Deposito degli atti processuali tramite posta

11 febbraio 2010 Nessun commento

Deposito degli atti processuali tramite posta

Con la pronuncia in data 04.03.2009 n. 5160 delle sezioni unite la Cassazione legittima il deposito di atti inviati tramite posta e non depositati direttamente presso la cancelleria. Poiché la pronuncia deriva dall’analisi di un processo celebrato dinanzi al Giudice di Pace, e la Cassazione fonda le proprie argomentazioni anche rilevando la maggiore semplicità e celerità del processo dinanzi a detto Giudice, appare quanto mai opportuno procedere ad alcune riflessioni immediate.
Innanzitutto va posta in rilievo l’osservazione della Corte in ordine alla natura del deposito degli atti; essi non sono atti frutto di volizione autonoma del soggetto che li ha prodotti e, pertanto, l’operazione del deposito può essere affidata anche a soggetti terzi (nuncius). In concreto, effettivamente, gli atti vengono materialmente consegnati in cancelleria da addetti agli studi legali o altri incaricati di enti di servizio.

In secondo luogo la Corte sottolinea che l’atto pervenuto per posta non può essere improduttivo di qualsiasi effetto, dovendosi semmai prestare attenzione al momento in cui tali effetti possono dirsi compiuti. Gli atti pervenuti per posta, pertanto, non potranno mai essere dichiarati inesistenti.

In terzo luogo la nullità consegue direttamente da una norma che la preveda esplicitamente e detta norma non esiste per gli atti inviati tramite posta; si può parlare di irregolarità ma non di nullità.

Lo scopo essenziale del deposito di un atto giudiziario è la concreta presa di contatto fra la parte, nonchè l’espressione della difesa della sua posizione processuale, e l’ufficio giudiziario dinanzi al quale pende la trattazione di qualcosa che la riguarda. Il raggiungimento di tale scopo costituisce il presupposto per l’accettazione del deposito dell’atto inviato.

Con la detta pronuncia la Cassazione sembra distinguere una forma di deposito “tipico” da un deposito “atipico”.

Il deposito tipico è quello esplicitamente previsto dalla normativa di rito, con la consegna personale allo sportello della cancelleria. Normalmente in simili situazioni, alla presentazione dell’atto da depositare, il cancelliere preleva il fascicolo di pertinenza, verifica la natura dell’atto da depositare, la sua provenienza, la sua correttezza rituale, appone il timbro di depositato e inserisce l’atto nel fascicolo.

Il deposito atipico dovrebbe essere individuato nell’invio degli atti tramite servizio postale, così come ammesso fin d’ora solo per taluni settori di giurisdizione, o in forza di espresse norme di legge o a seguito di pronunce della Corte costituzionale.

La sentenza de quo sembra voler elevare a rango di norma ordinaria ciò che fino ad ora era l’eccezione, ritenendo non giustificata una disparità di trattamento in ragione della materia o del rito applicato.

Poiché la stessa Cassazione ammette che il deposito tramite posta avviene al di fuori della previsione normativa, occorre porsi il problema degli effetti di tale forma di deposito atipico e determinare alcun conseguenze.

1. il tempo del deposito: sarà quello attribuito dal cancelliere, e non soltanto dall’ufficio, al momento della ricezione dell’atto. Nelle sedi giudiziarie di particolari dimensioni, infatti, è presumibile che l’atto pervenga presso un ufficio posta e che solo in una fase successiva venga trasmesso al cancelliere competente per la natura dell’atto o per il riferimento al procedimento in corso. Non potrà essere considerata la data di spedizione, in assenza del quadro normativo di riferimento; ne deriva che il tempo tecnico del trasporto e consegna del plico resta a totale carico del mittente, con tutte le conseguenze relative (incluso il rischio dello smarrimento o del deterioramento). Resta, pertanto, una differenza di trattamento con il deposito diretto, nonché con gli atti soggetti a notifica (per i quali vale la data di richiesta della notifica e non quella dell’effettivo recapito).
2. La modalità del deposito: la cancelleria sarà obbligata a istituire una forma di protocollo di ricezione degli atti oppure ad apporre il timbro di deposito immediatamente all’atto del ricevimento (con oneri aggiuntivi inimmaginabili, nella già precaria situazione del personale amministrativo).
3. L’inserimento nel fascicolo: la cancelleria sarà onerata dello smistamento degli atti ricevuti e del regolare inserimento nei fascicoli di competenza: ciò comporterà l’esame dell’atto, il rinvenimento degli estremi del procedimento, l’inserimento nel fascicolo qualora si tratti di atto correttamente formato e previsto dal codice di rito.
4. La verifica dell’atto: le ipotesi che si possono formulare nell’immediato sono due. Nel primo caso la cancelleria dovrà verificare la provenienza dell’atto, la data, la certezza della riconducibilità ad un soggetto legittimato, per poi apporre il timbro di depositato e inserire l’atto nel fascicolo. Nel secondo caso la cancelleria si limiterà all’inserimento nel fascicolo, dopo aver apposto il timbro di deposito, lasciando al Giudice ogni determinazione sulla idoneità e completezza dell’atto, con la decisione se ammettere il deposito oppure no.
5. Atti non previsti dal rito e documenti: occorre determinare quale debba essere il comportamento da tenere in caso di inoltro di atti di trattazione non corrispondenti ad un modello di rito o di semplice trasmissione di documenti. La soluzione più immediata potrebbe essere quella dell’apposizione del timbro di ricevimento e la trasmissione al Giudice per i provvedimenti di sua competenza in ordine alla ammissione o meno. Ciò determinerebbe una particolare complicazione delle attività del Giudice, con provvedimenti fuori udienza e relative comunicazioni.
6. I mezzi di trasmissione: nel menzionare lo strumento di inoltro “a mezzo posta” la Cassazione dimentica di considerare che, al momento attuale, con il detto termine non si può identificare soltanto lo strumento di trasmissione cartacea. Anche la riforma del codice di rito (ed altresì i progetti sul processo telematico) legittimano la posta elettronica e il fax.

La dottrina ha già avuto modo di sollevare alcune perplessità su detti strumenti, anche se limitatamente alla materia delle notificazioni e comunicazioni (si veda in proposito il contributo di autori vari in Foro it. 2005, parte V, pagg. 89 e segg.).

In tema di posta elettronica si ritiene che le perplessità possano essere superate dalla cosiddetta posta certificata. Tuttavia sarebbe necessario, a tutela anche dei diritti del mittente, che l’ufficio giudiziario confermasse il ricevimento del messaggio al momento della sua apertura; ciò si perfezionerebbe contestualmente alla lettura del messaggio, obbligando quindi l’ufficio a successive comunicazioni in caso di irregolarità o inammissibilità del deposito.

Resta da considerare che a tale struttura di corrispondenza certificata dovrebbe essere aggiunta la particolarità della firma digitale, che permette la sicura attribuzione della provenienza ad un soggetto identificato e munito di certificato.

L’ottenimento della firma digitale prevede: una procedura di iscrizione e legittimazione, il rilascio di un certificato con durata limitata e rinnovabile, costi annuali di esercizio, la necessità di ricorrere a strumenti informatici non comuni (lettore di smart card, potenza del processore, RAM, collegamento ADSL). Verosimilmente tutto ciò limiterà l’accesso ai soli studi professionali o comunque causerà un accessibilità non facile e non economica per la generalità dei cittadini. Ciò riproduce una disparità effettiva difficile da giustificare, rispetto alle premesse.

Quanto al fax sono già state sollevare incertezze rispetto alla provenienza, alla data certa, alla funzionalità certificata degli apparecchi di ricevimento, alla autenticità delle firme; anche in tal caso, comunque, la cancelleria verrebbe caricata di nuovi oneri di accertamento del deposito, con conseguenze difficili in caso di atti in scadenza, di assenza di personale, di panne elettroniche o telefoniche.

Non basta una sentenza, per quanto autorevole, ad eliminare i problemi di strutture e di personale nell’ambito dell’attività giudiziaria.

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Psicofarmaci a una bimba di 7 anni Il caso ora approda in Parlamento

5 febbraio 2010 Nessun commento

Psicofarmaci a una bimba di 7 anni Il caso ora approda in 05-02-2010
E’ approdata in Parlamento la questione di una bambina di 7 anni curata in una casa famiglia di Mirandola con il farmaco Risperdal, un potente psicofarmaco.
L’iniziativa è di Cristiano De Eccher, che ha presentato in Senato durante la seduta del 21 gennaio un’interrogazione con risposta scritta al ministro della Salute Ferruccio Fazio.
De Eccher parla di «una minore con problemi di ‘ritardo mentale’ curata con il farmaco Risperdal.
Alla bimba in questione, di 7 anni, nel 2007 era stato diagnosticato un ‘disturbo generalizzato dello sviluppo altrimenti specificato, disturbo oppositivo provocatorio e ritardo mentale’.
Era in custodia presso una casa famiglia di Mirandola dal gennaio 2008 e il 17 settembre i genitori, per iniziativa dell’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena, sono stati informati che le veniva somministrato lo psicofarmaco Risperdal».
Considerato che «il farmaco, immesso in commercio dall’azienda Jassen-Cilag SpA, viene utilizzato per la cura delle ‘psicosi schizofreniche acute e croniche’ e che nella posologia è specificato che ‘Risperdal iniettabile non è stato studiato nei soggetti al di sotto dei 18 anni’», De Eccher, osservando che «dopo la denuncia dell’avvocato Miraglia la somministrazione è stata interrotta denuncia il rischio che dietro la somministrazione degli psicofarmaci «si possa celare un’operazione commerciale della casa farmaceutica per accrescerne il consumo».
Di qui la richiesta di sapere dal ministro se risulti condiviso il timore di un possibile abuso di psicofarmaci sui minori: se sia a conoscenza dei criteri in base ai quali alla minore in custodia presso la casa famiglia di Mirandola sia stato somministrato il farmaco Risperdal; se risultino casi analoghi e se l’utilizzazione di psicofarmaci sui minori sia oggetto di monitoraggio a livello nazionale e/o regionale e, in caso affermativo, da parte di quale ente o istituzione».
E, soprattutto, «con quali risultati».

INTERRROGAZIONE SENATO

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Risarcimento ingente chiesto ai Servizi sociali di Modena

2 febbraio 2010 Nessun commento

Risarcimento ingente chiesto ai Servizi sociali di Modena
29 dic 09 – (323) • Categoria Cronaca, Modena, Sociale

Proprio in questi giorni sarà presentata una citazione nei confronti del Comune di Modena e specificatamente nei confronti di un’assistente sociale referente di un caso già noto all’opinione pubblica: “Mi hanno rapito il figlio” madre denuncia un’assistente sociale del Comune (Gazzetta di Modena, maggio 2007).
Questa vicenda è stata ed è seguita dall’avv. Francesco Miraglia del Foro di Modena.

Come migliaia di casi, purtroppo, anche questo riguarda una decisione del servizio sociale avallata dal Tribunale dei Minori nel caso specifico di quello di Bologna, di allontanare un bambino dalla sua famiglia collocandolo per più di 2 anni presso una struttura gestita da una “cooperativa sociale di Forlì”.

Le traversie di questa famiglia e di questo bambino iniziano una domenica del 2000 quando la mamma allarmata perché il figlio non tornava a casa avvertiva una pattuglia della Polizia. Il bambino presto veniva ritrovato nel parco giochi. Ma dopo circa un mese dall’accaduto un’assistente sociale del Servizio di Modena, invitava la famiglia con il bambino a presentarsi per comunicazioni urgenti. Qui inizia un percorso Kafkiano che lentamente ma inesorabilmente si deteriora fino all’allontanamento del bambino dalla sua famiglia.

Per più di due anni i genitori di questo bambino per paura di perderlo definitivamente, hanno ”subito” di tutto dall’assistente sociale referente del caso, fino al maggio 2007 quando hanno deciso di denunciarlo.

Ed è qui che la vicenda si fa ancora più assurda.

A seguito di un rientro del bambino in famiglia, lo stesso avvocato Miraglia che seguiva il caso, dopo aver depositato il ricorso al Tribunale per i Minori, concordava con i genitori di non riportare più il bambino in struttura.

Da quel punto i servizi e il Tribunale per i Minorenni di Bologna non si sono più interessati del minore, “omettendo” non solo di chiedere il rientro nella casa famiglia ma anche di disporre qualsiasi provvedimento che lo riguardasse.

Che fine ha fatto la necessità di allontanare questo bambino dalla sua famiglia?

Perché nessuno ha contestato la decisione dell’avvocato?

Fortunatamente dal mese di giugno 2007 questo bambino vive tranquillamente con la sua famiglia, frequenta regolarmente la scuola, raggiungendo gradualmente e progressivamente un proprio equilibrio psico-fisico e uno stato di tranquillità.

Oggi è un bambino sereno che vive la sua quotidianità come qualsiasi altro bambino della sua età, se pur con le difficoltà di un bambino che sta superando pian piano le sue paure di essere allontanato un’altra volta dalla sua famiglia. Un bambino con un sogno nel cassetto: diventare un avvocato per aiutare i bambini che come lui sono stati allontanati dalla propria famiglia.

Intanto il Tribunale per i Minorenni di Bologna, ancora, sollecitato dall’avv. Francesco Miraglia il 17 febbraio 2009 scriveva testualmente: “Nel procedimento in oggetto, pendente presso questo ufficio da oltre tre anni non sono pervenuti al Tribunale da parte dei servizi sociali aggiornamenti sulle condizioni del minore che si può perciò presumere si sia in qualche modo stabilizzata sulla base di precedenti provvedimenti. Alla luce di quanto esposto si chiede, solo nel caso in cui la situazione si sia modificata, una relazione di aggiornamento entro 60 giorni dal ricevimento della presente. In mancanza si riterrà si riterrà avvenuta la stabilizzazione del caso relativo al minore…”.

Una domanda, però, nasce spontanea che lavoro faranno oggi l’assistente sociale e il giudice che hanno deciso l’allontanamento di questo bambino?

Un dubbio inquietante ci attraversa… l’assistente sociale e il citato giudice continueranno ad occuparsi di minori…?

Ed è giusto che sia fatta giustizia per chi ha subito tutte queste sofferenze. Chi ha sbagliato deve pagare per evitare queste tragedie ai nostri bambini. Come ripetutamente denunciato dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani che fa parte del movimento Cresco a Casa ( www.crescoincasa.it ) e recentemente anche da un articolo di panorama, la famiglia italiana è in pericolo. Si devono sensibilizzare i legislatori sulla drammatica situazione esistente. Per quanto possa sembrare incredibile, oggi a una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i loro figli, tramite una decisione del tribunale dei minori, sulla base di rapporti scritti degli psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l’operato dei genitori secondo il loro capriccio e opinioni. Quando le opinioni diventano la “verità” su cui i giudici basano le loro decisioni la possibilità di violazioni e abusi è drammaticamente alta, come confermato dai numeri. In Italia sono circa 35.000 (anche se il numero non è definitivo) i bambini sottratti alle famiglie con costi sociali per la comunità che superano i 4 miliardi di euro.

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Psicofarmaci a una bambina disabile di soli 7 anni

2 febbraio 2010 Nessun commento

Abuso farmacologico a Modena
Psicofarmaci a una bambina disabile di soli 7 anni
Interrogazione parlamentare in vista

Modena – Ad una bambina disabile di soli sette anni è stato somministrato un antipsicotico. Una volta ricevuta questa notizia il Senatore Cristano De Eccher, che da anni si batte contro gli abusi di psicofarmaci ai bambini ed è stato il principale promotore di una legge approvata dalla Provincia Autonoma di Trento contro gli abusi di psicofarmaci sui bambini, ha deciso di presentare un’interrogazione al Senato per fare luce su questa vicenda.

La bambina era in custodia presso una casa famiglia locale dal gennaio del 2008. Su specifica richiesta dell’avv. Francesco Miraglia del foro di Modena, il 17 settembre 2008 i genitori sono stati informati che alla minore veniva somministrato lo psicofarmaco RISPERDAL. Questo psicofarmaco viene usato per le “psicosi schizofreniche acute e croniche” e gli effetti collaterali più comuni sono atassia, ansia, insonnia, bassa pressione sanguigna, irrigidimento e dolore muscolare, perdita dei sensi e tremore.

RISPERDAL, negli ultimi 4 anni, ha causato tra il resto ben 308 decessi, 116 sindromi maligne neurolettiche, 94 episodi di aggressione violenta e 82 casi di disturbi psicotici in bambini dai 5 ai 9 anni.

Attualmente si assiste a una generalizzata tendenza alla “medicalizzazione” dei comportamenti infantili. Molto spesso si ricorre a dei medicinali solo perché i bambini sono troppo chiassosi o irrequieti, senza prendere in considerazione soluzioni alternative. E’ sempre più comune ricorrere “alla pillola” soprattutto se non si viene informati esaurientemente o se gli effetti collaterali vengono minimizzati.

