cui confluiscono nello stesso tempo aspetti tecnici (il perché e il quando), aspetti organizzativi (il come), aspetti etico-deontologici (quando è lecito e con quali garanzie) ed aspetti riguardanti la responsabilità professionale (il chi, e nuovamente il perché, il quando, il come legare un malato di mente).

Un problema soprattutto difficile da trattare, perché immediatamente evoca problemi che vanno dalle carenze quantitative del personale a quelle qualitative (professionalità, competenze, aggiornamento), a quelle di logorio: il noto fenomeno del burn-out del personale che, sottoposto a turni e compiti logoranti, “si brucia”, non ce la fa più, finendo addirittura col non sopportare gli stessi pazienti, di fronte ad un contesto culturale di questo tipo e cosi difficile da trattare, va perciò, prima di tutto, riconosciuto grande merito ai responsabili scientifici dell’iniziativa Rita  Covili e Paolo Vistoli -  per avere riproposto dopo tanto tempo il problema, di avere ammesso responsabilmente che “i matti sono ancora da slegare”, ma soprattutto per avere presentato concrete esperienze alternative per ridurre, fino ad azzerare, misure restrittive e coercitive di questo tipo.

L’altro aspetto positivo e propositivo riguarda i dati relativi alla reale incidenza della contenzione. Anche se siamo ancora troppo lontani da poter presentare studi e ricerche omogenee, C. Ravani ha anticipato i dati della nostra regione nei 15 Diagnosi e Cura dal 1999  a tutto il 2007 che riguardano i soggetti contenuti. C’è addirittura un SPDC, quello di San Giovanni in Persiceto, in cui non si è mai attuata alcuna contenzione, e le porte sono aperte, come a Mantova. Anche  nelle altre realtà della regione comunque, i dati dimostrano più attenzione al problema. Si va dal dato più basso: 13 contenzioni all’anno ad un massimo di 198 pazienti legati nei 12 mesi. La media generale è di 85 episodi annui.

A Modena dal 1  gennaio al 31 marzo di quest’anno nel nostro SPDC  sono stati contenuti 20 pazienti. Nel 2008 sono stati 60 i pazienti legati al letto, ma va sottolineato che il nostro reparto ha una capienza di 20 e non di 15 posti letto.

Il dato in genere comune in tutta la regione, e sul quale occorre attentamente riflettere, riguarda l’incidenza di contenzione fisica su pazienti dementi e con ritardo mentale. Su una bassa percentuale di ricoveri di questi pazienti (4,9%) avviene addirittura il 40% delle contenzioni.

Sono stati presentati altri dati: motivi del ricorso a queste pratiche, momenti  della giornata  in cui avvengono più frequentemente, differenze con personale formato o no, dati sui quali ritorneremo. Ma l’aspetto più positivo – lo ripetiamo ancora -  è aver parlato dopo tanto tempo apertamente, senza reticenze o quant’altro.

(RM)

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La morte di Mike Buongiono

9 ottobre 2009 admin Nessun commento

La morte di Mike Buongiono

 


Purtroppo è diventata una routine celebrare ad ogni costo le persone che

non ci sono più, che sicuramente meritano riconoscenza, ricorso,

memoria.

Tuttavia, mi ha lasciato perplesso il “rumore” istituzionale sulla morte del

Maike americano nazionale.

E’ indubbio che li nostro americano Mike ha rappresentato per

sessant’anni un’Italia: vogliosa di rivincite, di vicite, di richezza, di gioco e

non solo…. spesso anche bigotta.

E’ altrettanto vero che rispetto ad alcuni programmi dei nostri giorni, i

quiz di Mike possono tranquillamente considerarsi esempi di cultura,

raffinatezza e addirittura intellettuali, ma riconoscere al nostro americano

presentatore le onoreficenze di stato come un eroe della patria …è

sembrato troppo

Nulla più stupisce|

(LM)

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Sempre più bambini istituzionalizzati.

30 settembre 2009 admin Nessun commento

 

 

“bambini in istituto” evoca sicuramente nel nostro immaginario sentimenti di pena e di tristezza, l’idea di un posto dove i bambini vivono una certa costrizione, non sono per nulla contenti, al massimo alternano alla malinconia momenti di euforia e di iperattività. Un posto per l’appunto deprimente. Poi cerchiamo di scacciare questi cattivi pensieri, dicendoci che oggi non è più come una volta, che non ci sono più i dormitori, il pane scarso e gli educatori con la bacchetta. Tuttavia non è raro che quando i nostri figli non si comportano bene, un po’ per scherzo un po’ per minaccia di un qualche provvedimento repressivo, agitiamo il fantasma del collegio, per consolare noi e minacciare loro, a significare sia che non ne possiamo più, sia che speriamo che nostro figlio venga a più miti consigli se gli facciamo intravvedere la minaccia di un abbandono da parte nostra.
Sembra allora che il concetto di famiglia e quello di istituto siano antitetici. Ma è davvero così? O solo così? O così semplice? È proprio così che la pensiamo? Per tutti i bambini?
Se portiamo il nostro bagaglio emotivo sul terreno di una riflessione ragionata e allo stesso tempo empaticamente partecipe dei bisogni del bambino, riusciamo a trarre delle interessanti considerazioni.
Innanzi tutto che l’istituto, prima ancora che antitetico alla famiglia, è culturalmente superato. Per culturalmente si intende tutta quella serie di conoscenze e di competenze che una società si fa: sociologiche, antropologiche e psicologiche che ci dicono essere la famiglia il luogo privilegiato di crescita per un bambino. Questo concetto, fatto proprio dalla nostra legislazione, ribadito nella Convenzione internazionale dei diritti del bambino, è un concetto che si fonda sull’osservazione dei bisogni del bambino: solo la famiglia può soddisfarli perché sono bisogni di crescita in termini relazionali.
L’istituto non riesce a fare la stessa proposta proprio per come è concepito e strutturato: il bambino non vi trova un senso di appartenenza, non può costruire delle relazioni privilegiate, e tuttavia, quando costretto a soggiornarvi per tempi dilatati, in attesa di conclusioni dell’iter giudiziario o di improbabili cambiamenti della sua famiglia, sazia il suo bisogno di figure di attaccamento attraverso attaccamenti e investimenti illusori, precari e negati, alle persone che gli vivono accanto, alle immagini dei genitori naturali depositate nella sua mente, finendo così per colludere con quanti non si pongono il problema di quella efficace tutela che si esprime come progetto per il futuro.
A rendere evidente tutto ciò basta confrontare le modalità di accesso all’istituto per come si sono progressivamente affermate.
Un tempo l’istituto era considerato in due modi, a seconda dei privilegi di nascita o di stato sociale:
– il luogo privilegiato della integrazione educativa, culturalmente raffinata, della famiglia di elevato rango e possibilità economica,
– oppure, con sistemazioni molto meno confortevoli, il luogo dei “senza famiglia”, orfani e bastardi, di quelli che, attraverso l’obbligatoria partecipazione a processioni, manifestazioni pubbliche e funerali, dovevano espiare la loro minorità per essere senza famiglia e ringraziare la società che si occupava di loro.
Questi due modi estremamente diversi, di concepire l’istituto, sono oggi culturalmente superati: il primo perché la famiglia funzionante raramente fa delega educativa, non per bambini piccoli, e comunque per tempi brevi; il secondo perché gli orfani trovano subito una famiglia sostitutiva e la categoria dei bastardi è fortunatamente scomparsa.
E tuttavia questi due modi antichi, in dissolvenza, si sovrappongono nel nostro immaginario e danno luogo ad una forma confusa e confondente: quella che l’istituto possa essere, in casi particolari, di numero peraltro elevato, una alternativa alla famiglia, idea per di più anche molto pericolosa perché sottende tutta una serie di concetti adultocentrici che poco hanno a che vedere con i reali bisogni dei bambini.
La famiglia, fonte di modelli relazionali, non può essere sostituita dall’istituto
Se andiamo a vedere la storia dei ventimila e più bambini in istituto, vediamo che per la maggior parte di essi si è pensata la sistemazione in istituto a motivo di un fallimento conclamato e decretato della famiglia:
– il bambino è stato allontanato dalla famiglia,
– la famiglia non è in grado di farcela,
– è in corso un procedimento presso il Tribunale per i minorenni,
– in qualche modo la famiglia, direttamente o indirettamente, ha declamato falliti i suoi compiti.
Nella Banca Dati Minori 1993 della Regione Veneto, su 1006 minori istituzionalizzati, il motivo prevalente sono i problemi relazionali della famiglia, mentre la durata dell’istituzionalizzazione raggruppa la maggior parte dei minori tra meno di un anno e tre anni, per arrivare ad oltre dieci anni.
L’istituto si trasforma così nel luogo di conservazione dei fallimenti familiari, ne diventa il tirannico, geloso e crudele custode, il prolungamento di un malinteso potere della famiglia sul bambino.
Ma se abbiamo all’inizio riflettuto che l’istituto è superato e che non può quindi essere una alternativa alla famiglia, dobbiamo allora molto interrogarci su che senso abbia ricoverare in istituto questi bambini la cui famiglia vive una fase di fallimento, discorso oltretutto operativamente rischioso, perché quando il bambino è in istituto, spesso gli operatori sociali, bombardati da mille altre situazioni, possono ora rivolgere a queste altre il loro pensiero, nella convinzione che per il momento il bambino gode di protezione, e loro possono finalmente pensare a qualcuna delle altre mille questioni.