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Servizi sociali: spesa doppia, ma niente spazi

28 gennaio 2010 Nessun commento

Servizi sociali: spesa doppia, ma niente spazi
Non è solo un servizio ‘anomalo’ quello che il Comune di Castelfranco dedica al ‘sociale’ ma anche un servizio che sembra fare acqua da tutte le parti e a cui mancano spazi e strutture.
A denunciarlo è l’avvocato Francesco Miraglia che, in città, sta seguendo diversi casi legati a situazioni di famiglie con minori: «I genitori ed i bambini che vengono separati per qualche motivo dal servizio sociale o da sentenze del Tribunale hanno comunque diritto ad una serie di incontri periodici che sono importantissimi per l’equilibrio di tutte le persone coinvolte – spiega Miraglia -.
A Castelfranco, invece, capita che genitori e figli separati per un periodo non abbiano nemmeno un luogo dove incontrarsi.
Quando va male le famiglie sono costrette a spostarsi in una struttura che si trova a Reggio Emilia e quando va ‘bene’ ci si ritrova qualche ora all’ospedale della città».
«Ovviamente si tratta di scelte assolutamente deleterie per la salute e il benessere di cittadini, adulti e bambini, che vivono situazioni già estremamente difficili e delicate» conclude Miraglia.
Suona strano sapere che ai servizi sociali di Castelfranco manchino gli spazi, soprattutto considerando che per gestire il servizio ‘in doppia’ il Comune spende (solo di stipendi) più di 6000 euro al mese.
In città infatti i servizi sociali (come anche quelli scolastici) funzionano così: oltre al ‘classico’ assessore (pagato dal Comune come dipendente) addetto a seguire i servizi sociali, esiste anche una ‘Istituzione per la gestione dei servizi’ che comprende un presidente (che ha più o meno lo stesso ruolo dell’assessore) e che è coadiuvato a sua volta da un intero consiglio di amministrazione e da un direttore.
«Tutti, ovviamente, a busta paga in carico ai cittadini – fa notare Giorgio Barbieri della Lega Nord che ha denunciato il fatto con un esposto inviato qualche giorno fa alla Corte dei Conti – e il tutto va esattamente duplicato in quanto vale anche per i servizi scolastici».
Secondo la denuncia della Lega alla base del ‘doppio servizio’ vi sarebbe una ‘spartizione partitica’ di questo ramo della macchina comunale, che vede rappresentate tutte le componenti dell’alleanza che governa la città: «Idv, Sinistra democratica e Pd…
dentro ci sono proprio tutti – insiste Barbieri – e non ci sembra normale che un’intera squadra di calcio, sia necessaria per gestire i servizi scolastici e sociali a Castelfranco».
A conti fatti, ogni mese per i soli stipendi relativi alla gestione di un servizio andrebbe a spendere più di 6000 euro, ma al di là dei contenuti politici, nei confronti dei cittadini seguiti dal servizio, con la mancanza di strutture e spazi sembra profilarsi anche un vero …
disservizio.(al.
pe.)
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CONTINUO LA BATTAGLIA: I MIEI FIGLI HANNO DIRITTO AD AVERE LA LORO MAMMA

19 dicembre 2009 Nessun commento

 

giovedì 17 dicembre 2009, 11:39  Cronaca Aveva trovato un lavoro, un’abitazione e persino preso la patente, ma le hanno tolto i figli. Il giudice le aveva promesso di riesaminare il caso ma non ha ancora potuto riabbracciare i suoi figli. Continua la battaglia della mamma di Correggio (RE), seguita dall’avv. Francesco Miraglia del Foro di Modena, che di fronte all’ennesima ingiustizia nei confronti dei suoi figli aveva deciso di manifestare davanti al Tribunale per i Minorenni di Bologna. Il giudice referente l’aveva rassicurata sostenendo testualmente che avrebbe “riesaminato” il caso. Lei aveva quindi deciso di sospendere la protesta. In considerazione del fatto che dal 2 settembre i bambini non hanno più avuto l’occasione di incontrare la mamma, ha deciso di continuare la sua protesta per far valere i diritti dei suoi figli di avere una mamma. Denuncerà pubblicamente quest’ingiustizia nella trasmissione “Formato Famiglia” sul canale SAT 2000.testualmente che avrebbe “riesaminato” il caso. Lei aveva quindi deciso di sospendere la protesta. In considerazione del fatto che dal 2 settembre i bambini non hanno più avuto l’occasione di incontrare la mamma, ha deciso di continuare la sua protesta per far valere i diritti dei suoi figli di avere una mamma. Denuncerà pubblicamente quest’ingiustizia nella trasmissione “Formato Famiglia” sul canale SAT 2000. Purtroppo questo abuso non è un caso isolato. Lo stesso avvocato Miraglia ha più volte denunciato ripetutamente questo fenomeno che recentemente è stato riportato anche in un articolo di Panorama: “La famiglia italiana è in pericolo! Per quanto possa sembrare incredibile, oggi a una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i figli sulla base di rapporti scritti da psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l’operato dei genitori secondo il loro capriccio e opinioni. E quando le opinioni diventano la “verità” la possibilità di violazioni e abusi è drammaticamente alta, come confermato dai numeri. In Italia sono circa 35.000 (anche se il numero non è definitivo) i bambini sottratti alle famiglie con costi sociali per la comunità che superano i 4 miliardi di euro.” Nella trasmissione si parlerà del caso di questa mamma e delle complesse vicende legate alla sottrazione dei minori. Oltre alla mamma interverranno i seguenti ospiti: Franca Dente, Presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali; Melita Cavallo, Presidente del Tribunale dei Minorenni di Roma; Eleonora Montanari, dell’Associazione “Io sono tuo figlio”; Francesco Miraglia, avvocato della mamma. un articolo di Panorama: “La famiglia italiana è in pericolo! Per quanto possa sembrare incredibile, oggi a una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i figli sulla base di rapporti scritti da psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l’operato–

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Muore appena uscito dall’ospedale.

6 dicembre 2009 Nessun commento

 

Modena, 4 dicembre 2009. Si fa dimettere dall’ospedale, malgrado il no dei medici, e muore un’ora dopo. Un 65enne di Castelfranco Emilia (nel Modenese) si è accasciato, la settimana scorsa, al bar del Nuovo ospedale Estense di Modena, mentre aspettava il taxi che avrebbe dovuto portarlo a casa.

Aveva firmato il foglio ‘autodimettendosi’ dal reparto di gastroenterologia in cui era stato ricoverato il 24 novembre per un grave problema allo stomaco. I medici si erano opposti ma lui non voleva sentire ragioni.

Ora la figlia ha sporto denuncia ai Carabinieri sostenendo, tramite il proprio avvocato, che i medici non avrebbero fatto il possibile per trattenere il padre in ospedale. «Era stato ricoverato d’urgenza — spiega l’avvocato Francesco Miraglia — Non dovevano farlo uscire». Di parere opposto l’Ausl, secondo cui i medici non possono obbligare i pazienti a rimanere in ospedale, tranne nel caso di ricoveri coatti.

Sul corpo del 65enne è stata disposta l’autopsia che chiarirà le cause del decesso.

 Muore appena uscito dall ospedale

Si fa dimettere e muore

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Incendio al liceo Muratori.

12 settembre 2009 Nessun commento

Modena,  7  luglio 2009

Preg.mo.

Direttore

Sua sede

Gentile direttore,

visti gli articoli che si sono susseguiti sul giornale in relazione all’incendio del Liceo Muratori, quale avvocato di fiducia di uno dei ragazzi coinvolti, nonché  quale stesso cittadino di questa città, sento il bisogno di intervenire nella vicenda.

Prima di tutto occorre fare una premessa doverosa.

È  giusto punire in modo esemplare chiunque commetta reati simili, ma è altrettanto vero che bisogna chiedersi il perché i nostri giovani si rendono protagonisti di simili azioni.

E’ sicuramente giusto parlare di risarcimento danni (tra l’altro già  proposto alle parti danneggiate e, ossia alla Provincia e allo stesso Liceo, in tempi non sospetti), come è giusto fare i complimenti alle forze dell’ordine, ma sarebbe altrettanto opportuno e giusto che tutti insieme le istituzioni, scuola e politica, si chiedino perché certi episodi accadano.

E’ solo noia? O un malessere più grave che colpisce i nostri giovani?

In questi anni, qual è stata la politica a favore dei giovani da parte della nostra amministrazione? Qual è la politica giovanile dei nostri nuovi amministratori?

Spero che oltre ai programmi facili e soprattutto pubblicitari, i nostri nuovi assessori provinciali e comunali alle politiche giovanili comincino ad affrontare seriamente al politica dell’abbandono scolastico, la politica del degrado e del precariato giovanile, la politica del tempo libero e la politica della stessa partecipazione.

E’ auspicabile che i nostri nuovi amministratori presentino progetti di più ampio respiro, prevedendo una serie di interventi a favore e con i giovani.

I giovani sono il futuro e se è giusto punirli ed educarli è altrettanto giusto aprire spazi e percorsi alternativi… alla noia.

Pertanto come cittadino modenese mi auguro che questa grave vicenda non serva solo a criminalizzare questi 5 ragazzi, ma piuttosto diventi presto terreno di confronto affinché si sensibilizzi maggiormente il rispetto, l’educazione, i valori morali ed etici tra gli uomini e soprattutto tra i nostri giovani.

Avv. Francesco Miraglia

abbiamo incendiato la scuola per divertirci

fuoco alla scuola denunciati ragazzi

giusto punirli ma servono altre politiche

Incendiano il liceo denunciuati

incendio a scuola non basta punire (lettera)

incendio al muratori la provincia chiederemo risarcimento danni

liceo incendiato per divertimento

poggi rendiamo i giovani protagonisti

vandali al liceo muratori la politica aiuti i nostri giovani

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Ridatemi mia figlia!!

20 settembre 2009 Commenti chiusi

Modena,  il 6 agosto 2009

Preg.mo Sig.

Presidente Consiglio Comunale

C/o Comune di Castelfranco Emilia

Sua Sede

Preg.mi Sigg.ri

Capi Gruppo Consigliari

Comune di Castelfranco Emilia

Sua Sede

Oggetto: incontro con il sindaco di Castelfranco

In data 5 agosto  il sottoscritto e  la mamma di Castelfranco  sono stati ricevuti dal nuovo Sindaco, per discutere, capire, valutare la vicenda della bambina, allontanata dalla sua famiglia prima e dalla sua mamma dopo, attraverso le relazioni del servizio sociale.

Di fronte alla disponibilità del sindaco, l’incontro ha avuto, purtroppo, un risvolto negativo e grave per la presenza “politica” del dott. Natalino Bergonizini, – Presidente dell’istituzioni per la gestione del servizi sociali di Castelfranco, il quale nonostante le relazioni “scientifiche” del Prof. NPI M Mariotti, Prof. N. Colombini del CSM di Castelfranco, del Sert e del dott. Stef. Brunello,  uno dei più esperti e preparati psicologi clinici della nostra realtà modenese, ha sostenuto a spada tratta l’operato dell’assistente sociale referente del caso.

Ciò che è inaccettabile,però, e che il Presidente Bergonzini di fronte alle relazioni dei citati professionisti dell’asl, i quali sostenevano le capacità genitoriale della mamma e dei gravissimi danni causati alla bambina dal citato allontanamento , non conosceva, assolutamente, il caso.

Non conosceva le valutazioni, le relazioni, in altre parole non conosceva la vicenda di ciò che si stava discutendo, di contro, però aveva tutti gli articoli dei giornali che si sono occupati del caso.

A tal proposito, testualmente riferiva: il vero problema è essersi rivolti ai giornali, lei come mamma e la stessa bambina  ne pagherete le conseguenze, tutto ciò non aiuterà il servizio e il TM a cambiare idea sulla vicenda.

Come cittadino e come difensore della bambina sento il bisogno, ancora una volta di rivolgermi all’opinione pubblica affinchè  ci si chieda: come è possibile che un Presidente del servizio sociale si presenti ad un incontro così importante e delicato  per una bambina di soli 5 anni senza conoscere il caso?

Come è possibile che un presidente del sevizio sociale non conosca quali siano le fonti delle relazioni dell’assistente sociale che “politicamente” rappresenta?

Come è possibile che un Presidente del servizio sociale non conosca le relazioni di quei servizi (CSM, Sert, Psicologia clinica) chiamati ad occuparsi delle valutazioni delle capacità genitoriali della mamma?

Come è possibile che un Presidente del servizio sociale  abbia come unico  argomento, quello di rivendicare la gravità dell’essersi rivolti ai giornali?

Come è possibile che un Presidente del servizio sociale, nel citato incontro non abbia mai fatto riferimento alla salute e benessere della stessa bambina?

Di fronte ad un siffatto comportamento del responsabile “politico” del servizio sociale del Comune di Castelfranco altro non rimanga al sottoscritto e alla mamma della bambina adire l’autorità giudiziaria,  con richiesta di risarcimento danni, sia nei confronti dell’assistente sociale referente sia nei confronti di tutti coloro che hanno sottoscritto le citate relazioni che hanno chiesto e giustificato l’allontanamento della bambina dalla sua famiglia prima della mamma dopo.

Mi rivolgo, inoltre,  sin da adesso pubblicamente, al Presidente del consiglio comunale  e a tutti i capi gruppi del consiglio comunale di Castelfranco affinchè prendano posizione nei confronti della gestione di un servizio sociale di questo tipo e soprattutto nei confronti  del responsabile “politico” Presidente Natalino Bergonzini.

Tuttavia, l’aspetto più grave è che la bambina continua a rimanere lontano dalla sua mamma  senza tener conto  che questi personaggi non si preoccupino minimante dei danni gravissimi che  la stessa sta subendo.

Avv. Francesco Miraglia

necessaria chiarezza sulle affermazioni di bergonzini

caso famigli è necessario tenere conto delle relazioni elaborate per i servizi sociali

figlia allontanata madre dal sindaco

necessaria chiarezza sulle affermazioni di bergonzini

ora basta la bambina contesa ha diritto ad una vita normale con entrambi i genitori

risolvete subito il problema della bimba

riforma del sociale non si torni indietro

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La Cassazione da ragione alla difesa.

20 settembre 2009 Commenti chiusi

 

 

                                                                                         Modena 6 giugno 2009

Dopo l’udienza di ieri, 5 giugno 2009, in cui si è celebrata avanti alla 3° Sez.  penale della Corte di Cassazione l’udienza ove  si è discusso l’ennesimo ricorso presentato dalla dott.ssa Pantani contro la libertà di Pino, come avvocato di fiducia, sento il bisogno, ancora una volta di rivolgermi all’opinione pubblica per portare a conoscenza di tutti  l’ennesimo fallimento del PM di riportare,  ad ogni costo, Pino La Monica in carcere.

In data 24 gennaio 2009, il Gup  dott. R. Nerucci revocava gli arresti domiciliari, disponendo l’immediata libertà di Pino; in data 5 febbraio 2009, l’appello del PM al Tribunale delle Libertà avverso l’ordinanza di scarcerazione, veniva, addirittura, dichiarato inammissibile per vizio di forma; in data 12 febbraio 2009, lo stesso PM, sosteneva di aver  accertato “nuovi fatti che depongono per un’aumentata pericolosità sociale”,  chiedendo, in buona sostanza,  al collegio Giudicante ( Dott. S. Scati, dott. G. Ghini e dott. P. Mondanini ) di riapplicare la misura cautelare in carcere.

Il giorno dopo gli stessi giudici che devono giudicare La Monica così decidevano: “Alla luce di tutto quanto precede la richiesta del PM deve essere rigettata. PQM Rigetta, la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di La Monica Giuseppe”.

Di fronte a questa, ennesima “sconfitta”, la dott.ssa Pantani, proponeva, addirittura, appello contro la decisione del collegio giudicante.

In data 11 marzo 2009, si è celebrata a Bologna, con la presenza straordinaria  ed eccezionale della stessa dott.ssa Pantani, l’udienza avanti al Tribunale delle Libertà.

In data 13 marzo 2009, il suddetto Tribunale decideva di respingere l’appello del PM, perchè infondato.

Successivamente, la stessa dott.ssa Pantani proponeva ricorso in Cassazione per vizio di legge nella decisione del Tribunale della Libertà di Bologna.

Ebbene, anche la Corte di Cassazione rigettava il ricorso proposto perché infondato.

A tal proposito, mi preme rammentare come lo stesso Procuratore Generale, unitamente alla difesa, chiedeva ai giudici,  il rigetto del ricorso.

 Tutto ciò la dice lunga sulla pretestuosità e infondatezza delle motivazioni addotte dalla dott.ssa Pantani a sostegno del suo ricorso.

Se poi si aggiunge che non più di una settimana fa, lo stesso Pino La Monica si rivolgeva alle istituzioni preposte,  poiché la stessa dott.ssa Pantani aveva dichiarato il falso, di fatto smentendo essa stessa, c’è da ritenere, purtroppo, che il PM abbia fatto della vicenda di Pino una vera e propria questione personale o addirittura di una probabile ragione di carriera.

Mercoledì prossimo cominceranno  ad  essere sentiti in aula i testi del PM.

Dopo 15 mesi da quando sono partite le indagini e dagli arresti di Pino, questa difesa non ha ancora tutta la documentazione completa. Se si aggiunge che ci sono gravissimi punti interrogativi nell’intera vicenda processuale, per non parlare di veri e propri conflitti di interessi nelle indagini, specie sulle prime rivelazioni, e soprattutto  per ciò che concerne il  ruolo del CTU prof. Nizzoli, è lecito chiedersi: ma che tipo di processo si celebrerà?

Sinceramente, come avvocato di fiducia sono stato messo in crisi dall’ ostinato, ossessivo e persecutorio comportamento della dott.ssa Pantani nei confronti della vicenda.

Sicuramente la stessa sarà in buona fede, ma dalle indagini svolte, dai documenti presentati, dalle sue consulenze personali nonché dai 5 ricorsi presentati contro la libertà di Pino, risulta indubbio che per la dott.ssa Pantani, Pino sia già un vero e proprio pedofilo, un pericoloso sociale da tenere chiuso in gabbia, intento in ogni momento ad assalire sessualmente le giovani prede.

Questo è l’aspetto più grave che mi ha messo in crisi, come difensore e come cittadino, e che deve far riflettere tutta l’opinione pubblica reggiana.

Pino La Monica, da più di 6 mesi, è completamente libero come qualsiasi altro cittadino, ha tenuto corsi di teatro con ragazzi e ragazze, ha partecipato attivamente a questa campagna elettorale  come un normale cittadino reggiano.

Tuttavia per la dott.ssa Pantani continua ad essere un individuo pericoloso da arrestare.