Così, il bambino che vive in istituto, spesso è dimenticato in istituto: non nel senso che l’operatore non sappia che ci sono delle esigenze per quel bambino, ma non pensa più che si tratti di un problema pressante e tende a rinviarlo.
D’altra parte, la protezione offerta dall’istituto non viene esperita come competitiva dalla famiglia naturale (diversamente dall’affido eterofamiliare che più direttamente richiama l’inadeguatezza dei genitori naturali), si presta a tante giustificazioni, la prima delle quali consiste nell’invocare la propria povertà, e non la propria relazionalità patologica, che invece è questione alla base di tutti i maltrattamenti e le trascuratezze nei confronti dei bambini.
E, paradossalmente, sta proprio qui, nell’assenza di attributi che lo rendano competitivo con la famiglia, la caratteristica di fondo dell’istituto, scelto come alternativo alla famiglia.
La negazione e il misconoscimento delle difficoltà relazionali e del fallimento della famiglia, diviene così, con la sistemazione in istituto dei bambini che sono l’evidenza di tale fallimento, la negazione e il misconoscimento dei loro bisogni di relazione. Tali bisogni, negati e misconosciuti, imploderanno nella psiche dei bambini, con la conseguenza di gravi patologie e devianze.
Tale pesante procedura a danno dei minori, mascherata dietro un garantismo che non può essere che adultocentrato, diviene addirittura aberrante quando si tratta di bambini piccolissimi, dove si riscontra il peggio del misconoscimento e il massimo del danno.
Gli studi sul bambino, sia attraverso le osservazioni dirette che la clinica, hanno ormai portato all’evidenza come sia fondamentale, tanto più il bambino è piccolo, fin da subito, la soddisfazione adeguata dei suoi bisogni, attraverso figure di attaccamento e di riferimento.
Illusoria e criminale allora, oltre che superata, la convinzione che l’istituto possa costituire quel “luogo neutro” dove il neonato possa restare in attesa di una sua sistemazione, in tempi magari definiti “brevi” secondo i parametri degli iter giudiziari, ma assolutamente devastanti, veri e propri “buchi neri” per il bambino che fin dalla nascita, socialmente competente, procede alla costruzione del suo Sé
Il fattore tempo è della massima importanza
Che cosa accade in termini di tempo per un bambino che sta in istituto perché la sua famiglia non ce l’ha fatta ad esprimere una genitorialità corretta nei suoi confronti? Sappiamo che comunque il bambino costruisce degli attaccamenti alle figure surrogate che trova in istituto: si tratta però di persone che, per il turn over, per il fatto che l’accudimento del bambino non è che l’esercizio della loro professionalità e quindi a tempo definito e limitato, non possono soddisfare i bisogni emotivo-affettivi del bambino. Così questi investimenti sono destinati a subire delle delusioni, frequentemente parallele, peraltro, ad una fortissima idealizzazione della famiglia da cui i bambini sono stati allontanati, idealizzazione per di più alimentata dall’allontanamento stesso vissuto come una punizione: «è colpa mia se i miei genitori non ce l’hanno fatta». Quello che tante volte si legge sulla stampa: «il bambino era così attaccato alla sua famiglia…» è proprio il frutto del sentirsi in colpa e di questo bisogno di riempire i vuoti affettivi attraverso una forte idealizzazione dei genitori natura
Il bambino è socialmente competente fin dalla nascita
Noi spesso valutiamo il neonato con parametri cognitivi e sulla base di apprendimenti evolutivi che sono successivi: poiché non comunica verbalmente, diciamo allora che ha capacità relazionali limitate, che non capisce e non ricorda.
E invece il bambino fin dalla nascita ha tutti i potenziali per costruire delle relazioni importanti e ciò che accade quando il bambino è piccolissimo, ciò che sente e percepisce con una raffinatezza incredibile è determinante per lui, fa sì che riconosca con assoluta chiarezza la qualità della disponibilità affettiva di chi si prende cura di lui.
Qualche mese fa, la stampa nazionale ha riportato il caso di un bambino down, nato nell’ospedale di una grande città e rifiutato alla nascita: gli operatori del reparto si sono offerti per tenerlo un mese a testa. Forse questa soluzione consolava gli operatori, ma non era affatto a misura di bambino!
SI dovrebbe oggi poter partire dal presupposto che almeno un reparto di pediatria abbia per scontata la convinzione che il bambino ha invece bisogno di figure privilegiate di attaccamento fin dai primi giorni.
Poiché invece questa convinzione non è per nulla scontata, allora si
opta ancora per l’istituto, proprio partendo dal concetto di attaccamento, ma svuotato dalla sua portante valenza affettiva: il bambino in istituto non si attaccherà e quando si troverà una soluzione, il bambino sarà affettivamente ancora sterile.
Accade invece che il bambino avrà dei vuoti, più o meno prolungati, parzialmente riempiti da frammentarie e illusorie esperienze di attaccamento, esperienze che non costituiranno certo risorsa per le sue vicende successivo.
L’istituto è dunque antitetico al concetto di famiglia, ma non a quello di famiglia comunque, è antitetico al concetto di famiglia sana, capace di relazioni positive, mentre collude con quello di famiglia disfunzionale.
Tutto questo richiede una seria revisione dei nostri parametri culturali.