Ma come è possibile che, al di là del GIP dott.ssa Beretti, il GUP di Reggio Emilia, il Collegio Giudicante dello stesso Tribunale, il Tribunale della Libertà di Bologna  e in ultimo la Corte di Cassazione  non sono dello stesso avviso?  non sono altrettanto preoccupati?

Se avesse ragione la dott.ssa Pantani, questi magistrati sarebbero degli irresponsabili, colpevoli di non aver evitato altri presunti abusi da parte di Pino. Se invece la dott.ssa Pantani ha torto, come appare nelle aule di giustizia, i danni a Pino La Monica e alle famiglie dei ragazzi  che hanno frequentato i corsi sono incalcolabili.

Ecco i motivi per i quali, a mio avviso, mercoledì prossimo, nessuno vorrebbe trovarsi, al posto di quei giudici che devono mettere ordine in tanta confusione.

                                                                                                          Avv. Francesco Miraglia

 La Monica resta libero

Pino ancora libero

abusi la monica resta libero respinto il ricorso del pm

cassazione dice no al pm nega il carcere per la monica

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Scontro in aula, tra l’avvocato e il PM.

30 settembre 2009 Commenti chiusi

 Udienza 15 luglio 2009

                                                                                         Modena 15 luglio 2009

Gentile Direttore

Sua Sede

 

 

Si è conclusa  con la III udienza di oggi la prima parte del processo La Monica, in cui avrebbero dovuto emergere in primo piano le accuse e le responsabilità del mio assistito nei confronti delle bambine che lo accusavano.

E naturalmente il Castello di carte costruito dal PM Pantani  si è rivelato quel …quelle accuse inventate cioè, su cui occorre attentamente fare attenzione su atti di presunta pedofilia.

E’ bastata infatti la presenza di un “vero” esperto Prof Eugenio Donato Caccavella, docente di informatica forense prsso l’Università degli studi di Bologna, per dimostrare l’inutilità di qu8anto invece, riferito dal Consulente “privato” del PM che aveva attribuito al mio assistito responsabilità e colpa.

Erano così evidenti che il Collegio giudicante ha ritenuto opportuno disporre un CTU in merito.

Per quanto riguarda le altre testimonianze che avrebbero dovuto dimostrare la fondatezza delle indagini, quanto emerge dalle audizioni ha addirittura dell incredibile.

-Purtroppo le condizioni cliniche hanno rinviato l’audizione di La Monica il quale avrebbe …ai giudici quali sono i me modi e le “violenze” con cui sono state condotte le indagini, gli interrogatori e gli incidenti probatori e …..

In proposito, questo avvocato fa presente che quanto prima invierà al CSM e ai mezzi di informazione una documentazione relativa al perché il La Monica ha denunciato il PM Pantani

                                                                                                           Avv. Francesco Miraglia

indigestione La Monica finisce all’ospedale ma il processo va avanti

la monica scontro in aula

Pino Malato salta l’interrogatorio

Pino malato salta l’interrogatorio 1

la monica scontro in aula

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il 96 % delle denunce sono false.

21 settembre 2009 Commenti chiusi

Roma, 27 mag (Velino) – “Un tempo si diceva che l’Italia fosse un paese di
santi, eroi e navigatori. Adesso sembra che tutti quanti abbiano lasciato il
posto ai pedofili”. Così Marco Casonato, docente di Psicologia dinamica all’
università di Milano-Bicocca, commenta con il VELINO il dato dal quale risulta
che il 96 per cento circa dei casi registrati ogni anno in Italia, relativi a
denunce di minori che sostengono di aver subito una violenza sessuale, è falso.
Un dato che rafforza l’allarme lanciato da tempo da psicanalisti e psicologi:
attorno al drammatico fenomeno della pedofilia si sta scatenando una vera e
propria psicosi altrettanto pericolosa. Casonato, che è stato tra gli
organizzatori del convegno “Abusi, falsi abusi e scienze forensi” tenutosi nell’
ateneo milanese dal 20 al 22 maggio, dichiara: “Dai dati diffusi dalla
magistratura all’inaugurazione dell’anno giudiziario, si scopre che solo una
bassissima percentuale di persone processate per abusi su minori viene
condannata. Questo non perché vengano fatti pochi sforzi, ma perché è molto
facile essere accusati ingiustamente. Basti pensare che in diversi asili,
piscine o teatri per bambini non è più possibile scattare una foto, pena l’
essere guardati con sospetto. I genitori alle recite dei propri figli
proibiscono ad altri genitori di riprendere lo spettacolo con le telecamere per
paura che tra loro si nasconda un pedofilo che diffonderà le immagini. Nonni e
zii girano fuori da scuola con fogli in tasca nei quali è attestato per
iscritto che sono parenti del bambino. Si è scatenata una psicosi, insomma, che
è grave quanto la pedofilia stessa e che causa danni non certo inferiori”.

Casonato individua il periodo in cui è esplosa questa psicosi collettiva .
“Dal 1993-94 è stato un crescendo – dichiara lo psicologo -. In Italia si è
ripetuto quanto era accaduto negli anni Ottanta in America. Vicende simili a
quelle di Rignano Flaminio e Brescia sono già successe negli Usa. Si può dire
che il fenomeno ha investito un po’ tutti i paesi occidentali, chi prima e chi
dopo, ma è successo dappertutto. In Italia, forse, ci abbiamo poi messo del
nostro”. E cita il famoso caso di Gino Girolimoni, il “mostro” di Roma degli
anni Venti, accusato ingiustamente di stupri e omicidi di bambine e poi
scagionato. “Il povero Girolimoni fu prosciolto completamente da un tribunale
dopo nove mesi – sottolinea Casonato -. Oggi, in Italia se si è fortunati il
proscioglimento arriva dopo dieci anni. Se qualcuno è colpevole mi sta anche
bene la durata della pena. Ma se si è innocenti, dieci anni della vita vengono
distrutti”.

Qual è stata la causa scatenante del dilagare di questa paranoia? “Sarebbe
bello se ci fosse un motivo ben individuabile –risponde Casonato -. È una sorta
di ‘tempesta perfetta’ che ha bisogno di tanti elementi per erompere. Ne posso
citare alcuni individuati da diversi studiosi internazionali. Ad esempio la
fine della paura nei paesi occidentali del comunismo sovietico, del terrore
della guerra atomica, delle spie e dei sabotaggi. Non è un caso che negli Stati
Uniti è stato rilevato come la paura degli abusi sia parecchio diminuita dopo l’
attentato dell’11 settembre, sostituita dall’angoscia per il terrorismo
islamico. Del resto in ogni epoca storica le società hanno bisogno di un babau.
Un tempo ci si scatenava contro le streghe e gli eretici”. Tra gli altri
fattori, Casonato cita un certo tipo di cultura femminista. “Premetto che non
ho niente contro il femminismo, del quale esistono diverse versioni –
dichiaralo psicologo -. Un certo modello di cultura femminista, però, vede l’
uomo come un essere intrinsecamente pericoloso per le donne e i bambini”. E
ancora, ad alimentare la psicosi concorre anche lo sfascio della giustizia
italiana. “Parlare della situazione della giustizia nel nostro Paese è come
sparare sulla Croce Rossa – afferma Casonato -: ci sono pochi uomini, scarsi
mezzi e tante cose non funzionano. Come dicevo prima, un iter processuale che
dura dieci anni non fa che generare e alimentare il clima velenoso dei
sospetti”.

Non inferiore la responsabilità delle famiglie. “Preferiscono credere al
babau piuttosto che stare dietro ai propri figli – rileva Casonato -. Adesso
sul banco degli accusati finisce internet. Ma internet è come una bicicletta:
ci devono essere un papà e una mamma che insegnino ai bambini come si usa.
Chiaro che se il figlio viene lasciato solo davanti al computer, davanti la
televisione o in mezzo alla strada le probabilità che gli succeda qualcosa sono
più elevate”. E quali le responsabilità della stampa in questa crescente
psicosi della pedofilia? “Se c’è un ‘mostro’ da sparare in prima pagina si
usano i titoloni – risponde lo psicologo -. Poi quando il ‘mostro’ si scopre
che non è più tale, perché magari c’è stato uno sbaglio o le cose sono state
chiarite, non ne parla più nessuno. Fino a che non ne verrà fuori un altro a
rimpiazzarlo – conclude Casonato -, quello della pedofilia continuerà a essere
il babau dominante nella società italiana”.
 
(gat) 27 mag 2009 18:57

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Tavullia- Rignano un lungo collegamento

29 settembre 2009 Nessun commento

 Modena  29 agosto 2007

 

Preg.mo

DIRETTORE

Sua sede

 

Oggetto: presunta pedofilia alle scuole elementari di Tavullia  Pesaro la superficialità nelle indagine

         

            Due aspetti fondamentali hanno caratterizzato fino ad oggi i fatti di Rignano:

1)     la presunzione di abusi sui bambini, basata sulle denunce dei genitori, e resa credibile dagli psicologi/consulenti del PM di turno, ma decisamente contestata da tutti gli esperti di merito, per non essersi attenuti alle linee guide previste per l’esame del minore in caso di abuso sessuale, come prevede la Carta di Noto aggiornata al luglio 2002;

2)     l’aspetto processuale dell’incidente probatorio, fissato a distanza di un anno dai presunti abusi, dato in pasto all’opinione pubblica, sconcertata per l’operato del PM, giudici e consulenti per una materia così articolata e complessa quale la pedofilia.

Purtroppo la vicenda di Rignano sembra non aver insegnato nulla.

Al tribunale di Pesaro, da 7 mesi, il PM dott. S. Cecchi e il GIP dott. Cormio, raccogliendo la denuncia di due genitori di una bambina di 6 anni appena, frequentante la scuola elementare di Tavullia, hanno accusato di presunti abusi sessuali i due bidelli della stessa scuola, i quali addirittura sono stati sottoposti agli arresti domiciliari dopo solo 3 giorni di indagini.

In qualità di avvocato di fiducia di uno dei due bidelli, sento il bisogno di rivolgermi all’opinione pubblica per denunciare pubblicamente la superficialità delle indagini e i mancati accertamenti sulle famiglie, sulla scuola e sul contesto cittadino.

Un maresciallo della piccola stazione dei carabinieri senza ricorrere, come sarebbe stato suo dovere, all’assistenza protetta di esperti psicologi/psichiatri, ha interrogato da solo le bambine presunte abusate.

Non solo, lo stesso maresciallo ha svolto sconcertanti indagini che in solo 3 giorni ha distrutto la vita di questi due poveri bidelli, i quali si sono visti perquisita la propria abitazone, gli armadietti della scuola e accusati di fatti tutt’ora da verificare.

Nessun protocollo, nessuna linea guida prevista in questi casi e, sbandierata in tutti i programmi televisivi sulla pedofilia, è stata rispettata.

Addirittura le bambine sono state prima interrogate dallo stesso PM assistito dal maresciallo dei carabinieri e alla  presenza dei genitori.

Successivamente le bambine venivano sottoposte a perizia dal consulente del PM per avere la conferma sull’attendibilità e credibilità di quanto loro stessi avevano ricavato dalle bambine in modo  maldestro e confuso. Dopo 6 mesi, nonostante tutto, il GIP ha deciso di accogliere la richiesta di incidente probatorio avanzato dallo stesso PM.

Come se non bastasse tutto ciò, a garantire la “parzialità” dell’indagine, il Gip nominava quale proprio CTU  una neuropsichiatra infantile che, addirittura, divide lo studio con la stessa NPI, nominata quale consulente del PM.

A proposito, della scelta dei consulenti, la Carta di Noto recita testualmente: la CTU e la perizia, in materia di abuso sessuale devono essere affidate a professionisti specificatamente formati e tenuti a garantire il loro costante aggiornamento professionale.

Purtroppo la valutazione psicologica della CTU risulta esclusivamente diretta ad accertate i fatti che spettano, però, solo all’utorità giudiziaria.

Difatti la CTU nelle operazioni peritali: non deve informare i bambini, dei loro diritti e del loro ruolo in relazione alla stessa perizia in corso, si deve fare in modo che i bambini periziati non esprimano la loro opinione, esigenze e preoccupazioni.

Ebbene, nel caso specifico, questo avvocato, rispetto all’operato del CTU, può tranquillamente sostenere, senza timore di  essere smentito, che la stessa CTU ha svolto le operazioni peritali in modo tendenzioso con un atteggiamento innaturale, rafforzando e deviando il racconto delle bambine, ottenendo così l’unico effetto di cui avrebbe dovuto preoccuparsi di evitare: quello del condizionamento dei bambini stessi, rendendo così inutile di fatto l’incidente probatorio.

Di fronte ad una situazione di questo tipo quello che ha dell’incredibile, è che gli inquirenti non si sono minimamente preoccupati di accertare quando possono essere accaduti i fatti presunti e di verificare l’eventuale contesto ambientale ove gli stessi potessero essere avvenuti.

Se a ciò si aggiunge che mancano le registrazioni audio-video, documenti, registrazioni della prima audizione di una delle minori allora si ha l’esatta dimensione di un’indagine sommaria, superficiale e con tanti dubbi ai danni dei due indagati.

Come detto, come avvocato di fiducia di uno dei due bidelli ho ritenuto necessario rivolgermi all’opinione pubblica  non solo per sensibilizzare un grave problema che con questi tempi e modi può riguardare eventualmente ogni cittadino, ma anche perché farebbe bene il ministro di Grazia e Giustizia on.le Mastella a vigilare, non solo, sulle vicende che coinvolgono politici, personaggi famosi o questo o quel prelato,…perché a ben vedere la legge è uguale per tutti..

 

Avv. Francesco Miraglia

 

 

 

 

 

 

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Falsi positivi e falsi negativi.

29 settembre 2009 Nessun commento

                                                        

Firenze 19 ottobre 2007

 

  Sono profondamente grato agli organizzatori di questo primo incontro interdisciplinare nazionale, per avermi invitato a queste due giornate di studio: “I Falsi positivi e i Falsi negativi” per riflettere sulla corretta metodologia nell’ascolto dei minori.

Avrei vivamente desiderato essere presente alla tavola rotonda che si tiene nel pomeriggio di oggi tra avvocati e giudici ma impegni improcrastinabili mi impediscono di raggiungere in tempo Firenze.

Tuttavia colgo in ogni caso l’occasione di presentare un contributo telematico in merito.

Da pochi mesi è in libreria, dalla Koinè nuove edizioni di Roma il libro “Casi da Pazzi” con prefazione di Francesco Bruno.

Lo stesso libro descrive alcuni casi giudiziari che il sottoscritto: “definito un avvocato controcorrente” con un sottotitolo che non da adito a dubbio, ” quando giustizia, psichiatria, e servizi sociali incrociano la strada del cittadino italiano” ha seguito come avvocato.

In particolare, nel volume sono riportati alcuni gravissimi casi di presunti abusi su minori.

Casi che meriterebbero tutti, di essere raccontati in questo convegno per la malgiustizia che li contraddistingue.

Riferisco di un procedimento penale nei confronti di un padre suicida, accusato ingiustamente dalla moglie di aver abusato di uno dei due figlioletti.

Si pensi, che fra pochi mesi sarà presentato atto di revocazione della sentenza di primo grado e sarà addirittura lo stesso perito di controparte di allora, prof. Giovanni Camerini, dell’Università di Modena( tra l’altro uno dei relatori di questo stesso convegno) a scagionare completamente il padre suicida dalle false denuncie della moglie dirette ad ottenere vantaggi nella separazione.

Dopo la condanna, questo padre, ha bussato a tutte le porte delle istituzioni denunciando connivenze tra magistrati e avvocati, tra PM e gli stessi ctu, presentando un dossier dettagliato  sulla vicenda alla Guardia di Finanza, alla Procura della Repubblica  nonché allo stesso Ordine degli avvocati senza essere stato minimamente preso in considerazione da alcuno.

Il venerdì santo dell’anno scorso, questo padre si è tolto la vita lasciando una lettera e ampia documentazione ai genitori pregandoli caldamente di rivolgersi al sottoscritto per difendere la sua innocenza in tutte le sedi.

E’ ancora, un padre modenese nella separazione con la moglie si vede affidare i due figlioletti per incapacità genitoriale della mamma.

Questo uomo dal 1993 al 2005 ha gestito, cresciuto e educato i due ragazzini in aperto contrasto, però, con il referente assistente sociale del comune.

Questi, dopo essere stato prima contestato e poi più volte denunciato dal padre ha per così dire raccolto le testimonianze, di presunto abuso sessuale, da parte dei figli contro lo stesso padre, inducendo  di fatto il Tribunale per i Minorenni a restituire alla madre quel ruolo e quella funzione fino allora negati dallo stesso servizio sociale e dallo stesso Tribunale per i Minorenni interpellato.

Ancora una volta, per attestare l’attendibilità dei minori da parte del Tribunale giudicante era chiamato come CTU uno di quegli esperti abusologi che dimostrava senza “dubbio” la veridicità del racconto dei minori e di conseguenza la colpevolezza provata del genitore

Poco importa allo stesso servizio sociale la sorte degli stessi bambini, uno dei quali oggi maggiorenne,  e i l fatto che abbiano ripreso a frequentare il papà nonostante la condanna.

E’ ancora, in questi giorni è noto come la Corte di Cassazione, per i fatti di Rignano, si sia espressa in merito alle testimonianze dei minori soprattutto di quelli più piccoli.

Nonostante ciò a Tavullia (PS) il P.M della Procura della Repubblica di Pesaro ha addirittura disposto gli arresti domiciliari nei confronti di due poveri cristi di bidelli,  accusati di presunti abusi su due bambini di sei anni una delle quali, dai soliti periti del Tribunale è stata considerata credibile quanto alla descrizione dell’esperienza traumatica vissuta ma non  altrettanto attendibile sulla dinamica e responsabilità degli adulti coinvolti.