Tutti conveniamo che sarebbe meglio che un bambino crescesse dove è nato, ma se questo non può accadere, a volte fin dalla nascita, a volte per fatti gravi che pregiudicano la sua crescita, dobbiamo dargli delle alternative alla famiglia naturale, che siano delle alternative a misura di bambino, anche se non sono l’ottimo, debbono tuttavia essere al meglio, così come recita l’art. 3 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia: «In tutte le azioni riguardanti bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, attività amministrative o corpi legislativi, i maggiori interessi del bambino/a devono costituire oggetto di primaria considerazione».
Questo ci porta a considerare più seriamente di quanto si sia fatto finora sull’affido eterofamiliare.
Aprendo una breve parentesi, ci chiediamo allora se possa esserci un’eredità lasciata dagli istituti? Parlare in questi termini può essere pericoloso. Meglio chiedersi se possa e debba essere utilizzata una formula diversa dalla organizzazione “famiglia” quando si tratta di minori. Per rispondere a questa domanda, bisogna premettere due osservazioni.
La prima riguardante il fatto che, diversamente da qualsiasi altro istituto che per essere inquadrato deve essere specificato (“Istituto di credito, Istituto tecnico, Istituto di bellezza”), curiosamente quello per l’infanzia non ha bisogno di attributi, è l’istituto per eccellenza, e questo la dice lunga sulla richiesta general generica, non competitiva e non qualificata che all’istituto viene fatta: «Assisti con prudenza, assisti ma non troppo, assisti stando alla larga, assisti senza qualificarti, senza personalizzare», quando invece sappiamo che senza specificazione mirata non c’è intervento con senso costruttivo per il bambino.
E la seconda osservazione è quella riguardante la confusione rischiosa tra il termine protezione e il termine tutela, usati in forma intercambiabile, ma in realtà con una valenza assai diversa, per contenuto e aspetto temporale: la protezione implica l’intervento nell’immediata situazione di sofferenza di un bambino, la tutela comporta la formulazione di un progetto nel tempo.
Ciò premesso, la sola formula di organizzazione, diversa dalla famiglia, che può essere convenientemente utilizzata per i bambini, è quella, depurata dai turn over e imperniata su educatori stabili, realizzata da piccole comunità molto specializzate che accolgono un bambino allontanato da una situazione di grave pregiudizio, lo aiutano a rendersi conto di quello che gli è accaduto, e permettono di fare un lavoro di pensiero per un progetto mirato di tutela, e quindi per tempi brevi e definiti.
È la formula dell’accoglienza qualificata, specializzata spesso attorno al problema dell’abuso, del primo intervento, essendo ormai inconcepibile e inammissibile quella del soggiorno a tempo indeterminato. Oppure è la formula dell’adolescente che, alle problematiche della famiglia d’origine, somma quelle sue proprie di svincolo dal contesto di appartenenza.
Ma non è certo la trasformazione logistica dell’edificio istituto che lo rende adeguato a simili interventi specializzati, anche se questo equivoco modo di procedere è molto diffuso.
Il bambino in istituto può al massimo avere un bell’addestramento che è molto diverso dal buon attaccamento. Mentre l’attaccamento è una relazione soddisfacente con figure di riferimento importanti e stabili in un contesto stabile in grado di fornire senso, direzione, obiettivi sociali alla crescita, l’addestramento, e la storia ci dice quanto pericoloso possa diventare, quando si situa su una trama relazionale frammentata, priva di slancio affettivo e quindi di senso pieno, è quella faccenda in cui uno reprime la sua vita emotiva, impara una serie di manovre e di comportamenti più o meno funzionali a farlo sopravvivere alla meno peggio nell’ambiente in cui si trova, ma quanto poi a pensare alla persona addestrata in termini di compiutezza, di maturità, di soddisfazione delle sue esigenze psicologiche, siamo molto lontani.
La concezione che ha sostenuto nel tempo gli istituti è quella della competenza a fornire stimoli educativi incisivi, forti, atti a costruire dei comportamenti sociali idonei, su mandato:
- della famiglia,
– dello Stato.
E questo è andato avanti per tutto il periodo in cui il concetto di educazione è stato inteso soprattutto come trasmissione di valori precostituiti.
La rivisitazione del concetto di educazione, degna di questo nome solo quando fondata su rapporti positivi, la
scoperta della pedagogia nera, la riflessione sull’importanza della relazione, gli approfondimenti sul significato della famiglia oggi, la trasformazione dei ruoli fissi dei genitori all’interno della famiglia in funzioni relazionali scambievoli, portano ad una ormai ineludibile chiarificazione del concetto di istituto, che invece allo stato dei fatti continua a fungere da contenitore senza essere più in grado peraltro di erogare alimento soddisfacente in epoca, quella attuale, in cui ciò che conta non è la trasmissione di valori, ma una funzione relazionale fornita di senso.
Sappiamo che cosa succede ai ragazzi dopo anni di permanenza in istituto in nome del presunto diritto della famiglia d’origine a non essere sostituita: fragili, repressi, immaturi, calano nella realtà la sete di rivincita sulla vita che è stata così avara con loro, con risultati devastanti.
Oggi si fa tanto parlare della famiglia, ma troppo spesso in termini assolutamente parziali, perché astratti. Non si dovrebbe parlare della famiglia in astratto, del diritto della famiglia, quanto dei diritti dei membri della famiglia, tenendo presente che questi diritti si debbono proporre in termini convenientemente gerarchizzati: il diritto del più debole, il bambino, deve essere preso in primaria considerazione rispetto ai diritti dei più forti, gli adulti, che fondano i propri diritti sulla capacità di soddisfare al meglio quelli dei membri deboli.

Perché accade esattamente l’opposto?
Il bambino fin dalla nascita è portatore di diritti allo stesso modo dell’adulto, solo che non può farli valere, bisogna che i genitori li facciano valere per lui. Il diritto del genitore sul bambino non è un diritto di proprietà sul bambino, come purtroppo spesso si vede molti genitori declamare in nome dei legami del sangue. Il legame biologico è il punto di partenza che abilita al meglio il genitore ad esprimere una genitorialità corretta nei confronti di suo figlio, ma è solo il punto di partenza.

L’istituto dunque non è più il luogo della delega da parte della famiglia e non può nemmeno esserlo da parte dello Stato in nome della famiglia, proprio perché la centralità della famiglia e l’esercizio di quella tutela che solo l’organizzazione famiglia può esprimere nella vita del bambino, non ammette deleghe.
E ciò anche in considerazione dell’importanza del fattore tempo. Le lunghe procedure per la definizione dello stato giuridico di un bambino, gli rendono invivibile l’istituto perché gli sottraggono, spesso in maniera irreparabile, la possibilità di rendere narrabile la propria storia.
Ogni persona si costruisce attraverso la propria storia, che deve prima essere narrata, per diventare poi autonarrazione, autobiografia. La narrazione è il racconto che l’adulto di riferimento, nella posizione di testimone privilegiato, restituisce al bambino che ne è il protagonista, via via che cresce, perché ne diventi l’interprete attivo e consapevole. La narrazione, il prima – l’adesso – il poi, è un progetto di senso compiuto, a più tappe, che dà senso alla vita del bambino e permette al bambino, che ne diventa partecipe, attraverso il racconto dell’adulto e la propria personale e sempre più consapevole elaborazione, di sentirsi calato nella propria storia, di sviluppare una passione per la propria vita passata tale da alimentare in modo positivo la propria vita futura.
Ma per aiutare in questo il bambino, bisogna davvero aver molto investito affettivamente su di lui, nelle sue potenzialità e nei suoi desideri.
Così, dopo quei lunghi anni trascorsi in istituto, e le banche dati ci assicurano che purtroppo si tratta di lunghi soggiorni, il bambino perde il senso della propria narrazione e con essa il senso della vita stessa.
Il concetto di famiglia astrattamente espresso e quello di istituto, considerato, contradditoriamente, sia superato che abilitato a far da contenitore di fallimenti familiari, per molti motivi si prestano dunque a indebite sovrapposizioni e sostituzioni, attraverso cui la nostra cultura esprime proposte ambigue.