Tuttavia, nonostante la completa violazione della Carta di Noto, nonostante la contro perizia argomentata punto per punto, ancora una volta il P.M. ha proceduto dopo 9 mesi dalla denuncia, all’incidente probatorio ricco ancora una volta di metodi, tempi e mo di  di nessuna attendibilità scientifica.

E’ ancora, a Sassuolo, la cui provincia di Modena ha il maggior numero di esperti in abusologia, guarda caso tutti legati al Cisamai, è accusato dagli operatori scolastici e dai servizi sociali un professionista di presunti abusi su un ragazzino da anni in cura al servizio neuropsichiatria infantile per una diagnosi mai precisata.

Alterare le cartelle cliniche dovrebbe essere, come dimostra l’attuale procedimento di questi giorni a Bologna all’urologo, un reato perseguibile d’ufficio (falso ideologico), ma di questo sia il Presidente del Collegio giudicante che lo stesso P.M titolare dell’azione penale non hanno avuto minimante cura.

Di conseguenza, l’uomo è stato condannato senza che mai fossero stati  accertati i fatti della denuncia, mai eseguite indagini conoscitive sulla famiglia e sul contesto ambientale dove il minore vive e anzi ancora una volta i genitori che sarebbero dovuti essere esaminati si sono trasformati investigatori, alleati dei servizi e del pubblico ministero stesso.

A tal proposito, significativi sono le gravi contraddizioni e irregolarità nelle circostanze di  fatto riportati dal giudice estensore nella sentenza di condanna.

Infatti lo stesso giudice, si dimentica del fratellino del presunto abusato considerandolo quindi figlio unico per non parlare di fatti ancora più clamorosi relativi alle diagnosi e agli specialisti.

Mi sono soffermato su questi casi che affronterò in un volume di prossima pubblicazione in tutta la loro complessità per dimostrare  le gravità e la pericolosità dell’altra faccia della medaglia della pedofilia.

Ebbene, per quanto possa sembrare paradossale il durissimo atto di appello dal sottoscritto presentato contro la decisione del Collegio giudicante di primo grado, ha provocato un intervento in merito da parte del Presidente della sez. penale del Tribunale di Modena che cito testualmente: Al Presidente dell’Ordine degli Avvocati: trasmetto, per eventuali determinazioni di carattere disciplinare che il consiglio da lei presieduto ritenesse opportuno assumere, copia dell’atto di appello presentato dall’avv. Francesco Miraglia difensore di fiducia del sig……avverso sentenza…

Ebbene, il sottoscritto rischia provvedimenti disciplinari dall’Ordine degli avvocati per eccessiva difesa del suo assistito nel ricorso in appello.

Ogni altro commento in merito dovrebbe essere a questo punto superfluo!

Sulla base di ciò che via via sono venuto a presentare ne, derivano le seguenti gravi riflessioni: fatta la doverosa e indispensabile premessa che il reato di pedofilia è tra i più gravi che possano essere commessi, e che merita pene sempre più severe, oltre ad orrore e sdegno di tutta l’opinione pubblica, è altrettanto vero però che il bombardamento di dati, numeri e condanne in prima istanza da parte dei giudici in sintonia con esperti poco raccomandabili, è non solo inattendibile ma addirittura da sottoporre a indagini e controlli ben più severi.

Dai nostri giudici e dai sedicenti psicologi non meglio precisati, esperti dell’infanzia e dell’adolescenza abusata, con la collaborazione di servizi sociali sempre più con l’occhio dentro la serratura alla caccia delle famiglie sospette, emergerebbe all’interno di queste nostre  realtà locali un popolo di genitori sempre pronti ad abusare sessualmente dei loro figli, di individui nascosti ai mercati, ai giardini pubblici, pronti a trasformarsi in orchi.

La psicosi su questo problema ha raggiunto i livelli tali da costringere chiunque ad evitare di accarezzare un bambino sconosciuto, se non si vuole correre il rischio di finire davanti ad un pubblico ministero, Gip o quant’altro.

Ma è così?

Credo sia arrivato il momento di denunciare alle autorità, approfittando anche e soprattutto di questo convegno ( anche se penso che ne siano perfettamente a conoscenza) la nascita di una potente rete di abusologi professionisti degli abusi all’infanzia con intreccio di interessi e conflitti incredibili che fanno carriere veloci speculando su questi fatti ed episodi.

Dietro i veri casi di abusi, infatti, scoperti, purtroppo, in minima parte dai servizi sociali, ci sono infinite denuncie approssimative, pressapochistiche di nessuna scientificità che servono a far mucchio, a gonfiare un problema a promuovere seminari, convegni e master che improvvisano specialisti dell’infanzia ora in pedofilia.

Accanto ad un gruppo di pubblici ministeri, di abusologi esperti nelle varie discipline psicopedagogiche sociali, su i quali occorre finalmente far luce, nascono come funghi centri e associazioni che, in nome e per conto della sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica su queste tragedie all’infanzia, forniscono invece i loro esperti e la loro assistenza naturalmente a  pagamento.

Posso concludere, pertanto, senza alcun timore di essere smentito che nella celebrazione di processi di presunta pedofilia si tiene conto  solo delle informazioni sui minori forniti guarda caso  da questo o quel servizio da questo o quel perito del giudice, tralasciando, così, tutte quelle prove della difesa e soprattutto di quelle prove che potevano essere raccolte dalla stessa Procura a favore della verità dei fatti.

Ringrazio perciò ancora una volta gli organizzatori per avermi dato la possibilità di diffondere la gravità del problema  delle false denuncie di abuso.

 

Avv. Francesco Miraglia

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Tso e contenzione applicazioni, limiti e abusi

29 settembre 2009 Nessun commento

Verona 19 ottobre  2007

 

TSO e Contenzione applicazione, limiti e abusi

 

 

 

  Sono profondamente grato agli organizzatori di questo convegno sul TSO e Contenzione applicazione, limiti e abusi, in quanto offre finalmente l’opportunità di affrontare problematiche e tematiche sulla psichiatria del cui uso non si parla di solito in libri, riviste o nei convegni delle illustri società cosiddette scientifiche.

Sono pochissime le volte in cui si parla di questi problemi, e quelle pochissime volte lo si fa in  sotto voce e marginalmente. Ma quello che è peggio, è che se parla solo in chiave ideologica discutendo sulla libertà terapeutica e addirittura riproponendo  tematiche quale il consenso presunto che richiamano alla mente immediatamente i vecchi manicomi.

Quelle sulla contenzione e sul TSO sono tematiche gravissime di cui non se ne parla, non se ne scrive,  ma se ne serve.

Nel nostro paese, infatti, la contenzione meccanica e farmacologia è una pratica assai diffusa nei centri di diagnosi cura, sia pubblici che in quelli  privati che esistono oggi in Italia.

Si può affermare tranquillamente che la pratica della contenzione supera di gran lunga il 50 %.

Purtroppo il fatto che su di essa non ci sono studi  o ricerche è come se non avvenisse.

Con questo mio intervento sono perfettamente consapevole della gravità di quanto verrò a sostenere.

Mi auspico  che finalmente in Italia si riapri  in modo reale, pratico e concreto con ricerca scientifica in merito, un vero dibattito su questi due temi, che a mio avviso sono i punti nodali e fondamentali di tutta la psichiatria  territoriale e ospedaliera.

Mi viene chiesto di descrivere : “Come è la situazioni sul campo oggi”.

Anticipo fin da ora la risposta che cercherò di argomentare: “la contenzione meccanica e/o fisica e quella psicofarmacologica è applicata in tutte le strutture sanitarie ospedaliere ed è (e non temo di essere smentito)..è senza controllo.

Il primo grande pubblico intervento politico di informazione sulla contenzione risale addirittura a circa 10 anni fa.

Il 17 novembre 1999, le associazioni dei familiari dei malati psichiatri incontrando a Roma l’allora ministro della sanità On.le Bindi per avere una garanzia su diritto alla salute mentale, presentavano una lettera di un giovane paziente; lettera poi pubblicata sul il Sole 24 ore Sanità n° 46 1999, che riporto testualmente: “onorevole sig. Ministro ho 29 anni, vengo dalla Sardegna per parlare con lei. Durante la degenza al servizio di psichiatria di Cagliari, durante una settimana sono stato legato per giorni interi e imbottito di psicofarmaci. Quando ero legato qualcuno degli infermieri mi insultava dicendomi: “adesso cagati e pisciati addosso.” Ero spaventato e agitato chiedevo che mi slegassero, volevo andare a casa. Sono rimasto legato per tre giorni interi; solo l’intervento di mio padre ha messo fine a questa tortura. Signora ministro io le chiedo, a nome di migliaia di persone che hanno i miei stessi problemi queste riforme: 1)eliminare i farmaci che hanno effetti gravi come le crisi dislettiche; 2) creare comunità per i malati di mente; 3) divieto di legare i malati di mente”.

Consapevole della gravità della denuncia che si presentava “cose che si facevano nei manicomi”, nel tentativo di promuovere il prima possibile linee guida in merito, l’allora ministro e tecnici presenti giustificarono la contenzione fisica di una persona come “preventiva” o addirittura “terapeutica”, tentando di definire i casi in cui la contenzione poteva essere “ammessa”.

L’ipocrita tentativo di dare un aspetto “quasi umano” alla contenzione, veniva presentato in questo modo: “la contenzione fisica della persona assistita che si configura come un atto coercitivo e quindi in contrasto con la libertà della persona è ammessa solo nei casi quali essa possa configurarsi come provvedimento di  vigilanza, di custodia o di cura, quindi solamente allo scopo di tutelare la vita o la salute delle persone, a fronte di una condizione di una incapacità di intendere e di volere che rende di fatto attendibile ogni scelta o manifestazione di volontà del soggetto”.

 Per queste per così dire false interpretazioni del concetto di contenzione, va riconosciuto alla Bindi il tentativo di potenziare ricerche e soprattutto la formazione degli operatori in merito. Sappiamo tutti, purtroppo, come nei fatti le cose siano andate. La Bindi fu sostituita con Veronesi; ci sono stati 5 anni di governo Berlusconi in cui né Sirchia, né Storace, né tanto meno Guidi, che portava sulle proprie spalle l’Handicap, osarono affrontare questa tematica della Psichiatria.

Potrebbe accadere, tuttavia, che nel prossimo mese di marzo 2008, mese in cui è fissata la conferenza nazionale sulla salute mentale che, grazie anche a dibattiti come questi, si riesca a porre al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica situazioni disumane, argomenti come quelli affrontati questa sera.

Ovviamente, tutto ciò è legato alla non caduta di questo governo, ed è facile perciò prevedere ancora una volta che di contenzione meccanica o farmalacologica non si parli, non si scriva ma si continui ad applicarla.

Io sono un avvocato, ed ovviamente rimando le specifiche competenze psichiatriche agli esperti in materia, ma nel libro che da alcuni mesi è uscito, edito dalla casa editrice Koinè di Roma “Casi da pazzi”, con un sottotitolo che non lascia dubbi alcuno; “quando la psichiatria, la giustizia e i servizi sociali incrociano la strada del cittadino italiano”; vengono raccontati alcuni casi di pazienti psichiatrici assistiti legalmente dal sottoscritto, trattati senza diritti, senza sindacato e senza rispetto della dignità umana.

Io stesso ho fatto miei alcuni concetti di un altro libro, molto importante  in materia “la notte dell’assistenza” (Franco Angeli, 2000) del dott. Belloi e del dott. Valgimigli, uno dei pochi pubblicati in Italia sulla contenzione. Gli stessi scrivono testualmente: “ le corde non curano mai, legare una persona malata di mente è l’atto estremo della limitazione della libertà individuale. Riferito a una persona, il termine legare assume costantemente connotazione negativa e suggerisce sempre: privazione di indipendenza, annullamento della personalità, condanna. Contenzione è la definizione alternativa, o se si vuole l’eufemismo di legare, che ne stempera i significati o i motivi negativi. Ma dev’essere chiaro che legare che suggerisce violenza sull’individuo, e contenere che indica un’inderogabile necessità assistenziale, sono concetti entro cui si definiscono i limiti della liceità della giustificabilità terapeutica della necessità assistenziale”.

Senza mezzi termini concludono Belloi e Valgimigli : “il pericoloso per sé e per gli altri non è altro che un concetto dei vecchi manicomi.”.

Proprio questa formulata “pericoloso per se e per gli altri” funge da sostanziale liberatoria per il medico che sancisce la prova provata della necessità di contenimento.

Io vorrei che tutti fossimo d’accordo su questo modo di interpretare la contenzione perché è un intervento da abolire, da non utilizzare assolutamente laddove ci si riferisce alla prevenzione e alla terapia psichiatrica.

Non servono interpretazioni giustificative del tipo sopra descritti: c’è già l’art. 54 del c.p., sullo stato di necessità, che prevede situazioni del tutto particolari in cui la contenzione può essere per così dire giustificata. Tra l’altro, ricorrere all’art. 54 del c.p. in modo generalizzato non dovrebbe essere neppure possibile, se è vero – come è vero che i casi di contenzione per stato di necessità dovrebbero essere seguiti dopo una verifica a posteriori che dovrebbe dimostrare senza mezzi termini che non esistevano alternative a questa procedura di urgente intervento.

In tutti questi anni, purtroppo, si è mantenuto il concetto preventivo o terapeutico, questa è la grave denuncia nei confronti dei centri di diagnosi cura italiani: si continuano a legare a letto i pazienti, senza scrivere, nella maggior parte dei casi, sulla cartella clinica la durata e il motivo del ricorso alla contenzione.

Senza paura di essere smentito, denuncio fin d’ora che i pazienti psichiatrici vengono legati al letto per tutta la notte senza che da parte del personale infermieristico o medico vengano registrati,  ad intervalli di tempo, pressione e  polso del paziente contenuto.

Io posso documentare che fino all’anno scorso, per i casi di cui mi sono occupato, anziché in cartella clinica, la contenzione veniva registrata nella consegna infermieristica, dove alla voce paziente contenuto, vi era la firma del medico di guardia il quale firmava prima di uscire dal turno, nella maggior parte dei casi, senza neppure valutare il paziente. Mai è successo nel territorio modenese in cui lavoro,  che i NAS si siano recati in diagnosi cura o reparti ospedalieri psichiatrici dove i pazienti, miei assistiti, continuano  ad essere contenuti, per verificare almeno le regolarità delle procedure e relative certificazioni nella cartella clinica.

Preso atto della gravità delle denuncia che sono venuto a sostenere pubblicamente in questo contesto mi resta poco tempo per parlare di TSO.

Anche in questo caso riferendomi al libro Casi da Pazzi e al territorio provinciale modenese che spesso si riempie la bocca di principi contenuti nella 180, credo di poter sostenere, anche  sulla base di alcune denuncie da me presentate che ci sia un uso del TSO  o ASO,  ancora una volta concepito sul concetto della pericolosità per se o per gli altri

La realtà in questi casi è addirittura drammatica: le persone vengono letteralmente sequestrate e ricoverate coattivamente senza alcun consenso informato e spesso senza rispetto delle dignità del paziente.

Se richiesto potrei soffermarmi su alcuni gravi casi descritti nel libro. Quello che mi preme sottolineare in questo contesto è che, il TSO viene utilizzato contro le persone pericolose per se o per gli altri e che soprattutto costituisce la minaccia di un vero e proprio ricatto per i pazienti che rifiutano la terapia psicofarmacologica.

Spesso e volentieri i centri di salute mentale  utilizzano la minaccia del TSO per obbligare i pazienti a presentarsi a controllo o per prendere la terapia.

Ancora più grave è il comportamento dei Giudici tutelati, magistrati di sorveglianza e pubblici ministeri stessi i quali di fronte a denuncie  che riguardano il mancato consenso informato, il sequestro di persona, la mancata regolarità delle cartelle cliniche  e i diritti dei pazienti psichiatrici, si girano dall’altra parte.

 

Avv. Francesco Miraglia

Categorie:Psichiatria Tag:

Avvocato Francesco Miraglia invitato a Rignano

30 settembre 2009 Commenti chiusi

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relative a trattamenti potenzialmente dannosi nel
campo della salute mentale
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Avvocato Francesco Miraglia invitato a Rignano
Flaminio per il caso dei presunti abusi sessuali a
bambini Scuola materna
L’avvocato Francesco Miraglia, in qualità di esperto ormai riconosciuto a livello nazionale
per casi giudiziari di pedofilia, è stato invitato a partecipare venerdì 19 dicembre a
Rignano Flaminio, nei pressi di Roma, a un incontro pubblico indetto dal Comitato a
difesa degli indagati per presunti abusi sessuali nei confronti dei bambini della locale
Scuola materna “Olga Rovere”.
Come si ricorderà, il caso che sconvolse il tranquillo paesino laziale e l’intera opinione
pubblica italiana scoppiò sul finire dell’anno scolastico 2005-2006 quando tre genitori
presentarono le prime denunce per presunti abusi sessuali compiuti da maestre della
Scuola materna, insieme con altri adulti, ai danni di una ventina di bambini.
Il 24 aprile 2007 vennero arrestate quattro maestre, una bidella, un autore televisivo
marito di una delle maestre e il benzinaio del paese, di origine extracomunitaria, ma il 10
maggio 2007 il Tribunale del Riesame ne dispose la scarcerazione, confermata poi dalla
Cassazione.
Il caso però, pur essendo apparentemente piombato nel silenzio, è tutt’altro che chiuso.
Sta infatti terminando soltanto la lunga e delicatissima fase delle indagini preliminari,
durante la quale sono stati ascoltati i bambini che secondo la tesi accusatoria avrebbero
subito abusi. Per un anno, a gruppi di quattro alla volta, i bambini hanno incontrato in
una struttura protetta uno psicologo che ha cercato di ricostruire i racconti fatti
nell’estate del 2007 ai genitori che poi fecero denuncia. Ogni incontro è stato registrato e
poi discusso in aula dopo un’ulteriore dibattito durante il quale gli avvocati degli indagati
e delle famiglie hanno tentato di smontare o avvalorare i racconti dei presunti abusi. E’
stato un lungo incidente probatorio (probabilmente unico nel suo genere) ma soprattutto
è stato un passaggio estremamente delicato dell’intera vicenda. I racconti dei bambini,
infatti, sono l’elemento centrale dell’intera vicenda.
Entro dicembre è attesa la chiusura delle indagini al termine delle quali, secondo gli
avvocati che rappresentano le famiglie dei 21 bimbi di Rignano, si avrà la richiesta di
rinvio a giudizio per tutti gli indagati.
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Tagged: Iniziative
Inviato da Nopsych Gio, 18/12/2008 – 12:43
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Gran parte dei miei clienti, spesso assistiti gratuitamente, si sono
imbattuti altresì nel mondo della psichiatria, dei servizi sociali e delle
cooperative di questo e quel colore. Sono stati costretti a constatare che
gli ordini professionali dei medici, degli avvocati e dei magistrati sono
di fatto organizzazioni sindacali a difesa di privilegi e di vantaggi degli
stessi professionisti, ben lontane da quelle persone a cui dovrebbero
assicurare dignità, rispetto e giustizia. […] Ciononostante, sono
convinto che le cose cambieranno prima ancora di quanto ciascuno di
noi possa pensare. (dalla Postfazione a Nunzia Manicardi, Casi da
pazzi. Quando Giustizia, Psichiatria e Servizi Sociali incrociano la
strada del cittadino italiano, Prefazione di Francesco Bruno, Koinè
Nuove Edizioni, 2007).

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Assegnato all’avvocato Miraglia il premio “Cittadini Umani”.

30 settembre 2009 Commenti chiusi

Assegnato all’Avvocato Miraglia il premio “Cittadini Umani”

Nei giorni scorsi è stato assegnato all’avvocato Francesco Miraglia del Foro di Modena il Premio 2008 del CCDU (Comitato cittadini Umani). La premiazione, avvenuta a Milano ha voluto evidenziare l’impegno proficuo di Miraglia e i risultati da lui conseguiti nella tutela dei diritti degli svantaggiati e, in particolare nella salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone. Insieme a Miraglia sono stati premiati l’avvocato Antonello Martinez famoso per la vicenda dei due bambini di Basiglio, sottratti alla propria famiglia, lo psichiatra Mariano Loiacono dell’Università di Foggia e il prof. Piero Colacicchi professore all’accademia d’arte di Firenze.

Premio cittadini umani

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Quattro anni rapita dalla giustizia.

30 settembre 2009 Nessun commento

          Modena,  il 29  Luglio 2009

                                                                                        

                                                                               Preg.mo Sig.

Sindaco Delrio

Comune di Reggio Emilia

Sua sede

 

 

Preg.mo sig.

Presidente TM di Bologna

Sua sede

 

Preg.mo

Assessore regionale Politiche sociali

Sua sede

 

 

Oggetto: Minore

 

Gentile Sindaco,

come avvocato di fiducia di due genitori reggiani ai quali il Servizio Sociale e il Tribunale dei Minori  hanno sottratto  una bambina di solo 4 anni, sento il bisogno di rivolgermi direttamente a Lei quale responsabile del benessere di tutti i cittadini soprattutto dei bambini.

Come riportato dall’opinione pubblica, la piccola di solo 4 anni è stata allontanata dai suoi genitori per decisione del Tribunale dei Minori ma anche per colpa dei servizi sociali.

La situazione della minore deve essere risolta al più presto nell’interesse della stessa bambina.

Non si può accettare un comportamento tanto superficiale quanto dannoso nei confronti di bambini di 4 anni da parte delle istituzioni!

Com’ è possibile che accadano situazioni così paradossali?

Per il servizio è opportuno che la bambina torni a casa; per il giudice, per il quale probabilmente la vicenda della minore è solo un  numero di ruolo, non è opportuno?

Quello che è più grave, inadeguati, inaccettabile, da contestare con tutta l’energia possibile è il fatto che il Tribunale per i Minorenni e il Servizio Sociale, che la nostra regione vanta come uno dei migliori in Italia, non si siano chiesti assolutamente di come stia la bambina preferendo che la stessa rimanga in istituto.

Forse il Tribunale per i Minorenni e il Servizio Sociale non sanno che la bambina ha una famiglia?

Purtroppo, tenuto conto del conto del contrasto  tra il servizio e il Giudice, devo constatare che sia il Servizio sociale che il TM  si sono rilevati del tutto inadeguati e insufficienti a gestire problematiche cosi complesse.

Proprio in questi giorni pubblicamente il Procuratore della Repubblica del TM dott. Ugo Pastore ha sostenuto le inadeguatezze e le insufficienze  dei Servizi.

Anche a Reggio Emilia, il caso della bambina, deve far riflettere sulla necessità di istituire un garante  per l’infanzia e soprattutto far riflettere su Giudici e servizi sociali siffatti.

Pertanto, mi rivolgo alle SSLL affinché ci sia un confronto reale di come il Servizio Sociale e il Tribunale dei Minori nella vicenda de quo  non ha funzionato con la speranza che per il bene della bambina vengano riviste immediatamente le posizioni del Giudice per i minorenni F. Salvatori

 

Avv. Francesco Miraglia

Nostra figlia di 4 anni rapita dalla giustizia

quella bimba di quattro anni deve tornare a casa insieme ai suoi genitori

Strappata ai genitori senza motivo

il caso bimba di 4 anni tolta ai genitori

Ci hanno tolto nostra figlia senza un perchè

 

 

Categorie:Minori Tag:

Una Vicenda che non deve Accadere.

2 ottobre 2009 Nessun commento

Una Vicenda che Non Deve Accadere

“Tanto tuonò che piovve”

Ho raccontato in “scelta di campo” su questo giornale: “Una vicenda che non deve accadere” Ho cercato di riportare nel modo più anonimo e più impersonale una brutta storia dove una collega avvocato non ha esitato di dichiarare il falso nei confronti del padre di un suo patrocinato, tragicamente scomparso proprio per colpa di queste vicende. Lo stesso avvocato ha sostenuto di non aver mai ricevuto alcun compenso e di non essere, di fatto, mai stata l’avv. di fiducia dello scomparso sig. A.A.

La più grande soddisfazione per il sottoscritto e per il Forense è che dopo aver tanto tuonato è stata la stessa avvocatessa a riconoscersi come protagonista di quest’incresciosa vicenda, la quale come ha gia fatto nei confronti del Prefetto, Presidente del Tribunale e Presidente dell’Ordine modenese anche a questo giornale attraverso il suo difensore di fiducia continua a dichiarare il falso.

Purtroppo per la collega, anche sollecitati da questo suo intervento boomerang è stata depositata denuncia querela nei confronti della stessa, dove sono riportati matrici degli assegni incassati, testimonianze dirette di soldi percepiti in contanti, oltre a tanti verbali di udienza che dimostrano che l’avvocato che si è identifica, assistita dell’avv. P.F. Rossi. era l’avvocato di fiducia dello scomparso Sig. A.A

Infine vorrei suggerire all’avv. Pier Francesco Rossi, alludendo ad una nota parabola evangelica, riferito al suo suggerimento al Forense di vagliare con maggiore attenzione la qualità e rispondenza al vero del contenuto delle vicende pubblicate, che prima di scorgere la pagliuzza negli occhi degli altri è bene guardare la trave nei propri occhi” e in particolare in quelli dell’avvocato sua assistita.

Avv. Francesco Miraglia

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Categorie:Gli avvocati Tag:

La morte di Mike Buongiono

9 ottobre 2009 Nessun commento

La morte di Mike Buongiono

 


Purtroppo è diventata una routine celebrare ad ogni costo le persone che

non ci sono più, che sicuramente meritano riconoscenza, ricorso,

memoria.

Tuttavia, mi ha lasciato perplesso il “rumore” istituzionale sulla morte del

Maike americano nazionale.

E’ indubbio che li nostro americano Mike ha rappresentato per

sessant’anni un’Italia: vogliosa di rivincite, di vicite, di richezza, di gioco e

non solo…. spesso anche bigotta.

E’ altrettanto vero che rispetto ad alcuni programmi dei nostri giorni, i

quiz di Mike possono tranquillamente considerarsi esempi di cultura,

raffinatezza e addirittura intellettuali, ma riconoscere al nostro americano

presentatore le onoreficenze di stato come un eroe della patria …è

sembrato troppo

Nulla più stupisce|

(LM)

Categorie:L'indiscreto Tag:

Si Parla di matti da slegare.

9 ottobre 2009 Nessun commento

A poco più di dieci anni di distanza,da quando nel novembre 1998 la Gazzetta affrontò per la prima volta il tema dei pazienti psichiatrici legati al letto – con immagini choccanti  e il titolo “Una pratica che viola dignità e diritti dei malati. Scelta terapeutica o cronica mancanza di personale?” -  Al Policlinico universitario di Modena si è tenuto un convegno su “Il problema della contenzione e pratiche che limitano la libertà personale in psichiatria”.

A questo incontro, organizzato dal Dipartimento di Salute mentale dell’Ausl  modenese hanno partecipato esperti locali (P. Vistoli, M. Rigatelli, G. Neri, A. De Palma), della nostra regione (C. Ravani), di Trento (A. Salvi), di Mantova una delle poche realtà italiane in cui il Diagnosi e Cura  è senza contenzione e con le porta aperte.

Puntuale è giunta la conferma che la contenzione fisica in psichiatria rappresenta a tutt’oggi una delle questioni più controverse e complesse nella storia della disciplina dei sistemi  di terapia  e assistenza, in cui confluiscono nello stesso tempo aspetti tecnici (il perché e il quando), aspetti organizzativi (il come), aspetti etico-deontologici (quando è lecito e con quali garanzie) ed aspetti riguardanti la responsabilità professionale (il chi, e nuovamente il perché, il quando, il come legare un malato di mente).

Un problema soprattutto difficile da trattare, perché immediatamente evoca problemi che vanno dalle carenze quantitative del personale a quelle qualitative (professionalità, competenze, aggiornamento), a quelle di logorio: il noto fenomeno del burn-out del personale che, sottoposto a turni e compiti logoranti, “si brucia”, non ce la fa più, finendo addirittura col non sopportare gli stessi pazienti, di fronte ad un contesto culturale di questo tipo e cosi difficile da trattare, va perciò, prima di tutto, riconosciuto grande merito ai responsabili scientifici dell’iniziativa Rita  Covili e Paolo Vistoli -  per avere riproposto dopo tanto tempo il problema, di avere ammesso responsabilmente che “i matti sono ancora da slegare”, ma soprattutto per avere presentato concrete esperienze alternative per ridurre, fino ad azzerare, misure restrittive e coercitive di questo tipo.

L’altro aspetto positivo e propositivo riguarda i dati relativi alla reale incidenza della contenzione. Anche se siamo ancora troppo lontani da poter presentare studi e ricerche omogenee, C. Ravani ha anticipato i dati della nostra regione nei 15 Diagnosi e Cura dal 1999  a tutto il 2007 che riguardano i soggetti contenuti. C’è addirittura un SPDC, quello di San Giovanni in Persiceto, in cui non si è mai attuata alcuna contenzione, e le porte sono aperte, come a Mantova. Anche  nelle altre realtà della regione comunque, i dati dimostrano più attenzione al problema. Si va dal dato più basso: 13 contenzioni all’anno ad un massimo di 198 pazienti legati nei 12 mesi. La media generale è di 85 episodi annui.

A Modena dal 1  gennaio al 31 marzo di quest’anno nel nostro SPDC  sono stati contenuti 20 pazienti. Nel 2008 sono stati 60 i pazienti legati al letto, ma va sottolineato che il nostro reparto ha una capienza di 20 e non di 15 posti letto.

Il dato in genere comune in tutta la regione, e sul quale occorre attentamente riflettere, riguarda l’incidenza di contenzione fisica su pazienti dementi e con ritardo mentale. Su una bassa percentuale di ricoveri di questi pazienti (4,9%) avviene addirittura il 40% delle contenzioni.

Sono stati presentati altri dati: motivi del ricorso a queste pratiche, momenti  della giornata  in cui avvengono più frequentemente, differenze con personale formato o no, dati sui quali ritorneremo. Ma l’aspetto più positivo – lo ripetiamo ancora -  è aver parlato dopo tanto tempo apertamente, senza reticenze o quant’altro.

(RM)

Categorie:L'indiscreto, Psichiatria Tag:

Il reinserimento sociale delle coop: disabili mentali pagati 2 euro l’ora.

10 ottobre 2009 Nessun commento

 

articolo di lunedì 27 febbraio 2006

 

di Stefano Filippi

 

Il caso di una donna impiegata come barista part-time finisce sul giornale cittadino e scoppia la polemica sul mondo cooperativo
Stefano Filippi

nostro inviato a Modena

Tutto è nato, come spesso succede, da una casualità. Una donna ospitata da una struttura psichiatrica, che non riusciva a ottenere la casa popolare promessale dal comune di Modena e dal servizio psichiatrico dell’Ausl, decide di rivolgersi a un legale. L’avvocato Francesco Miraglia ricorda bene quel primo incontro: «Quando ho visto la sua busta paga non credevo ai miei occhi: 200 euro al mese. Due euro l’ora per fare la barista part-time. Non li prendono nemmeno le donne delle pulizie o le badanti. E chi la versava questo salario da fame? Una cooperativa sociale, ovviamente aderente alla Legacoop».
L’avvocato Miraglia e la sua cliente non sapevano che stavano per scoperchiare un pentolone bollente, quello dei rapporti tra la sanità pubblica e le coop sociali in una città come Modena che va fiera del livello di assistenza garantito dalle giunte rosse ai cittadini, e dove la Legacoop fa il bello e il cattivo tempo. Un mondo frastagliato, impastato di coraggio e abnegazione ma coperto da larghe zone d’ombra in cui si confondono sfruttamento, mancanza di controlli, conflitti d’interesse e coperture politiche. E che reagisce a muso duro con silenzi e querele.
Il legale racconta il caso sulla Gazzetta di Modena e in pochi giorni il quotidiano riceve decine di lettere di familiari di persone malate che si trovavano nelle stesse condizioni sopportate fino ad allora con muta rassegnazione. «Mia sorella lavora nelle pulizie, percepisce la stessa paga da più di due anni e di assunzione o lavoro stabile non se ne parla». «Siamo genitori anziani e la maggior preoccupazione è “il dopo di noi”: un lavoro sicuro e ben pagato, un po’ di serenità per tutti noi sarà possibile con una paga di due euro l’ora?». «Tutti abbiamo diritto a un lavoro dignitoso e retribuito adeguatamente, come può succedere una cosa del genere in una città come la nostra?».
Bella domanda. È possibile in virtù di una convenzione tra il dipartimento di salute mentale dell’Azienda sanitaria e il Consorzio di solidarietà sociale di Modena, che raggruppa 26 coop: tutte quelle che «effettuano inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati» nella provincia. L’accordo prevede che questi lavoratori vengano inquadrati in percorsi terapeutici e formativi, accompagnati da educatori e operatori sociali, e retribuiti da una «borsa lavoro» che va da 1,5 a 2,5 euro l’ora. È questa la spiegazione fornita da Vittorio Saltini, presidente della coop Aliante che dà lavoro alla signora in questione, da Massimo Giusti, presidente del Consorzio di solidarietà sociale, e dall’azienda sanitaria.
Miraglia chiede copia dei progetti lavoro e i nomi degli operatori sociali. L’unico nome che gli viene comunicato è quello della barista titolare: come dire che la lavoratrice svantaggiata non era assistita né da educatori né da infermieri. La polemica si allarga nel silenzio dei sindacati e nell’inerzia della magistratura. La Gazzetta di Modena denuncia che nell’assistenza sociale «non esiste un mercato vero ma una sorta di monopolio delle coop sociali, che come tutti i monopoli, per quanto lavorino bene le coop, ha creato non poche storture, rendite di posizioni e anche conflitti d’interessi».
L’intreccio è complesso. La moglie di Saltini (il presidente della Aliante) aveva la responsabilità dello Sportello lavoro cui era affidato l’inserimento lavorativo dei pazienti psichiatrici inquadrati dalla coop. Lo stesso Saltini è membro del consiglio di indirizzo della Fondazione Cassa di risparmio di Modena che largheggia nel concedere contributi alle cooperative sociali: nei mesi scorsi la Aliante ha ottenuto oltre 550mila euro per acquistare immobili da trasformare in «residenze educative e socio-riabilitative». D’altra parte, il vicepresidente della Fondazione, Massimo Giusti, presiede anche il Consorzio delle coop sociali, cui aderisce anche l’Aliante.
Insomma, mistero sul percorso terapeutico, nessun accompagnatore specifico presente sul posto di lavoro, niente verifiche periodiche sull’applicazione della convenzione, fiumi di denaro che affluiscono alle coop sulla base di bilanci autocertificati ma lavoratori pagati miseramente. Silenzio dei sindacati, del Comune e della magistratura. Poi altro colpo di scena: il giudice di sorveglianza scrive all’Ausl dicendo che in realtà la donna è equiparata a persona libera, non può essere soggetta a restrizione né a tutele particolari, dunque potrebbe anche configurarsi il reato di sequestro di persona.
L’avvocato Miraglia fa intervenire i Nas che indagano e girano il fascicolo alla procura di Modena, dove giace tuttora. Scrive a Fassino e Bertinotti: nessuna risposta. In compenso nelle strutture psichiatriche cominciano a girare volantini contro di lui mentre l’Azienda sanitaria e le cooperative lo querelano per diffamazione chiedendogli 100mila euro di danni (l’udienza fissata per il 7 febbraio è stata rinviata a maggio, dopo le elezioni). Nel frattempo la cliente di Miraglia è stata assunta dalla coop Aliante: «La campagna di stampa non ha accelerato i tempi», assicura il presidente del Consorzio delle coop sociali, Giusti. E la paga è addirittura triplicata: adesso la donna guadagna 6 euro l’ora.