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Per Ichino: nessuna denuncia!

29 settembre 2009 admin Nessun commento

Modena, lì 22 febbraio 2007

 

Nessuna diffamazione ma rigoroso diritto di critica, finisce così con la richiesta di archiviazione del procedimento giudiziario attivato dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Modena contro un articolo di Pietro Iachino pubblicato il 12 luglio u.s. nel Corriere della Sera sullo sciopero degli avvocati che lo stesso giornalista definiva nel suo articolo a dir poco strano; uno sciopero che non produce perdita a chi lo pratica, ma danno soltanto ai soggetti terzi e al corso della giustizia. Ichinoparagonava lo sciopero – per sue singolari modalità ad uno sciopero della fame che viene sospeso all’ora dei pasti. E’ proprio il caso di sottolineare la brutta figura dalla dall’Ordine degli avvocati modenese, che in questa vicenda sono stati ridicolarizzati: nel senso che se il loro obbiettivo era quello di difendere l’onorabilità della categoria si è raggiunto l’esatto contrario. Infatti, il P.M. L. Poniz e M.S.  Cogliandolo della Procura di Milano recitano testualmente: “l’articolo di Iachino non riveste gli elementi della diffamazione – alla faccia dell’ordine modenese- la critica a taluni comportamenti è contenuta nei limiti rigorosi del diritto di critica

Addirittura il P.M-. conclude: “ che quanto scritto da Ichino appare funzionale ad un ragionamento più complessivo sulle regole e protagonisti della loro attuazione”.

Simpatico  e nello stesso tempo polemico contro il nostro ordine il commento di Iachino: “ ora vediamo se ci sarà qualche consiglio forense che riterrà di querelare questi P.M.”

Simpatica la battuta scherzosa alla modenese al nostro Presidente fatta da alcuni colleghi:.. non possiamo lasciarti solo un momento che combini solo guai

RM

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