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Categorie:Cooperative Sociali Tag:

Casi da pazzi. (Koinè Nuove Edizioni, 2007).

12 ottobre 2009 Commenti chiusi

Casi da pazzi   

  

(dalla Postfazione a Nunzia Manicardi, Casi da pazzi. Quando Giustizia, Psichiatria e Servizi Sociali incrociano la strada del cittadino italiano, Prefazione di Francesco Bruno, Koinè Nuove Edizioni, 2007).

Diversamente da tanti studenti liceali dell’atro ieri, di ieri, di oggi e forse di domani, amo un romanzo letterario, quale i Promessi Sposi di Manzoni, grazie ad  un eccezionale insegnate di lettere  antiche che, in V° ginnasio leggeva in classe per ore e ore i vari capitoli, immedesimandosi nei personaggi. Mi capita, ancora oggi, prima di una causa importante di prendere in mano questo vecchio libro di scuola che è, a mio parere, di una attualità sconcertante. Poiché già da allora sognavo di fare l’avvocato, quando nel capitolo III il professore recitava la parte  dell’incontro tra Renzo e l’avvocato Azzecagarbugli, da subito, avevo preso  le distanze da “quel tipo di dottore”, sognavo di essere un avvocato ben diverso… “ho cavato altri da peggio imbrogli.. purché non abbiate offeso persone di riguardo, intendiamoci mi impegno a togliervi di impaccio…Perché vedete, a saper ben maneggiare le grida ( le legge di oggi cioè) nessuno è reo, nessuno  è innocente.”  Questo vecchio ricordo letterario tra i banchi di scuola della mia adolescenza, serve per sottolineare quanti Azzeccagarbugli e quanti magistrati preoccupati a non offendere persone importanti, esistano, purtroppo, oggi più di ieri.

Questo avvocato da subito ha dovuto fare i conti con ombre inquietanti di un sistema giudiziario sordo, cieco ma non muto come scrive Nunzia Manicardi all’inizio del libro.

Pur sentendo il bisogno di sottolineare a caratteri cubitali come la maggior parte dei magistrati e pubblici ministeri in Italia sia sostanzialmente sana, esistono, purtroppo e sono tanti, troppi, i magistrati, pubblici ministeri, magistrati di sorveglianza, giudici tutelari, Presidenti di Tribunali, indistintamente uomini e donne che utilizzano la giustizia per fare carriera sia professionale che politica.

Questo avvocato alla maniera di Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi non è andato a cercare questi soggetti ma purtroppo se li è trovato addosso  (tanti troppi) preoccupati più di non disturbare i poteri di palazzo che di fare giustizia.

In un sistema giudiziario di questo tipo,   in cui agli amministratori della giustizia si affiancano spesso nelle città.,  sindaci, questori, prefetti, assessori, direttori di aziende sanitarie non c’e – mi sento di gridarlo in ogni riga del libro- alcun tipo di giustizia, soprattutto per coloro che vivono nelle condizioni culturali, economiche e sociali più povere e svantaggiate.

Gran parte dei miei clienti, spesso assistiti gratuitamente, si sono imbattuti altresì nel mondo della psichiatria, dei servizi sociali e delle cooperative di questo e quel colore. Purtroppo, sono stati  costretti a constatare che gli ordini professionali dei medici, avvocati e magistrati sono di fatto organizzazioni sindacali a difesa di privilegi, di vantaggi, degli stessi professionisti, ben lontani, da quelle persone a cui dovrebbero assicurare dignità, rispetto e giustizia. Ho davanti agli occhi certe cartelle cliniche che in poche righe cancellano la storia o avviliscono una persona di cui dovrebbero riportare fedelmente il suo diario clinico, “cartelle cliniche vergogna”, puntualmente sottolineate da questo avvocato, e inviate al Direttore dell’azienda Usl, al  Presidente dell’Ordine dei medici  e ai Collegi giudicanti.

Ciò che è peggio  che molte sentenze di condanna trovano giustificazione in queste cartelle.

Per quelle strane coincidenze della sorte, nonostante, alcune sconfitte che bruciano perché colpiscono quasi selettivamente i tuoi clienti più poveri, quasi che davvero, come diceva il Manzoni sia: “ Mal cosa nascer povero…mio caro Renzo!” aumentano le persone, che da tutta Italia che si rivolgono al mio studio.

Nell’affrontare molte situazioni ho avuto la sensazione di sentenze già scritte, di teorie accusatorie “pre-confezionate”, di rinvii a giudizio automatici senza la ben che minima attività istruttoria.

Ebbene, molte volte, di fronte a queste situazioni, vorrei  cancellare, rubare  far sparire dalle aule dei Tribunali quella ipocrita scritta : “La legge è uguale per tutti”… Ciò, nonostante, sono convinto che le cose cambieranno prima ancora di quanto ciascuno di noi possa pensare.

Avv. Francesco Miraglia

Liberi di pensare, liberi di scrivere

Misteri d’italia novità editoriali

Il sole 34 ore 6 giugno 2007

Resto del Carlino Casi da Pazzi

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Presunto Colpevole

17 ottobre 2009 Nessun commento

presunto_colpevole2152_imgLa fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia
Essere accusati ingiustamente. Può capitare a tutti. Difficile difendersi, quasi impossibile se il reato di cui si è accusati è quello più tremendo e infamante: abuso sessuale di adolescenti. L’emozione ci travolge quando si parla di bambini. Il mostro sembra essere ovunque: a fronte di molti casi accertati e puniti, ce ne sono troppi altri “sbagliati”, con soluzioni tardive e danni psicologici e economici enormi. Questo libro prova a raccontare ciò che non vediamo. Una macchina burocratica che vale milioni di euro. Un affare per molti: associazioni, centri d’assistenza, consulenti, psicologi. E tante storie di affetti distrutti, di violenza psicologica (genitori divisi, bambini affidati, interrogatori infiniti). Se davvero l’interesse ultimo di tutti gli attori in causa è difendere i bambini, i fatti qui raccontati documentano il contrario. Allora è necessario fermarsi e bloccare la macchina. Basta errori. Costano troppo cari. Questo problema, sebbene scomodo, ci riguarda tutti.

Abbiamo dichiarato il falso in età molto giovane
Dalla lettera di due fratelli di 17 e 19 anni alla Corte di Cassazione.
Anni prima avevano denunciato il padre per abusi subiti.
- a pag. 207
abusi, nostro padre è innocente
abusi, i due figli hanno scagionato il padre ora è necessaria la revisione del processo
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Affari d’oro sulla paura del mostro.

26 ottobre 2009 Nessun commento

Su 100 denunce solo 4 finiscono con una condanna

Sembrano dati , invece sono tragedie. Su cento denunce per violenza su minori (fonte Ministero di Giustizia) solo il 3.60 % si chiudono con una condanna. Dove finiscono i bambini? Che fine fanno i “presunti mostri”?

Prendi il Piemonte, ad esempio. Oggi ci sono 1940 minorenni tenuti in 212 comunità. In attesa. Sono figli di famiglie problematiche, indigenti, vitime di maltrattamenti, alcuni sottratti per una presunta incapacità genitoriale, altri ancora vittime di presunti abusi sessuali.ma quanti alla fine, davvero vittime? Quanti vanno in adozione e quanti tornano a casa? in definitiva: quanti minorenni vengono sottratti ai genitori ingiustamente? “.

 “E’ un argomento estremamente delicato- dice Ennio Tomaselli, procuratore capo dei Minori a Torino -  preferisco non rispondere su due piedi”.

Non è facile parlare di pedofilia dalla parte degli adulti. Delle vittime impreviste (vedi Basiglio, vedi Rignano Flaminio, vedi il caso agghiacciante di un padre accusato di aver stuprato la sua bambina che in realtà aveva un tumore al retto). I numeri sono un tabù, il resto è anche peggio. C’è però un ‘indicazione statistica importante: su cento eenunce per abuso su minorenne, 86 vengono presentate successivamente alla separazione dei genitori, con marito e moglie in guerra dichiarata.

Un libro tratta l’argomento in modo coraggioso. Si intitola “Presunto Colpevole”, edizioni Chiarelettere. Sottotitolo: la fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Lo firma Luca Steffenoni, 48 anni, criminologo di Milano. Ha deciso di scriverlo quando è diventato padre, e si è tirato fuori dal giro delle consulenze sui casi di pedofilia: “Quel giorno  una persona mi ha detto: “Lasci una gallina dalle uova d’oro”. I minori in Comunità in Italia sono circa 26 milioni, la stima minima per difetto. Stato, Comune, Regione e Provincia stanziano 200 euro al giorno per ognuno di loro. Totale per difetto: 1898 milioni di euro all’anno. “Ogni bambino- scrive Steffenoni- costa, o frutta a seconda di come la vediamo, circa 75 mila euro all’anno. A cui vanno ad aggiungersi gli stipendi per gli assistenti sociali”. Nel libro è citata la testimonianza anonima di un alto prelato che forse è la chiave per addentrarsi dove fa paura guardare: “Meno del 10  di bambini torna in famiglia. Anche nel caso di soluzione del problema o di assoluzione del genitore. Psicologi e assistenti sociali fanno le barricate , persino le associazioni cattoliche. Ufficialmente la causa è burocratica. Ma quello che molti non amano dire è che tali difficoltà sono incrementate da chi gestiscei minori. Il motivo? Nessuno immagina un ospedale senza malati.

“ovviamente non c’è una sola virgola del libro che non ribadisca quanto sia sacrosanta la guerra alla pedofilia – spiega Steffenoni – ma è proprio il sistema che non è credibile. Non funziona il filtro. Da un lato è ispirato da un furore ideologico fanatico, dall’altro è dominato da un aspetto economico pregnante”. Consulenti che sposano la verità degli investigatori in modo aprioristico. Commistioni fra interessi pubblici e privati. Numeri chiari e numeri scuri.

In Italia c’è una vera emergenza pedofilia? Mancano dati recenti. Gli ultimi   sulle violenze sessuali sui minori risalgono al 2005: 455 in totale. Nel 2004 erano state 845. La media di condanne annuali è 178. Ma chi tiene il conto delle assoluzioni? “i casi di falsi abusi purtroppo non sono un’eccezione- spiega Steffenoni- il problema è che il processo per questo tipo di reato  è ormai uscito dall’alveo della prova.

Interessante tornare al caso Piemonte. Gianluca Vignale, consigliere regionale della Pdl, si è impegnato a fondo per ottenere dati che nessuno voleva fornire, alla fine ne ho scoperto uno significativo: “ogni anno la Regione Piemonte stanzia 40 milioni di euro  per tenere i bambini in comunità, solo 24 milioni per politiche sulle famiglie”.

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Rinuncia la mandato per Pino La Monica.

4 novembre 2009 1 commento

 

                                                                                         Modena,  il 3 Novembre 2009

 

 

Il sottoscritto avv. Francesco Miraglia in qualità di avvocato di fiducia del Sig. Pino La Monica si sente in dovere di informare l’opinione pubblica che in data 4 Novembre 2009 ho informato il mio assistito, la dott.ssa Maria Rita Pantani e il collegio giudicante delle impossibilità a proseguire nell’incarico per motivi strettamente personali.

Vale la pena sottolineare i risultati quasi insperati raggiunti, le anomalie procedurali evidenziate, revoca degli arresti domiciliari confermati nei tre gradi di giudizio, e soprattutto un immagine ben diversa da quella che i Mass Media avevano presentato fino a quando il 2 ottobre 2008 ho ricevuto mandato.

Sento di ringraziare il pubblico ministero dott.ssa Maria Rita Pantani       affrontata spesso con toni  aspri ma sempre con il rispetto del ruolo, il Collegio giudicante, l’avvocato di parte civile.

Un ringraziamento particolare al Prof. C. Valgimigli  da prima consulente di parte nel caso archiviato preventivamente dalla stessa procura, e poi consulente della difesa fino ad oggi, senza il quale, tra l’altro, non si sarebbero raggiunti gli odierni risultati.

Un particolare augurio di buon lavoro al nuovo avvocato e consulente di difesa.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

Avv. Francesco Miraglia

 

 

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Serve un giudice unico per la famiglia.

15 novembre 2009 Nessun commento

 

Serve un giudice unico per la famiglia.

Giudici tutelari, giudici ordinari, giudici per i minorenni, procura della repubblica ordinaria, procura per i minorenni, psicologi, servizi sociali, ecc. in altre parole, tanti operatori, tanta confusione: nel nostro paese l’attuale aspetto processuale  nonché l’aspetto delle competenze del diritto di famiglia tra  diversi organi giudiziari (tribunale ordinario, tribunale per i minorenni, giudice tutelare ecc.) è la causa, secondo il mio parere, il primo problema di una vera e propria dispersione di risorse.

Queste tematiche dovrebbero spingere il legislatore senza perdere tempo a riguardare in modo serio e costruttivo il diritto di famiglia.

La Giustizia deve tener conto del tempo che passa, le nuove esigenze della famiglia, la tutela  famiglia è diventata un aspetto sostanziale della nostra società.

Non è possibile, che un siffatto e fondamentale  diritto venga regolamentato  e modificato continuamente con una corposa legislazione ordinaria.

Più leggi, più interpretazioni giurisprudenziali e l’intervento del giudice non può, quindi, prescindere dagli interessi in gioco, in particolare quelli sociali, dai diritti dei minori  e di tutti i soggetti deboli che richiedano tutela.

Serve un giudice specializzato con opportune competenze, serve cioè l’istituzione di un tribunale della famiglia o di una sezione specializzata nel vari tribunali che garantisca  prima di tutto la conoscenza del territorio nonché una specializzazione dello stesso giudice che garantisca un’immediata  gestione della giustizia minorile, che spesso si sovrappone a quella ordinaria.

Sicuramente un giudice specializzato, che sia giudice unico dei coniugi e dei minori, delle separazioni e dei divorzi, dei provvedimenti connessi, di tutti gli interventi giudiziari chiesti prima, dopo e fuori dal matrimonio.

Un magistrato unico e specializzato, una garanzia di contraddittorio tra le parti, oggi del tutto assente, in modo da conferire unità alle determinazioni sull’assetto dei rapporti familiari e ottenere, così, una giustizia tempestiva e appropriata.

Per raggiungere l’obiettivo si impone un miglioramento e, allo stesso tempo, il potenziamento  delle strutture già esistenti con una sistemazione più diffusa sul territorio, al fine di garantire un accesso a tali servizi più agile ed immediato e consentire di intervenire efficacemente già a livello preventivo, neutralizzando, per quanto possibile, le cause del conflitto familiare.

Molta strada è da percorrere…

                                                                                                                                                                             Francesco Miraglia

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Rimette a posto la sua vita ma non le ridanno i figli.

15 novembre 2009 Nessun commento

 

Ha trovato un lavoro, un’abitazione e ha persino preso la patente, ma non le ridanno i figli.
Stazionerà tutti i giorni davanti al Tribunale dei Minorenni finché non otterrà giustizia.

Ancora una volta è l’avv. Francesco Miraglia del Foro di Modena ad occuparsi del caso di una mamma di Correggio (RE) a cui il tribunale per i Minorenni di Bologna e il Servizio Sociale del Comune di San Giovanni in Persiceceto (BO) hanno sottratto i figli, ma lei non si arrende. Nonostante questa mamma abbia fatto dei passi avanti, si sia mostrata collaborativa col servizio, fornendo tutte le notizie che la riguardano, aderendo ai programmi prospettateli e rispettando tutti gli incontri previsti e, nonostante in tutti questi anni abbia dimostrato ininterrottamente il proprio interesse e attaccamento ai propri figli (almeno questo non è stato mai negato dai servizi!), per i SS [Servizi Sociali] tutto questo non è sufficiente in quanto: “La signora, tuttavia, non riconoscendo alcuna sua responsabilità e difficoltà personale, ha aderito a queste proposte senza sviluppare alcun cambiamento.” Trovare un lavoro, una casa e prendere la patente non è forse un cambiamento?

Nel decreto stesso che dispone l’affidamento di sua figlia alla famiglia affidataria e l’affidamento di suo figlio al Comune di Forlì o al Servizio competente per il Territorio si legge tra il resto:

-         che la madre si è sempre presentata regolarmente e puntualmente a tutti gli incontri con i figli nonché ai colloqui fissati con il servizio e, negli ultimi anni anche ai colloqui con lo psicologo, nel rispetto del percorso delineato dagli operatori …;

-        che, oggi la signora ha acquisito una propria autonomia e stabilità: ha un impiego lavorativo stabile a tempo indeterminato dal 2007 (doc. 3/4), ha una propria abitazione, ha conseguito da tempo la patente di guida (doc. 5) ed ha acquistato un’auto (doc. 6);

A dire degli assistenti sociali la mamma “si è rivolta ad un legale ed ha cercato appoggi dalla stampa”. Il fatto di rivolgersi alla stampa era falso al momento della relazione, ma perché i SS dovrebbero cercare di impedirlo? E perché una mamma che rischia di perdere i figli non dovrebbe ricorrere a un legale. Il diritto alla difesa legale non è forse sancito dalla Costituzione? Una mamma farebbe di tutto per avere i suoi figli. Solo chi è padre o madre può capire cosa si prova!

Di fronte a questa ennesima ingiustizia nei confronti dei suoi figli, la mamma ha deciso di stazionare tutti i giorni davanti al Tribunale per i Minorenni di Bologna finché ai propri figli non verrà riconosciuto il diritto di avere la propria mamma.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani sosterrà la battaglia di questa mamma e dei suoi figli affinché non venga violato il loro diritto ad avere una famiglia.

E come abbiamo già denunciato non è un caso isolato. La possibilità di violazioni e abusi è drammaticamente alta, come confermato dai numeri. In Italia sono quasi 35.000 (anche se il numero non è definitivo) i bambini sottratti alle famiglie con costi sociali per la comunità che superano i 4 miliardi di euro. Per quanto possa sembrare incredibile, oggi ad una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i loro figli, tramite una decisione del Tribunale dei Minori, sulla base di rapporti scritti degli psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l’operato dei genitori secondo il loro capriccio e opinioni.

Da lunedì 16 novembre 2009, questa mamma sosterrà tutti i giorni davanti al Tribunale per i Minorenni di Bologna finchè non avrà spiegazioni.

Mamma protesta davanti al Tribunale

Ridatemi i miei figli

Il giudice accoglie le proteste della mamma

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La dolce tortura.

15 novembre 2009 Nessun commento

CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINA

La dolce tortura

di avv. Francesco Miraglia

Quanti cittadini sono tenuti in carcere non per esigenze processuali, ma

con l’obiettivo di portarli a confessare e a collaborare. E quella che gli

addetti ai lavori, i giuristi, chiamano la “dolce tortura”.

Sarebbe di giustizia limitare i danni determinati dagli eccessi di custodia

cautelare si potrebbe optare di affidare a un Tribunale, la competenza di

emettere i provvedimenti di carcerazione preventiva dopo che vi sia stato

un autentico contraddittorio tra le parti, di prevedere una “seria”

responsabilità civile e penale del giudice e un indennizzo per ingiusta

detenzione che non sia come oggi limitato nei casi e nella quantità.

Penso che di fronte ad un problema di questo genere ci dovrebbe essere

una piena condivisione politica, un intento comune a rivedere il sistema

delle garanzie processuali e a ragione intorno alla difesa pubblica che

affianchi quella privata, come accade nei paesi latino- americani.

Nel suddetto incontro si è sollevato anche il problema della recidiva, dopo

l’approvazione della legge ex-Cirelli, sulla recidiva, il sistema penale pare

oramai definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli

imputati, piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti.

Secondo un’indagine dell’amministrazione penitenziaria coloro i quali

hanno ottenuto una misura alternativa, esaminando un arco di tempo

quinquennale, solo nel 19% dei casi incorrerebbero in una recidiva. Le

posizioni esaminate nel corso della ricerca sono state 8.817. sono risultati

recidivi 1.677 soggetti, pari appunto al 19% del campione. Una

percentuale che sale sino al 67% nei casi di coloro che hanno espiato

l’intera pena in carcere. La percentuale di recidivi è superiore alla media

negli affidamenti in casi particolari, cioè per gli alcol-dipendenti e i

tossicodipendenti. Ciò si verifica soprattutto quando la misura viene

concessa dopo la reclusione. Nella classe d’età 26/40 anni l’incidenza

della recidiva è maggiore di quella rilevata sull’intero campione. La

recidiva, inoltre, ha avuto un’incidenza decisamente inferiore per le

donne (12,6% dei casi).

Infine, risulta di particolare interesse, sempre riferito alla recidiva è il

numero di mesi che intercorrono tra la fine della misura e la data di

CRIMINOLOGIA.IT, AVV. FRANCESCO MIRAGLIA Pagina 1 di 2

http://www.criminologia.it/GIORNALISMO_INVESTIGATIVO/la_dolce_tortura.htm 15/11/2009

, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINA

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Bisogna liberalizzare l’ordine degli avvocati.

15 novembre 2009 Nessun commento

Ci voleva il decreto di Bersani sulle “liberalizzazioni delle professioni” per far uscire dai vari studi  i vari presidenti, responsabili di questo o quela camera del nostro ordine forense…

 

Bisogna liberalizzare gli ordini degli avvocati

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Più garanzie nel processo.

15 novembre 2009 Nessun commento

CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINA

 

 

 

di avv. Francesco Miraglia

 

 

Difesa d’ufficio, gratuito patrocinio, recidiva, tortura e strumenti di

garanzia dei diritti della libertà delle persone da rinnovare. Se ne è parlato

più di un anno fa a Roma in un convegno al quale hanno preso parte i

responsabili della giustizia delle principali forze politiche: Lanfranco

Tenaglia (magistrato, nonché responsabile giustizia del Pd), Gaetano

Pecorella (avvocato responsabile giustizia di Forza Italia e autorevole

esponente del Pdl), Mauro Palma, presidente del Comitato europeo per la

prevenzione della tortura, Arturo Salerni (avvocato), Franco Ippolito

(esponente di magistratura democratica), Emilio Di Somma (vice capo del

dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Daniela Carboni

(Amnesty International) e Stefano Anastasia (Antigone).

Prima di tutte da affrontare è la questione di una sorta di tortura, la faccia

cattiva del potere, ma ci si dimentica che c’è una forma di tortura

quotidiana che riguarda quanti sono tenuti in carcere non per esigenze

processuali ma con l’obiettivo di portarli a confessare e a collaborare. E

quella che gli addetti ai lavorii giuristi chiamano la “dolce tortura”.

Sarebbe di giustizia limitare i danni determinati dagli eccessi di custodia

cautelare e si potrebbe optare di affidare a un Tribunale la competenza di

emettere i provvedimenti di carcerazione preventiva, dopo che vi sia stato

un autentico contraddittorio tra le parti, di prevedere una “seria”

responsabilità civile e penale del giudice e un indennizzo per ingiusta

detenzione, che non sia come oggi limitato nei casi e nella quantità.

Penso che di fronte ad un problema di questo genere ci dovrebbe essere

una piena condivisione politica, un intento comune a rivedere il sistema

delle garanzie processuali e a ragione intorno alla difesa pubblica che

affianchi quella privata, come accade nei paesi latino- americani.

Nel suddetto incontro si è sollevato anche il problema della recidiva, dopo

l’approvazione della legge ex Cirelli sulla recidiva il sistema penale pare

oramai definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli

imputati piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti”.

Secondo un indagine dell’amministrazione penitenziaria coloro i quali

hanno ottenuto una misura alternativa, esaminando un arco di tempo

CRIMINOLOGIA.IT, AVV. FRANCESCO MIRAGLIA Pagina 1 di 2

 

 

 

http://www.criminologia.it/GIORNALISMO_INVESTIGATIVO/aumentiamo_la_giu… 15/11/2009

 

 

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Un’incredibile storia di stalking.

27 novembre 2009 Nessun commento

 

                                                                                                                                                                                                                       Modena 27 novembre 2009

Con la presente comunicazione, sono ad informare l’opinione pubblica di Reggio Emilia, che in data 20 novembre u.s. ho ricevuto mandato come avvocato di fiducia dal sig. Rodolfo Marconi, già noto all’opinione pubblica reggiana per essere stato coinvolto in un’incredibile storia di stalking a carico della sua ex compagna.

Purtroppo, ad oggi queste accuse, ancora tutte da dimostrare da parte del P.M referente del caso M.R. Pantani, ha provocato gravissimi danni psicosociali al mio assistito.

Difatti, non solo il Sig. Marconi deve presentarsi il prossimo 16 dicembre avanti al Tribunale Penale di Reggio Emilia per rispondere delle accuse di Stalking da parte della sua ex compagna, ma ha dovuto subire anche alcuni giorni di arresto, in fase d’indagini.

Se è vero come è vero, che la dott.ssa Pantani risulta essere coordinatrice d’area in Procura nelle inchieste contro le donne è altrettanto vero che è, e rimane un Pubblico Ministero che deve esercitare l’azione penale compiendo indagini anche in favore dell’ indagato.

Sarebbe gravissimo, che un qualsivoglia magistrato per il solo fatto di essere responsabile di questo o quel tavolo partisse da un presupposto sbagliato nell’indagare.

La cosa più grave, tuttavia, è che il mio assistito in data 11 aprile 2009, subiva tra le altre cose il sequestro di molti documenti strettamente personali ma soprattutto subiva il sequestro della carta d’identità, della patente di guida e della carta di circolazione della sua vettura, e ad oggi non ancora restituiti, nonostante, a dire del mio assistito,  varie richieste.

Ebbene, per dirla alla Di Pietro cosa ci azzecca il sequestro e il trattenimento di questi documenti con il capo di imputazione per stalking?

Come  può vivere la quotidianità una persona senza questi documenti?

Ammesso e concesso che siamo di fronte ad un comportamento molesto ed assillante  perché vengono trattenuti i citati documenti?

Come detto, non vorremmo pensare che per il solo fatto di essere responsabile di questo o quel tavolo  si potesse pregiudicare quel diritto fondamentale, secondo il quale ogni cittadino è innocente fino a prova contraria, fino cioè al 3° grado di giudizio.

 

Avv. Francesco Miraglia 

L’avvocato Miraglia di nuovo contro il PM Pantani

 

 

 

Elezioni all’Ordine pochi votanti

14 febbraio 2010 Nessun commento

Modena 13 febbraio 2010

Per l’ennesima volta, sotto l’indifferenza dell’opinione pubblica, della stampa e delle varie istituzioni della nostra provincia si sono svolte le elezioni dei membri del Consiglio Forense, dell’Ordine degli avvocati modenesi.
Su 1758 iscritti all’albo, come sta accadendo da sempre, soltanto poco più del 50%, 805 avvocati, si sono presentati al voto per il biennio 2010-2011.
Confermato per l’ennesima volta, lo stesso presidente, lo stesso segretario e ben 12/15 dei componenti.
Non solo non c’è partecipazione, ma neppure ricambio.
Al di là dell’ovvia considerazione che gli assenti hanno sempre torto, credo, però, che il fatto che quasi la metà degli avvocati consideri un rito del tutto inutile votare per l’Ordine (a cui se non si è iscritti non si può esercitare la professione) è fatto particolarmente grave e che dovrebbe invitare ad attente ed opportune riflessioni.
Già quattro anni fa per le votazioni del 2006, mi rivolsi alla stampa locale chiedendo a chi giovi un Ordine così fatto o se abbia senso mantenerlo in vita.
Citavo, infatti, come nel voluminoso programma dell’Unione presentato a Romano Prodi figurasse in primo piano l’abolizione degli ordini professionali considerati tra virgolette “inutili carrozzoni”.
Tra questi ordini figuravano in primo piano gli ordini degli avvocati.
Questa situazione non può continuare ad andare avanti all’infinito e credo che sia giunto il momento che i nuovi, anche se sono gli stessi vecchi, eletti si interroghino su un cambiamento.
Nelle altre città, province e regioni c’è presso gli Ordini una vera e propria campagna elettorale in cui vengono presentati programmi, liste con gruppi che presentano progetti non solo formativi, propongono anche un modo diverso di esercitare la professione e soprattutto di aiuto per i giovani iscritti.
Per non parlare di un modo diverso di essere avvocati oggi.
A Modena nessuna lista, nessun programma, nessun progetto.
Basta indicare quindici nomi e cognomi e se al primo scrutinio occorre la maggioranza assoluta, al secondo viene eletto chi ha avuto più voti, anche se pochi.
Pensare che la metà degli iscritti obbligati a pagare l’iscrizione all’Ordine si disinteressano completamente, ritenendo del tutto superfluo eleggere dei propri rappresentanti, è un non senso, per la professione, per le città e per le altre professioni.
Il rendiconto della gestione annuale sta superando quasi un miliardo delle vecchie lire, il rischio di chiusura in sè stessi senza confronto e senza partecipazione deve scuotere l’inerzia attuale per una partecipazione più attiva: occorrono incontri di tipo costruttivo co ìn i giovani avvocati, con la cittadinanza, con le istituzioni, occorre far vedere che si esiste insomma.
Da ciò l’invito al nuovo Consiglio di dare una svolta ad un Ordine siffatto.

 

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La cancellazione del protesto per avvenuta riabilitazione (art. 17 l. 108/1996)

11 febbraio 2010 Nessun commento

avvenuta riabilitazione (art. 17 l. 108/1996)
La cancellazione del protesto per avvenuta riabilitazione (art. 17 l. 108/1996)
Ai sensi dell’art. 17 l. 108/1996, Disposizioni in materia di usura, il debitore che ha adempiuto all’obbligazione per la quale il protesto è stato levato e non ne abbia subiti altri trascorso un anno dal suddetto protesto, ha diritto alla riabilitazione ad opera del Presidente del Tribunale (Carbone 1996, 321; Ntuk 1998, I, 480; Carrato 2002, 583).
La ratio della disposizione è correttamente colta dalla Suprema Corte: «la nuova legge sull’usura 7 marzo 1996 n. 108 agli artt. 17 e 18 ha introdotto una nuova disciplina del protesto proprio per modificare la prassi bancaria, concedendo, anche nel caso di protesto legittimo, una riabilitazione, su richiesta del debitore che abbia sbagliato…
…subendo il protesto, una sola volta nell’anno, e tuttavia corrisposto l’importo dovuto. In questo caso, su domanda, il monoprotestato ha diritto alla riabilitazione in modo da riottenere l’accesso al credito ed ai conti correnti, con annullamento della pubblicazione ed in definitiva dello stesso protesto, considerato “a tutti gli effetti, come mai avvenuto” (art. 17, 6° co.). (…) La ricordata legge considera il debitore come persona, al di fuori del circuito imprenditoriale-commerciale, dove i soggetti sono al contempo oggetto e consumatori delle informazioni che li riguardano, sotto il profilo della reputazione economica, cioè della capacità e dell’affidamento nel campo commerciale e produttivo, dove sussistono anche interessi della collettività al buon funzionamento del sistema economico e del mercato» (Cass. 5.11.1998, n. 11103, GI, 1999, I, 772).

Schematizzando, i presupposti – necessari e sufficienti – della riabilitazione sono:
a) il pagamento del titolo protestato;
b) non aver subito un ulteriore protesto nel corso dell’anno successivo a quello del protesto levato (o dell’ultimo, in caso di più protesti).
Tali requisiti «debbono sussistere simultaneamente, avuto riguardo, quanto al secondo, al decorso dell’anno dall’ultimo protesto, in caso di più protesti avvenuti» (App. Torino, decr., 23.4.1997, GI, 1998, I, 481) e devono essere documentalmente comprovati; il «documento giustificativo» (art. 17, 2o co., l. 108/1996) si identifica (v. anche appresso) «con la quietanza (…) ovvero con documento equipollente proveniente dal creditore, non potendosi però dare la prova dell’adempimento attraverso altri mezzi di prova, né testimoniale né per presunzioni ex art. 2729, 2° co., c.c.» (App. Torino, decr., 23.4.1997, GI, 1998, I, 481).

Anche in questa sede giova ribadire (v. supra § 4.3.1., anche in riferimento all’ammissibilità di forme di estinzione diverse dal pagamento) che il mero possesso del titolo, per quanto potenzialmente sintomatico dell’avvenuto pagamento, non costituisce ai presenti fini prova documentale dell’adempimento:

«[il possesso dei titoli] non fornisce la prova documentale dell’adempimento, [bensì] costituisce solo una presunzione semplice di pagamento, che neppure vale ad integrare una prova per presunzioni, dal momento che, al fine, l’art. 2729, 1° co., c.c. richiede che le presunzioni siano più di una, oltrechè univoche, gravi e concordanti; (…) la presunzione predetta non è neppure univoca nel senso desiderato dal ricorrente, posto che il possesso può essere derivato anche da altri negozi diversi da quello solutorio, e così – ad esempio – dal rilascio di altre cambiali od altri titoli, senza adempimento dell’obbligazione» (App. Torino, decr., 23.4.1997, GI, 1998, I, 481).

La questione relativa ai documenti giustificativi che il debitore deve produrre a corredo della domanda è affrontata da una circolare del Ministero della Giustizia del 5 marzo 1998, che evidenzia che tali documenti «sono unicamente quelli idonei a provare il fatto obiettivo dell’avvenuto adempimento dell’obbligazione relativa al titolo (o ai titoli) in protesto. Pertanto tali documenti non devono necessariamente comprendere i titoli originali protestati, i quali, per i motivi più svariati, possono anche non essere più in possesso dei debitori che li hanno sia pure tardivamente onorati. È sufficiente invece che gli atti esibiti dimostrino l’adempimento della obbligazione di riferimento perché quest’ultimo è l’unico presupposto richiesto dalla legge per la concessione della riabilitazione al debitore protestato che abbia successivamente effettuato il pagamento del debito» (Circolare Ministero della Giustizia-Direzione Generale Affari Civili e Libere Professioni, Prot. n. 1/32-FG-9(97)3327-Ufficio I, del 5 marzo 1998, www.difesa.it, voce protesti cambiari’).

In merito alla problematica sopra accennata della pluralità di protesti entro il termine annuale, la Corte di appello di Catanzaro (31.1.2005, decr., GM, 2005, I, 1529) ha affermato che «ove più protesti si siano succeduti a distanza infrannuale, il debitore non può ottenere la riabilitazione, anche se è decorso un anno dall’ultimo di essi». Tale orientamento non è condivisibile, poiché palesemente contrario allo scopo perseguito dal legislatore con la disposizione in commento, ossia affrancare in modo definitivo il debitore ‘ravveduto’ dagli effetti pregiudizievoli di un protesto, facilitandone il reingresso nell’economia legale (altri approfondimenti infra § 4.5.1.).

La previsione dell’art. 17 l. 108/1996, per dottrina e giurisprudenza (da ultimo Trib. Verbania 25.7.2008, www.ilcaso.it) prevalenti si applica, condivisibilmente, alle tratte accettate, ai vaglia cambiari e agli assegni (Carbone 1996, 323; Ntuk 1998, 480; Carrato 2002, 584), con obbligo del protestato, rispetto a questi ultimi, di pagamento della penale prevista dall’art. 3 della l. 386/1990 (in tal senso Pellizzi e Partesotti 2004, 431):

«la riabilitazione, prevista dall’art. 17 legge 108/1996, può trovare applicazione ad ogni ipotesi di protesto o di atto equivalente, quale che sia la natura del titolo di credito (cambiale, vaglia cambiario od assegno bancario), non ponendo la norma alcuna limitazione» (Trib. Roma, decr., 19.8.1998, GI, 1999, I, 2085);

«il pagamento dell’obbligazione per cui fu levato il protesto e la decorrenza del termine di un anno dall’ultimo protesto sono condizione necessaria e sufficiente per la riabilitazione ai sensi dell’art. 17 l. 7 marzo 1996, n. 108» (Trib. Venezia, 23.4.1998, GM, 1998, 617).

La stessa Corte costituzionale ha al riguardo evidenziato che la scelta di escludere dal campo di applicazione dell’art. 4 l. 77/1955 il protesto dell’assegno bancario è giustificata solo nella misura in cui si ritenga applicabile la riabilitazione in discorso, per cui il protrarsi – nonostante il successivo adempimento nel termine di grazia – dell’iscrizione nel registro informatico dei protesti appare legittima per il tempo necessario per la riabilitazione di cui all’art. 17 l. 108/1996, costituisce una scelta del legislatore non irrazionale (nei termini Corte cost. 14.3.2003, n. 70, www.cortecostituzionale.it).

La norma deve altresì intendersi riferita a qualsiasi debitore protestato, non necessariamente implicato in fatti d’usura; in tal senso depone la generica espressione utilizzata dal legislatore nell’articolo in esame, «debitore protestato», nonché la circostanza che, nella stessa legge 108/1996, « le norme da applicare esclusivamente alle vittime dell’usura sono espressamente indicate. È il caso dell’art. 18 che fa espresso riferimento “al debitore che sia parte offesa nel delitto di usura” » (Vitullo 2003, 1188).

Invero non avrebbe molto senso circoscrivere la riabilitazione ex art. 17 l. 108/1996 al debitore usurato, al quale in effetti l’ordinamento appresta già i rimedi della sospensione e della cancellazione del protesto previsti nel successivo art. 18. Conforme l’orientamento manifestato da ultimo da Trib. Verbania 25.7.2008 (www.ilcaso.it), secondo cui la riabilitazione disciplinata dall’art. 17 l. 108/1996 è rimedio generale, applicabile all’assegno bancario protestato quando il debitore abbia adempiuto all’obbligazione per la quale il protesto è stato levato e non abbia subito ulteriore protesto, a prescindere dalla sussistenza o meno di un reato di usura subito dal debitore medesimo.

Di avverso avviso è comunque un minoritario orientamento giurisprudenziale, secondo cui

«la previsione dell’art. 17 legge 7 marzo 1996 n. 108, in tema di riabilitazione a favore di chi abbia subito protesto, presuppone che il debitore protestato sia stato soggetto passivo di usura» (Trib. Venezia 12.2.1998, GM, 1998, 775; conf. Trib. Busto Arsizio 27.1.2003, GM, 2003, 849).

Aspetti procedurali

Legislazione: l. camb., artt. 50, 51 – l. ass., artt. 45, 46 – l. 7.3.1996, n. 108, Disposizioni in materia di usura, art. 17.

Bibliografia: Carbone 1996 – Ntuk 1998 – De Marzo 2000 – Segreto-Carrato 2000 – Carrato 2002 – Oliva 2003 – Laudonio 2005.

Disputata è la circostanza se il debitore ha diritto ad ottenere la riabilitazione, in unica soluzione, di più protesti, anche levati ad intervalli inferiori ad un anno tra l’uno e l’altro, ferma restando la necessità che non ne abbia più subiti trascorsi dodici mesi dall’ultimo (in arg. Laudonio 2005, 1529). A voler interpretare la disciplina in discussione come espressione dell’intento del legislatore di consentire al soggetto protestato (anche più volte), e poi ‘ravvedutosi’, di reinserirsi nel circuito del credito ordinario in luogo di quello illegale (come parrebbe attestare l’inclusione della norma nella legge antiusura), il debitore ha diritto ad ottenere la riabilitazione anche in presenza di più protesti, come sembra preferibile ritenere; a favore di siffatta impostazione gioca anche il rilievo che la norma è precipuamente focalizzata sul debitore protestato piuttosto che sui titoli cambiari.

In tal senso si è orientata, soprattutto per condivisibili ragioni di economia dei procedimenti giudiziali — dovendosi altrimenti attivare il procedimento di riabilitazione tante volte quanti sono i protesti levati — la giurisprudenza di merito, la quale ha ritenuto che

«la riabilitazione debba essere accordata al debitore che la richieda con unica istanza anche per più protesti quando dimostri (…) di avere adempiuto tutte le obbligazioni per le quali i protesti stessi furono levati e di non averne subito di ulteriori nell’ultimo anno» (Trib. Vibo Valentia, ord., 20.3.1997, GC, 1997, I, 1961; conf. App. Firenze, decr., 2.10.2001, BBTC, 2003, II, 375, con nota di Oliva; contra Trib. Pisa, decr., 14.6.2001, BBTC, 2003, II, 375, con nota di Oliva).

«Nel caso in cui la riabilitazione venga chiesta (come nella specie) dal debitore che abbia subito più protesti per obbligazioni che siano state da lui successivamente adempiute, la relativa domanda può essere contenuta in una sola istanza; e in tal caso dalla stessa prende vita un unico procedimento. Ciò perchè la presentazione contestuale di più domande rivolte allo stesso giudice è da ritenere consentita in linea di principio. Inoltre la riabilitazione è espressamente riferita dalla legge in questione al debitore e non ai titoli. Essa quindi può essere richiesta in via cumulativa e può essere concessa con un solo decreto per i diversi protesti elevati in epoca antecedente l’ultimo anno.

Se, infatti, la finalità dell’art. 17 L. n. 108/1996 è quella di evitare che il debitore protestato in condizioni di difficoltà economica ricorra ad usurai poiché non ha altrimenti accesso al mercato del credito, allora è corretto affermare che il termine annuale in caso di debitore pluriprotestato decorre dalla levata dell’ultimo protesto e che sia possibile con un’unica istanza ottenere la riabilitazione per tutti i protesti subiti laddove si riscontri – ovviamente e come nella specie – anche l’adempimento delle varie obbligazioni “veicolate” nei titoli.

(…) La norma, inoltre, sembra essere del tutto neutra rispetto alla circostanza che il debitore abbia emesso più titoli cartolari in relazione ad un’unica obbligazione sottostante, oppure a fronte di più obbligazioni (…).

Peraltro non sarebbe né logico né coerente con il predetto spirito della legge riconoscere meritevole di riabilitazione soltanto chi in ipotesi abbia emesso sì un solo assegno scoperto ma di rilevantissimo importo (poi “saldato” ex art. 17 L. Usura) e non anche chi abbia emesso in ipotesi due assegni scoperti di modestissimo importo (in ipotesi ad un unico creditore ed a saldo di una unica obbligazione) poi prontamente “onorati”» (Trib. Pescara 24.9.2007, www.ilcaso.it; conf. Trib. Verbania 25.7.2008, www.ilcaso.it).

La dottrina occupatasi della questione, per quanto non ostile all’impostazione predetta, ha ritenuto più fedele al dettato letterale dell’art. 17 l. 108/1996 (« … non abbia subito ulteriore protesto », « … il protesto si considera, a tutti gli effetti, come mai avvenuto », « trascorso un anno dal levato protesto… ») l’avversa interpretazione, in base alla quale il decreto di riabilitazione può essere emesso in relazione ad un solo protesto per volta; pertanto, in caso di più protesti, non sarebbe possibile ottenerne la riabilitazione con una sola istanza (Ntuk 1998, 481; di riabilitazione « del debitore nell’ipotesi di unico protesto legittimo » parla anche Carbone 1996, 324; contra Laudonio 2005, 1529), con evidente pregiudizio del debitore pluriprotestato adempiente.

Al fine di dirimere i contrasti operativi cui la predetta formulazione ha dato luogo è intervenuto il Ministero della Giustizia con una lettera circolare esplicativa; il documento chiarisce, persuasivamente, che

«nel caso in cui la riabilitazione venga chiesta dal debitore che abbia subìto più protesti per obbligazioni che siano state da lui successivamente adempiute, la relativa domanda può essere contenuta in una sola istanza; e in tal caso dalla stessa prende vita un unico procedimento. Ciò perché la presentazione contestuale di più domande rivolte allo stesso giudice è da ritenere consentita in linea di principio. Inoltre la riabilitazione è espressamente riferita dalla legge in questione al debitore e non ai titoli. Essa, quindi, può essere richiesta in via cumulativa e può essere concessa con un solo decreto per i diversi protesti elevati in epoca antecedente l’ultimo anno» (Circolare Ministero della Giustizia – Direzione Generale Affari Civili e Libere Professioni, Prot. n. 1/32-FG-9(97)3327 – Ufficio I, del 5 marzo 1998, www.difesa.it, voce protesti cambiari’).

Competente ad accordare la più volte richiamata riabilitazione — qualificata «civile speciale» (Carrato) o «cambiaria» (Ntuk) — è il Presidente del Tribunale, il quale provvede con decreto, su istanza dell’interessato corredata dai necessari documenti giustificativi (art. 17, 2o co., l. 108/1996), senza alcun contraddittorio e senza intervento del P.M. (cfr. Carbone 1996, 323). Per il procedimento di cui trattasi non è, opportunamente, richiesto il ministero di un avvocato:

«vertendosi in uno di quei casi in cui “la legge dispone altrimenti”: è plausibile intendere la norma nel senso che il legislatore ha voluto consentire al debitore di sottoscrivere personalmente l’istanza di riabilitazione, senza il bisogno del patrocinio di un professionista legale » (Trib. Roma 19.8.1998, decr., GI, 1999, I, 2085: conf. Trib. Roma 27.8.1997, decr., inedito; contra Trib. Roma 3.9.1996, Fa, 1997, 218).

Territorialmente competente, nel silenzio della legge, deve ritenersi il Tribunale del luogo in cui risiede il soggetto protestato (di norma corrispondente col luogo ove è stato levato il protesto), in analogia con quanto previsto dall’art. 4, 4° co., l. 235/2000, nonostante sia anche stato argomentato che a decidere sull’istanza di riabilitazione sia il Presidente del Tribunale del luogo in cui ha sede la Camera di commercio che ha pubblicato la notizia del protesto (cfr. Fedeli, Berti e Balestri 2005, 134 ss.).

La Corte di cassazione si è comunque espressa in favore della prima della due possibilità, statuendo che nei procedimenti da svolgersi in camera di consiglio (c.d. rito camerale), quale quello di volontaria giurisdizione previsto dall’art. 17 l. 108/1996 riguardante i provvedimenti di riabilitazione protesti, ove non sia prevista dalla legislazione particolare una determinata competenza territoriale dell’autorità giudiziaria procedente (come nel caso dell’art. 17 l. 108/1996), il giudice competente deve intendersi quello del luogo in cui risiede l’stante protestato (Cass., ord., 6.7.2005, n. 18639, CED Cassazione).

L’istanza di riabilitazione al Presidente del Tribunale competente è, nella prassi, abitualmente corredata da una visura della Camera di commercio attestante che non si sono subiti protesti nell’ultimo anno nonché dai titoli quietanzati e dalla dimostrazione dell’avvenuto regolamento dei diritti di segreteria al Tribunale. Verificata la sussistenza dei presupposti per ottenere il provvedimento richiesto, il Tribunale emette il decreto di riabilitazione, di regola successivamente trasmesso alla Camera di commercio competente.

Il decreto di riabilitazione è pubblicato nel registro informatico per 10 giorni (art. 17, 4o co., l. 108/1996), trascorsi i quali, se non si sono verificati reclami, il debitore protestato e riabilitato può avanzare domanda alla Camera di commercio di definitiva cancellazione dei dati relativi al protesto dal registro informatico. Tra i soggetti che potrebbero avere interesse ad impugnare il decreto di riabilitazione emesso del Tribunale è stato escluso dalla giurisprudenza possa esservi la Camera di commercio, non potendo « essere riconosciuta al presidente della camera di commercio la titolarità di un interesse sostanziale tale da ricomprenderlo in quella categoria di soggetti legittimati dal richiamato art. 17 l. 108/96 a reclamare il provvedimento di riabilitazione del debitore protestato » (App. Trieste, ord., 11.7.2001, citata da Fedeli, Berti e Balestri 2005, 142)

In caso di diniego della riabilitazione, il debitore protestato può proporre reclamo, nei dieci giorni successivi alla comunicazione, alla Corte di Appello, che deciderà in camera di consiglio (art. 17, 3o co., l. 108/1996) con apposito decreto, non assoggettabile all’impugnazione per cassazione con il ricorso straordinario ex art. 111, 7° co., Cost. (non essendo il procedimento di riabilitazione destinato a risolvere alcun conflitto tra diritti contrapposti e non avendo, di conseguenza, attitudine alcuna al giudicato, cfr. Cass. 24.9.2004 n. 19235 e Cass. 6.12.2004, n. 22789, DeJure Giuffrè); in tale sede non è esclusa l’eventualità che il giudice di appello possa concedere la riabilitazione « all’esito del reclamo per il caso di diniego in prima istanza » (Segreto-Carrato 2000, 467). Per effetto dell’intervenuta riabilitazione il protesto si considera come mai avvenuto (art. 17, 6o co., l. 108/1996) e il debitore protestato e riabilitato ha diritto di ottenere la cancellazione definitiva della notizia del protesto dal registro informatico, che « è disposta dal responsabile dirigente dell’ufficio protesti competente per territorio non oltre il termine di venti giorni dalla data di presentazione della relativa istanza, corredata dal provvedimento di riabilitazione » (art. 17, 6o-bis co., l. 108/1996).

È stato sostenuto che anche nella fattispecie la appena menzionata fase amministrativa sia prodromica all’esercizio di eventuali azioni, anche cautelari, dinanzi all’autorità giudiziaria finalizzate all’ottenimento della cancellazione (De Marzo 2000, 1415). Per effetto dell’intervenuta riabilitazione, infine, devono ritenersi improcedibili le azioni di regresso (ex artt. 50-51 l. camb. e artt. 45-46 l. ass.), che hanno nel protesto del titolo il loro necessario presupposto (Ntuk 1998, 481; v. anche Carbone 1996, 323).

Conclusivamente, la riabilitazione cambiaria consente di assicurare una più intensa tutela in favore di chi abbia subito un protesto, realizzando un equilibrato compromesso tra l’interesse pubblico alla diffusione di notizie utili alla correttezza dei traffici commerciali e l’interesse privato del soggetto protestato che sia disponibile a riparare. Per una interessante ricostruzione della normativa in oggetto in termini di difesa della reputazione personale del soggetto protestato v. infra § 6.6.1.

Legislazione: l. 7.3.1996, n. 108, Disposizioni in materia di usura, art. 17.

Bibliografia: Carbone 1996 – Ntuk 1998 – Carrato 2002 – Vitullo 2003 – Pellizzi e Partesotti 2004

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Il padre trovato morto giovedì

5 febbraio 2010 Nessun commento

>Pavullo. Il padre trovato morto giovedì
Inascoltato da giorni proseguirò la mia battaglia”
Pavullo. Sul padre trovato morto giovedì sera vicino al Panaro e sui retroscena di questa triste vicenda riceviamo la seguente lettera dell’avvocato Miraglia, suo difensore: “Caro direttore, come al solito soltanto il giornale da lei diretto, alla cronaca di Pavullo, fa menzione del suicidio di un uomo di 39 anni in Comune di Pavullo, presso Fanano. Quest’uomo nel gennaio 2006 era stato condannato per presunti abusi sul figlioletto dal Tribunale di Modena e da allora – fino a quando ha deciso fino a quando ha deciso di farla finita – non ha fatto che bussare a tutte le porte delle istituzioni (Procura – Guardia di Finanza – Presidente del Consiglio dell’Ordine), depositando denunce inquietanti, con nomi e cognomi di personalità modenesi, senza ricevere fino ad oggi alcuna risposta. Nella lettera ai genitori e al fratello, in cu spiega le ragioni del suo gesto, lo stesso grida, con tutte le sue forze, di ricorrere in appello, nonostante la sua morte, per smascherare gli abusologi modenesi , i magistrati, le magistrate, i pubblici ministeri e gli esperti di Cismai. A distanza di 5 anni dalla condanna e la morte del prete della Bassa, sono venuti alla luce i professionisti degli abusi all’infanzia – cosiddetti “abusologi” – che incassano parcelle milionarie… E’ l’altra faccia della pedofilia: una vergogna nazionale e locale che ritorna puntuale in questo tragico suicidio, con gli stessi protagonisti e gli stessi esperti. La denuncia di questo uomo che non ce l’ha fatta ad andare avanti, si associa a quella del figlio adottivo, il cu padre maranellese è stato condannato per abusi, che denuncia l’intero collegio giudicante e che si è rivolto al Ministro in persone per denunciare intrecci tra giudici e consulenti. Nella lettera ai genitori il figlio li prega caldamente di rivolgersi al sottoscritto avvocato per difenderlo in tutte le sedi istituzionali. Nell’accettare l’incarico, sento il bisogno di informare l’opinione pubblica modenese che ho immediatamente inviato un telegramma al Ministro di Grazia e Giustizia per informarlo del fatto che affiderò le gravi conoscenze di cui sono entrato in possesso, soltanto allo stesso Ministro o a un suo stretto collaboratore. Infine, non certo per importanza, in nome dei genitori, del fratello e degli amici di Antonio sono a ringraziarla di cuore per il titolo del suo giornale “Padre trovato morto”. Questo è il più grande riconoscimento che meritava Antonio. Mi attiverò in tutti i modi per stanare quanti hanno infangato la sua figura di genitore. Occorre finalmente“che chi sbaglia venga punito”.
La Nuova Gazzetta di Modena – L’avvocato di Antonio – Inascoltato da Giorni Proseguirò la Battaglia